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Cronache di poveri amanti

Penetrante affresco di una Italia che si sintetizza nelle strette vie delle sue eterne città, la vita della Firenze dei primi decenni del Novecento è molto bene rappresentata da Vasco Pratolini in un romanzo che ha il gusto accattivante tanto delle piccole gozzaniane cose quanto quello più distaccato del tempo che trascorre e di esistenze che paiono quasi non spostarsi da quel micromondo. La ricercatezza accurata delle immagini si definisce ora nel bottone della camicia alla Robespierre di Otello che «la indossa col colletto fuori della giacca estiva», ora nella figura della Signora stagliata sulla finestra di un mondo che da lei accetta soltanto più le bolle di sapone cui i ragazzini, giù in strada, non paiono accorgersi, tanto sono abituati alla ritualità delle stranezze.

Il presente storico con cui Pratolini descrive ogni circostanza attinente i personaggi di via del Corno è un pennello che fissa, sulle rispettive tele della mostra che compone capitolo dopo capitolo, davvero una galleria inebriante di figure che ora si sovrappongono l’una all’altra, vivono drammi, passioni, incandescenze tanto politiche quanto amorose, tanto sociali quanto personali. Solamente i dialoghi delle “Cronache di poveri amanti” (BUR, Rizzoli, 2011) si situano nel presente istantaneo, nell’immediatezza che si compone delle tante sfaccettature di una realtà in cui penetra violentemente l’arciviolenza del regime mussoliniano. A volte lo fa con le sicumere del Carlino, fascistissimo della prima ora, altre volte con i tentennamenti di Osvaldo che non ha alibi, ma un volto meno icastico e rattrappito rispetto ai suoi camerati di quartiere.

Via del Corno è un mondo proletario in cui Pratolini pone parte di un autobiografismo fatto di pochissimi anni di infanzia che, tuttavia, lo segnano perché lo mettono a contatto con quella gente “non perbene” che sua nonna – con cui si era trasferito nella via fiorentina a pochi passi da Santa Croce –  gli descrive come non confacente al loro essere decisamente più afferenti al mondo di una piccola, media borghesia dell’epoca. Ma siccome contano di restarvi pochi mesi (ed in realtà vi rimarranno per tre anni), non se ne curano più di tanto: anzitutto dei rapporti con la vicinanza, con tutte quelle straordinarie esistenze che sono la plastica immagina di una società che va mutando tanto rapidamente e che i “cornacchiani” paiono quasi non scorgere nel suo repentino cambiamento. Le problematiche sono quelle anche del tirare la carretta giorno dopo giorno; ma c’è prima di tutto spazio per i sentimenti in una vita che si fa, oggettivamente, molto dura.

In questa teatralità dell’esistente, nel centro di una Firenze rossa che si tinge di nero, Pratolini scava nei meandri della via e vi trova la libertarietà anarchica dei maniscalchi, come Corrado detto “Maciste“, il timore di alcuni di oscillare tra il piccolo paradiso in cui pensano ancora di trovarsi, mentre tutto intorno divampa la tempesta, oppure un vero e proprio inferno in cui ci si è troppo abituati a stare per riconoscerne appieno le sembianze. Cantano i galli e suonano le sveglie che danno noia al fascista tutto d’un pezzo, mentre Pratolini si fa parte di un romanzo che guida senza mostrarsi: eppure lettrici e lettori sanno che per mano li sta portando proprio l’autore che, però non trascina, ma accompagna; non spinge, ma rimane accanto a chi si inoltra, pagina dopo pagina, in un mondo che un qualcosa di incantato.

La figura che troneggia, spadroneggiando, è quella della Signora, una vecchia maîtresse che somiglia «assai a Colui che regge il governo della Nazione». Sarà la malattia a piegarne non solo ragione, spirito e corpo: soccorsa da un turbinio di gente che le invade casa e spezza così l’incantesimo dell’inafferrabilità, dell’intangibilità e dell’ineguagliabilità del personaggio. La donna subisce, nella tristezza del dolore, la nemesi perfetta: la paralisi della lingua, mentre Mussolini parla, si affaccia ai balconi, arringa le folle. Lei, la ducettina della via è sul viale del tramonto e deve rinunciare al pensiero che ha coltivato per tanto tempo: quello di sentirsi praticamente immortale, inossidabile e, quindi, oltre ogni tempo, a cavallo di un sogno di eternità che non le appartiene perché invece, come tutti e tutti, ne è abbondantemente prigioniera.

Locandina di “Paisà” di Rossellni

L’affresco pratoliniano è un successo che all’autore tocca riscontrare dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Pubblicarlo prima avrebbe voluto dire rischiare grosso. Non è il suo primo romanzo, ma il sesto: vi è confermata la linea di condotta stilistica che ha adottato anche in precedenza e che si nutre qui però di un plusvalore di realismo, anzi di “neorealismo“, che gli è dato dal rapporto che intrattiene con il mondo del cinema che, in quel preciso momento, corrisponde a capolavori come “Paisà” di Roberto Rossellini. Sono proprio le “cronache“, sia quella familiare dedicata al fratello Ferruccio, prematuramente scomparso, sia quella qui descritta, a dargli un attributo di novità narrativa che riguarda la povera gente, con cui empatizza, perché è nella sua natura tanto intima quanto più prettamente sociale e anche politica. La critica accoglierà diversamente un altro capolavoro pratoliniani: «Un eroe del nostro tempo».

Qualcuno vi leggerà un discostamento troppo marcatamente noir da quel neorelismo che gli aveva invece dato la fama e per cui era divenuto, non certo suo malgrado, uno dei più importanti scrittori italiani tanto della seconda metà del Secolo breve quanto del Novecento per intero. Il dibattito su questa problematica tutta letteraria è tutt’ora aperto. Ma nulla toglie al fatto che sia percettibili a chiunque quella che, sagacemente, è stata definite una “purezza linguistica” presente nel romanzo e, più in generale, nelle opere di Pratolini. Non tanto perché si rifà ad un italiano primordiale, dantesco, petrarchesco o boccaccesco. Semmai perché interpreta la novità della lettura del reale con parole semplici e dirette e non opera circonvoluzioni edonistiche tipiche di molti autori. Le subordinate sono quasi abolite e il presente storico invita alla lettura della scena nel proprio presente, sostituendolo a quello dei primi venti, trent’anni del secolo d’Italia.

Molti personaggi di via del Corno vivono come lo Staderini, sentendosi, ogni volta che si trovano davanti all’imprevedibile, all’incerto, «su un sandolino, in mezzo all’Arno in piena»: è la sospensione afasica di una quotidianità vissuta sul filo del rasoio di un potere che non lascia scampo e che può arrivare ad interessare anche chi se ne tiene alla larga e persino pure chi è ruffianamente disposto alla compromissione pur di galleggiare, di sopravvivere e sa che non si può più vivere per lasciar vivere, ma pronarsi e chinarsi di fronte al giganteggiamento del regime totalitario. Qui si inserisce non l’eroismo, ma la purezza esistenziale di Corrado che è l’antieroe per eccellenza: non per pavidità, tutt’altro. Semmai perché, tra i tanti che abitano e lavorano, amano e vivono mille storie in via del Corno e nelle altre vie adiacenti, lui è la quintessenza di una spontanietà che rifugge l’infingarderia.

Ha trent’anni, è alto quasi due metri, è un convinto antifascista e comunista e tiene testa alle prepotenze del fascio. Su di lui fa perno una convinzione che la vita, in fondo, ci riserva quelle difficoltà che sono «una cosa di questa terra»: non un male in sé e per sé, ma un qualcosa indubbiamente da accettare e, nonostante tutto, da avversare per arrivare, passo dopo passo, ad un miglioramento per sé stessi, per tutti. Senza possibilità di scindere questo doppio rapporto. Persino gli sputi della Signora, ormai completamente avulsa dalla realtà, sui passanti hanno un significato metaforico di rivalsa sul male rappresentato dal mondo gramscianamente “grande e terribile“. Il disprezzo, più dell’odio, si palesa con una inconfondibile sembianza di ricerca della giustizia non avuta, di rivalsa, di recupero della dignità. Magari da parte di chi l’ha sempre negata alle altre e agli altri.

La strada sta, del resto, «dentro il guscio della propria coscienza intimidita»: è un ributtarsi addosso le dimenticanze del passato che ritornano come rimembranze meste, quasi mortifere di una bella epoca che si ritrova ancora un po’ oltre le Alpi, al di là della cintura naturale in cui è chiusa una Italia che è preda delle pulsioni titaniche del nascente imperialismo e che non può tenere conto delle piccole, forse mediocri, vite di un proletariato urbano che è, in un certo qual modo, ostile al fascismo e che rappresenta quella maggioranza silenziosa ante litteram, incapace di reagire, ma capace di perseverare coscienziosamente nel non dimenticare ciò che è stata prima dell’avvento del fascismo. La bellezza delle pagine scritte da Pratolini è quasi oggettiva, non ha bisogno di interpretazioni o studi critici. Ci si innamora almeno una volta nel romanzo di uno o più di uno dei personaggi. Perché l’umanità che esprimono è propria della fragilità che posseggono.

L’amore degli amanti è sfaccettato: c’è il boccarosesco delle prostitute che, pur contente della serata buona e dei «clienti riguardosi», si rammaricano del fatto che la serata seguente non sarà, ipso facto, uguale a quella appena terminata; c’è quello delle coppie che lo vivono ora con timore, ora con speranza mentre tutto intorno prevale il sospetto, la forza, la brutalità, la coercizione e la morte. Il tutto in una strada che Pratolini stesso riconosce essere priva di una qualunque importanza storica: nella più generale meraviglia che Firenze rimanda a ciascuno, via del Corno è quasi irrilevante. Per conoscerla – sostiene l’autore – bisogna davvero incapparvi, capitarvi un po’ per caso. Tuttavia è un bell’incontro: è tutto un mondo nel mondo, tutta una città in una strada stretta dove ogni cosa ha un senso e sembra poterlo mantenere a prescindere da quello che le gira intorno.

CRONACHE DI POVERI AMANTI
VASCO PRATOLINI
BUR, RIZZOLI, 2011
€ 12,00

MARCO SFERINI

1° aprile 2026

foto: particolare della copertina del libro


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