Cronache d’estate :: Passi pesanti e passi leggeri

Passi pesanti sulla sabbia, appena prima del confine tra Italia e Francia. Soltanto pochi anni fa, Parigi decise di chiudere le frontiere, di lasciare fuori dalla porta di casa...

Passi pesanti sulla sabbia, appena prima del confine tra Italia e Francia. Soltanto pochi anni fa, Parigi decise di chiudere le frontiere, di lasciare fuori dalla porta di casa sua i migranti che bussavano per chiedere un po’ di umanità dopo le traversate della morte per mare e dopo essere diventati corpi distesi al sole, alla pioggia battente sulla spiaggia di Ventimiglia. Lasciati lì, in un limbo, un purgatorio senza infamia e senza lode, senza promesse, con tanti divieti transalpini e tanto odio italico alle spalle.

Passi pesanti sulla sabbia: gli scarponi dei militari dell’Esercito Italiano avanzano affondando, si fanno largo tra i bagnanti che si godono la tintarella. L’emergenza migranti ha lasciato il posto a quella del Covid-19. Ma la gente guarda le divise, si interroga portando l’indice incurvato al labbro superiore e il pollice sotto il mento. La tipica mimica di vuole dimostrare di stare pensando a qualcosa di greve, che richiede riflessione accurata.

Cercheranno i migranti“, ipotizza una infelice copia di Miss Marple che, infarcita degli insegnamenti dei pessimi maestri del razzismo italico, non vede altro motivo perché “le guardie girino per le spiagge“. Vai a spiegare alla signora che si tratta di altro, che non c’entrano Totò e Fabrizi e nemmeno Fernandel, anche se siamo al confine con la Francia.

La prima “pista” è quella dell’arrivo di qualche immigrato, magari pure clandestino. Così la quotidiana pillolina di odio da deglutire con un sorso di veleno sovranista è pronta e preparata. Servita dal maggiordomo dei cattivi pensieri.

Le ipotesi più raffinate vengono dopo. Molto dopo…

Perché la mela cade dall’albero e ti piomba in testa? No, nessuno sta ripercorrendo le orme di Newton. Forse qualcuno si alambicca il cervello, si trastulla in ipotesi da giallo estivo, ma non viene a capo del mistero. Come mai l’esercito perlustra le spiagge a ridosso del confine? La domanda serpeggia tra gli ombrelloni, scivola tra gli asciugamani, mette qualche apprensione. Magari c’è sempre qualcuno che ha un pezzettino di coscienza sporca e, nonostante i bagni marini, qualche residuo rimane, proprio come la polvere da sparo sulle mani: 72 ore, appiccicata addosso e nemmeno il più vigoroso strofinare la leva e la sottrae al guanto di paraffina.

Alcuni ragazzi si avvicinano alla riva, stendono i teli. Altri giovani si avvicinano, inforcano gli occhiali da sole, montano un ombrellone e guardano oltre il confine di Stato. Si vede Mentone, più in là il Principato di Monaco e oltre ancora Nizza. La sabbia è pulita, il mare è calmo, tutto chiama al divertimento, alla spensieratezza, non certo ad un delitto sotto al sole. Del resto, mica se ne occuperebbe l’Esercito. Semmai polizia e carabinieri.

Quindi una ipotesi la si può mettere da parte: i militari non sono alla ricerca di un assassino da Costa azzurra e nemmeno di un bel novello Arsenio Lupin come il Gatto hitchockiano, il Cary Grant che fugge in motoscafo, arpiona belle ragazze alla boa per saperne di più sulle gemme rubate o scavalca tetti e comignoli dopo essere stato ad una festa in maschera.

Nulla di tutto questo. Nessun giallo, nessun poliziesco. La fantasia deve lasciare mestamente il posto alla cruda realtà dell’epidemia, della pandemia che imperversa, che in Spagna riprende ad energizzarsi, che inizia a fare paura dalla Romania, che la Francia osserva con cautela mentre l’Italia si concede ancora ampie aperture ma tiene sotto osservazione le decine di focolai presenti nel territorio nazionale.

I passi pesanti dei militari sulle spiagge dell’ultima città italiana prima del confine sono passi lenti del resto, non c’è nessuna corsa per una caccia al fuggitivo: osservano, scrutano i comportamenti. Cercano di evitare che, senza mascherine, i bagnanti si mescolino fra loro, facciano “assembramento“. Parola ormai comune, che subito, ad inizio pandemia portava alla mente un linguaggio poliziesco, usato nei verbali delle questure quando si leggeva: “…disperso l’assembramento, la situazione è tornata alla normalità“.

Allora, come oggi, è sinonimo di inquietudine, perché rompe gli schemi: quelli dell’ordine pubblico se si tratta di manifestazioni di protesta; quelli sanitari se si tratta di contenere il dilagare del coronavirus. Comunque vada, l’assembramento è condannato ad essere negativizzato, senza alcuna ombra di dubbio; la sua sorte è l’associazione immediata oggi con il sinonimo conseguente: “focolaio“.

L’assembramento è antisociale, mentre dovrebbe essere sociale; il focolaio non riscalda ma infiamma, brucia la libertà di ritrovo, di condivisione degli spazi. Altera le distanze, riposiziona le pedine sulla scacchiera del controllo delle norme sanitarie e crea ipocondrie, allarmi involontari, tensioni che si manifestano anche nella impietosa propaganda sovranista che non perde tempo di lanciarsi nel suo peggiore repertorio meccanicistico: virus, contaminazione, migranti col virus, migranti contaniminati, spargimento di contaminazione nel Paese visto che i migranti non vengono respinti.

Ce ne sono 140 al largo delle nostre coste, in queste ore. Chiedono un immediato soccorso, imbarcano acqua su una specie di gommone che sta cedendo al peso, alla calca disumana, alla disperazione che pesa ancora di più dei corpi vivi che rischiano di diventare morti.

Mentre l’Esercito cerca di scongiurare gli assembramenti nelle spiagge di confine, con le regole tutte saltate, si va a cena distanziati e poi si esce dai locali e si vedono efflorescenze giovanili che emergono a poco a poco, che nelle notti estive si generano spontaneamente: non portano mascherine, sono inseparabili e disertano qualunque cautela preventiva. Non sapremo mai se scientemente o se invece inconsapevolmente.

Certo è che non deve prevalere né la pericolosa sottovalutazione della diffusione del virus, né l’isteria di chi si è fatto prendere dal panico che, probabilmente, non aveva mai conosciuto nella sua vita e che oggi è diventato il suo compagno di ansie quotidiane. Io che lo conosco intimamente, penso di capire chi è passato dalla spavalderia del “non voler rinunciare a vivere” alla presa in carico di tutte le misure necessarie a proteggersi e a proteggere gli altri dal Covid-19.

I passi pesanti dei militari sulla sabbia sono sempre più pesanti: le tute non danno certo sollievo sotto il sole che sparge un calore che tocca ormai i 35 gradi. Alla sera, con la protezione dell’ombra, con la luna crescente, piccoli aliti di brezza passano tra i grandi assembramenti delle movide cittadine: in riva al mare, nei centri storici, nelle piccole discoteche che scimmiottano le care vecchie balere d’un tempo. Nessun disco però suona “Una rotonda sul mare“. Il “Festivalbar” degli anni ’60 e ’70 è ormai parte della storia estiva di una Italia che sognava il miracolo economico, la spensieratezza legata ad una voglia di riscatto sociale che non andava mai veramente in vacanza.

La sera protegge dalla paura, adombra i pensieri e li avvolge su loro stessi: non è la “fatal quiete” foscoliana, ma c’è comunque la ricerca della spensieratezza, che la lucentezza del giorno ogni tanto porta via, richiamandoci ai doveri, riportandoci al pragmatismo e allontanandoci dalla pericolosità del sogno.

I passi pesanti dei militari sulla sabbia non si fermano, se non per ricordare ai capannelli di persone che si rosolano al sole le norme fondamentali da seguire anche in riva al mare. I giovani saltano al ritmo di canzoni che non conosco. Mi cullo tra le note de “I Nomadi” con “Un pugno di sabbia“: una storia d’amore, non di morte anche se piena di dolore. Non di anarchia, anche se ce ne sarebbe tanto bisogno.

MARCO SFERINI

26 luglio 2020

Foto di paulo duarte da Pixabay

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