Crisanti: «Senza tracciamento i vaccini non bastano»

Intervista. Il microbiologo: «Il 16% dei ricoverati sono vaccinate con due dosi. Anche chi è vaccinato può contagiarsi e trasmettere a sua volta il virus»
Andrea Crisanti

Il microbiologo Andrea Crisanti è stato uno dei primi a sostenere – a ragione – che anche le persone positive al coronavirus ma asintomatiche potevano trasmettere il contagio. A un anno di distanza, lo stesso dibattito sta riguardando le persone vaccinate.

Il virologo statunitense Anthony Fauci ha spiegato che anche chi è vaccinato si può raramente contagiare, con carica virale elevata ma senza sintomi, e può trasmettere il virus. Andrea Crisanti è d’accordo con Fauci. «I dati dicono che il 16% dei ricoveri riguardano persone vaccinate con due dosi. Anche chi è vaccinato può contagiarsi e trasmettere a sua volta il virus. Un’alta carica virale non determina necessariamente i sintomi, ma influenza il potenziale di contagio». Quindi, nonostante i vaccini, tracciamento e quarantene non devono fermarsi. Nel Regno Unito, paese in cui ha lavorato a lungo, si effettuano quasi un milione di test al giorno.

Cosa ci manca rispetto a loro?
In poche parole, tutto: progettazione, coordinazione, strumenti informatici, infrastruttura. Sarebbe necessario un maggiore investimento economico, regole più stringenti sull’isolamento delle persone e maggior rispetto di queste regole. Il Regno Unito ha messo in quarantena tre milioni di persone in una settimana. E le persone rispettano l’isolamento, perché sono molto controllate. Non è vero che nel Regno Unito ognuno fa quel che vuole, è un’immagine demagogica. Inoltre, a noi manca una app di tracciamento che permetta la geolocalizzazione. La app Immuni, che non permette di individuare il luogo del contagio, è inutile.

Abbiamo dato troppa importanza alla privacy?
Non abbiamo sopravvalutato la privacy: non l’abbiamo capita. Quando passiamo davanti a un autovelox accettiamo di essere identificati, ma se una persona va in un posto e provoca un focolaio non possiamo scoprirlo. Non capisco perché una società disposta a consegnare la propria vita a Facebook, Google e Amazon si faccia questi problemi. Ma l’esperienza di comunicare con gli altri su Facebook è talmente appagante che siamo disposti a regalare i nostri dati.

Il tema della privacy però è complesso e indistricabile dalla storia delle epidemie. Nei primi anni dell’epidemia di Aids, si discuteva se il partner di una persona sieropositiva avesse il diritto di conoscerne lo stato. Oggi il problema si allarga a miliardi di persone.
Ma oggi le leggi sulla privacy sono utilizzate a fini commerciali. Le norme sulla protezione dei dati personali consentono ai colossi del web di detenere un monopolio sui dati personali e di non condividerli con le autorità di sanità pubblica. Solo Twitter fa eccezione alla regola. Se oggi volessimo accedere alle ricerche su Google per ricavare informazioni utili il tracciamento, non potremmo farlo.

Nemmeno il piano scuola, di cui circolano le bozze, prevede un tracciamento a tappeto. Continueremo a interrogarci sulla sicurezza della scuola anche il prossimo anno?
Il piano contraddice quanto aveva detto il governo sull’assenza del rischio scolastico. Prima non il pericolo non c’era e ora è tornato? Valutiamolo questo rischio, dico io. La scuola richiede un’analisi stratificata. Il rischio dipende dalle dimensioni, dalla densità di studenti, dalle caratteristiche delle infrastrutture, dall’età di costruzione. Una scuola che attira studenti e insegnanti da aree più lontane è più a rischio di una scuola di quartiere. Ma queste cose non sono state mai analizzate. Mi auguro che se sarà necessario stavolta si avrà il coraggio di chiudere i ristoranti e di mandare a scuola i ragazzi.

Nelle prossime settimane il governo deciderà se effettuare un richiamo. Da cosa dipenderà questa eventualità?
La dinamica dell’epidemia dipende da quattro cose. Due le possiamo controllare, e sono il numero di persone vaccinate e la sorveglianza e il tracciamento, se li facessimo. Ciò che non possiamo controllare è la durata della protezione e l’emergenza di varianti. Ma se diminuiamo la trasmissione, cioè il rischio delle varianti avrà un impatto minore.

Le varianti nascono anche dal fatto che in molti paesi poveri i vaccini non ci sono.
I vaccini che abbiamo a disposizione tagliano fuori interi continenti. In Africa c’è un miliardo e mezzo di persone senza anagrafe, che senso ha parlare di terza dose? Lì i governi investono 20 euro a persona per la sanità ogni anno: come può un vaccino che ne costa 18 (quello Pfizer ne costa 19,5, ndr) essere adatto a loro? Questi sono vaccini per ricchi. I vaccini che hanno avuto successo nei paesi poveri non richiedevano condizioni di conservazione, si prendono per bocca. Basta pensare a quello contro la polio.

Lei conosce bene l’Africa, avendo lavorato per molti anni alla lotta alla malaria. I suoi critici la chiamano “zanzarologo”. Cosa le ha insegnato la lotta alla malaria?
Ho imparato che un’epidemia genera una situazione caotica, dunque bisogna prepararsi. È molto difficile fare sorveglianza durante un’epidemia: bisogna farla prima. Ma chi ha visto le epidemie in tv o le ha studiate sui libri non lo sa. Io ho lavorato per 25 anni sul controllo delle malattie infettive. Significa studiare epidemiologia, genetica delle popolazioni, ecologia. Non è un’esperienza da poco.

Proprio ieri, con il suo gruppo di ricerca, ha pubblicato su Nature Communications una nuova ricerca sul “gene drive”, una tecnica che sfrutta la genetica per eliminare le popolazioni di zanzare che trasmettono la malaria.
Ne abbiamo dimostrato la robustezza in un ambiente realistico. Una cosa è sperimentarla su poche zanzare in laboratorio, altro è farlo in spazi più grandi, in condizioni simili a quelle reali e con popolazioni di zanzare più ampie e complesse. Poche settimane fa avevamo pubblicato un’altra ricerca, sempre su Nature Communications, sul cosiddetto “antidrive”, una strategia per fermare la procedura e ripristinare la popolazione originale: una sorta di freno di emergeza. L’obiettivo è completare la procedura di approvazione entro 1-2 anni per le applicazioni sul campo. Stati come il Burkina Faso e l’Uganda sono già dichiarate interessate.

ANDREA CAPOCCI

da il manifesto.it

foto: screenshot tv

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