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Politica e società

Creare il terrorismo per giustificare la repressione

E così è tornato il terrorismo. Anni e anni di studi, di analisi, di saggi, di leggi speciali, di incontri tra vittime e carnefici, di elaborazione di una storia repubblicana complicatissima (la nostra) e poi un bel giorno il ministro della giustizia dice che le nuove misure sulla sicurezza servono a «fermare il ritorno delle Brigate rosse», quello degli interni aggiunge che esiste «un piano» ordito da loschi figuri che «mirano al caos», e la premier chiude il cerchio tirando fuori dagli abissi degli anni più bui l’espressione «nemici dello stato».

Tutto questo per due manifestazioni finite a tafferugli, qualche scritta sui muri e tre ore di caos ferroviario perché qualcuno ha tranciato i cavi sulla linea adriatica. Forse c’è forse da tirare un sospiro di sollievo: quando c’era davvero, il terrorismo prevedeva un morto ammazzato al giorno. E se non era un morto ammazzato era un gambizzato. E se non era un gambizzato era uno sprangato. Per tacere delle bombe nelle piazze e delle bombe alle stazioni.

O forse c’è da intendersi su cosa s’intenda oggi per «terrorismo».

Nella teoria classica, diciamo «terrorismo» quando siamo in presenza di una «risposta simmetrica» a quella che si ritiene essere «la violenza dello stato»: la lotta armata, in pratica. Oggi c’è l’asimmetria: la risposta alla supposta violenza istituzionale si concretizza per lo più in azioni dimostrative e scontri di piazza, con tutta la spontaneità che certi eventi contengono di per sé. Scene e modalità discutibili, di sicuro, ma niente di paragonabile ai lutti che furono e bisogna sempre tener presente che la galassia cosiddetta «antagonista» (termine improprio ma ahinoi chiaro) è una realtà stratificata ma dalle dimensioni piuttosto ridotte. Oltre che ben conosciuta per nomi e cognomi dagli apparati di sicurezza.

E però quella parola – «terrorismo» – torna ancora utile quando c’è da varare leggi repressive e spostare un po’ più in basso l’asticella dello stato di diritto. Ed è facile costruire la casa dei fantasmi: esistono degli elenchi, basta compilarli. Negli Usa e in Ungheria hanno tracciato la strada: «Antifa» è un gruppo terroristico. Anche se «Antifa» è solo un aggettivo. Ma questo vuol dire che definirsi antifascisti diventa in automatico qualcosa di sospetto, quasi di criminale.

Perché il problema è la prassi: esisterebbe al giorno d’oggi una «eversione di piazza», cioè un tentativo pianificato di abbattere l’ordine costituito attraverso i tafferugli a margine delle manifestazioni pubbliche.

Sarebbe un ossimoro a pensarci bene – il terrorismo ha le sue regole, a partire dalla clandestinità, le Br mica scendevano in piazza – ma non fa niente, conta il pensiero.

Anzi conta il fatto di poter andare in televisione a gridare che il paese è in pericolo per giustificare misure al cui confronto la legge Reale era una ragionevole appendice alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Resta la giustizia, che quantomeno ha ancora un logica: i teoremi possibili sono tanti, lo sappiamo, ma l’onere della prova spetta sempre a chi accusa e la certezza di un fatto nasce solo in un contraddittorio, non si genera dalle indagini.

Dunque, negli ultimi decenni, ce ne sono stati davvero pochissimi di giudici che abbiano riconosciuto l’esistenza di un’organizzazione a delinquere con finalità di eversione dell’ordine democratico.

Il caso di scuola è quello della Federazione anarchica informale, per la quale al termine di un lungo e controverso processo con decine di imputati si è arrivati alla condanna definitiva per associazione soltanto nei confronti di tre persone (il numero minimo) : Alfredo Cospito – al 41 bis da 4 anni – e altri due. Il resto è ipotesi investigativa senza riscontri. Altro esempio: Askatasuna. La procura di Torino ci ha provato a dire che è un’associazione a delinquere, ma la scorsa primavera, in primo grado, questa accusa è caduta per insussistenza. Ad aprile, comunque, comincerà il processo d’appello e la procura generale contesterà di nuovo quel reato. Si vedrà.

Certo, il governo avrebbe una definizione di terrorismo molto meno stringente di quella necessaria a produrre condanne, e non è del tutto un caso che la voglia di sottoporre la giurisdizione all’esecutivo sia un tema forte della campagna referendaria in corso: perché tra i desideri di chi sta a palazzo Chigi e la realtà ci deve essere sempre di mezzo un giudice? Le carte delle polizie parlano chiaro: siamo circondati dai terroristi, combatterli è un dovere. Se poi in tribunale certa roba non regge, la colpa sarà sicuramente di chi scrive le sentenze. Chiaro, no?

MARIO DI VITO

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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