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Il portico delle idee

Costruzione teologica della “sessuofobia” come cardine del potere

Non c’è nulla nei Vangeli canonici che lasci intendere che la sessualità, in sé e per sé, sia un qualcosa da accogliere con un certo pessimismo, per utilizzare un termine molto eufemistico se ci si riferisce alla considerazione data dalla Chiesa cattolica alla questione ultramillenaria. La stessa interpretazione dell’adulterio, come atto riprovevole per il mondo ebraico, violazione della legge divina e come espressione peccaminosa per il Cristianesimo, è ben diversa rispetto al mondo in cui Gesù la tratta nell’episodio del perdono della donna che ha giaciuto con altri uomini e che, per questo, sta per essere lapidata (Giovanni, 8).

La concezione clericale del peccato porta, molto spesso, alla condanna; per Cristo, invece, al perdono cui segue la raccomandazione: «non peccare più». Ma non c’è dubbio alcuno sul fatto che la monogamia fa parte, in quei lontani tempi, di un mondo in cui la patriarcalità è la regola, il dominio dell’uomo sulla donna è un principio di legge religiosa e, quindi, di legge anche civile e morale che non può essere infranto. Ma la sessualità, più genericamente intesa, fin dalle origini del Cristianesimo, ma non solo con la nascita di questo culto di un uomo che è stato deificato in quanto “figlio di Dio“, è stata, e non si può dire che non rimanga, un problema di non poco conto.

La strettissima correlazione tra piacere, desiderio sessuale e peccato, dunque offesa nei confronti della divinità, è attestata in parecchie culture che hanno dato vita a culti e venerazioni tanto monoteisti quanto invece politeisti. Questo, prima di ogni altra cosa, ci dice che il sesso ha avuto ed ha un ruolo fondamentale nella vita dell’essere umano: impossibile non riconoscergli ciò che gli è proprio, ossia l’essenzialità al fine di riprodurre la specie. Difficile altrettanto, però, non riconoscere ciò che avrebbe dovuto essere – storicamente parlando – un punto piuttosto chiaro che, invece, soltanto tardivamente, tra il secolo scorso e quello attuale e che Jacques Le Goff evidenzia accuratamente.

Il medievista porta l’attenzione sulla questione matrimoniale e, quindi, sul fatto che la repressione o la limitazione dell’attività sessuale al solo scopo procreativo è strutturalmente connessa con l’impostazione patriarcale, maschile di una società in cui non è ammessa nessuna parità di genere, nessun accostamento tra il ruolo dell’uomo e quello della donna. La stessa Bibbia si esprime in questi termini proprio nella Genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine; / a immagine di Dio lo creò; / maschio e femmina li creò. / Dio li benedisse  e disse loro: / “Siate fecondi  e moltiplicatevi, / riempite la terra“» (Genesi 1, 27-28). La traduzione, in tutte le versioni e, quindi, anche in quella accettata dalla Conferenza Episcopale Italiana, è molto chiara: la divinità crea l’uomo: “maschio e femmina li creò“.

Compare all’improvviso un plurale, mentre nei precedenti versi si utilizza il singolare. E maschile. Vero è che, sempre in Genesi (poco prima, 18-25) la creazione della donna giustifica questo successivo uso del plurale; ma, comunque, essa nasce da una costola di Adamo perché «non è bene che l’uomo sia solo» e Dio intende “fare un aiuto” alla sua creatura prima. Precisano le parole bibliche che, pur trovandosi ignudi nel giardino dell’Eden, i due non provavano alcuna vergogna. Di certo c’è meno pudicizia qui rispetto a molti altri testi successivi, soprattutto dei Padri della Chiesa, su cui poi si è venuta formulando e si è consolidata la letterale fobia per la sessualità.

Si diceva poco sopra che non di solo anatema cristiano vive la repressione del desiderio (carnale) nel corso dei millenni: nell’antico Israele, così come pure nella penisola arabica dei tempi di Maometto, non difetta la severità dei giudizi sulle congiunzioni tra uomo e donna, sulla monogamia da un lato e sul rispetto delle leggi religiose dall’altro che possono trovare una differente applicazione a seconda delle culture che si sincretizzano e che, dunque, danno vita a tradizioni diverse da luogo a luogo. Poi esistono anche delle contraddizioni davvero stupefacenti: se gli ebrei avevano norme particolarmente dure nei confronti della sessualità, all’opposto del Cristianesimo dei primi secoli non vedevano di buon occhio né l’ascetismo né quel monachesimo che sarà invece proprio dell’epoca medievale.

Tuttavia, ciò che unisce le religioni monoteiste, per lo meno quella ebraica e quella cristiana, è la condivisione di un principio ben chiaro e non interpretabile: non è ammesso alcun altro tipo di sessualità praticata se non quella entro la cornice del matrimonio. Qui ritorniamo all’analisi meticolosa di Le Goff che pone come data di inizio delle grandi problematiche della Chiesa sul sesso il 1215, quando si tiene il quarto Concilio lateranense. Perché è tanto importante questa assemblea? Perché è proprio da qui che prende origine la disposizione dell’obbligatorietà delle pubblicazioni matrimoniali. Si tenta così di normare anche la vita interna delle coppie, sancendo che è loro dovere procreare, quindi si opera un controllo demografico sulla popolazione.

All’epoca vi sono molti uomini scapoli: le ragazze vi vengono destinate anche senza che sia l’amore la scintilla dell’unione. Quelle che non riescono ad arrivare al matrimonio non possono rimanere zitelle: la loro strada porta diretta al convento, alla vita per l’appunto ascetica, a volte persino estatica e non pochi saranno i casi di pazzia (volutamente) scambiati per rapimento celeste della mente, per incontro dell’animo delle poverette recluse con l’ultraterrenità delle sensazioni e delle percezioni. In questo modo, sovraintendendo alla vita personale e intima di ognuno e ognuna, la Chiesa cattolica amplia il suo potere esclusivo e lo fa ponendo la religione a fondamento di qualunque tipo di morale.

Non esiste, quindi, eticità di sorta al di fuori del consorzio cristiano, delle comunità e della vita che vi si svolge sempre e soltanto nell’ordine dei dettami tanto evangelici quanto di quelli sviluppati dai Padri della Chiesa. Proprio a costoro, quindi ad Ambrogio, Girolamo, Agostino e a papi come Siricio e Leone Magno si deve quella che alcuni studiosi come Walter Peruzzi hanno definito una vera e propria “sessuofobia” del mondo ecclesiastico, afferendola non poco alla questione eterna della verginità di Maria. Sul finire del IV secolo, si aggira tra nord e centro Italia un monaco di nome Gioviniano: fine teologo di cui, per la verità si conosce molto poco biograficamente parlando, ben presto si pone in diretta antitesi con l’insegnamento della Chiesa.

Gioviniano

Sostiene, proprio riguardo le questioni di fede che concernono i rapporti tra uomo e donna, il celibato dei sacerdoti e la verginità della madre di Gesù, una serie di asserzioni che non possono essere accettate da Roma: pena il venir meno del potere stesso della Chiesa che si fonda su un rigido principio di continuità affidata all’uomo – maschio e non invece al mondo femminile. Gioviniano fa proseliti ma non fonda nessuna setta, nessun ordine, nessuna scuola di pensiero. Tuttavia c’è chi, tanto a Roma quanto a Milano, inizia a chiamare quelli che lo apprezzano e lo seguono “gioviniani“. Il monaco è consapevole della sfida che pone, almeno sul piano teologico, ma osa e confida nel sostegno dell’imperatore Teodosio che, però, deluderà le sue aspettative.

Secondo quello che ci è stato tramandato, fu proprio l’ultimo cesare di un impero ancora unito a decretarne la fustigazione con flagelli di piombo e a condannarlo ad un esilio tutt’altro che lieto nell’isola di Boa. Girolamo, con davvero molto pia e cristiana considerazione, ne narra anche una fine piuttosto spettacolarmente cruenta: il monaco eretico avrebbe esalato il suo ultimo respiro non con rassegnata calma, ma “eruttandolo tra fagiani e carne di maiale“. Perché mai questo monaco fa così paura alla Chiesa cattolica? Perché, oltre a ritenere che il matrimonio per i sacerdoti (e per chiunque) non fosse poi quella tragica inferiorità nell’acquisizione della grazia, come è stata tramandata, rispetto ad una vita ascetica e monastica, sosteneva che Maria, partorendo, aveva subito la lacerazione dell’imene e quindi avesse perso ipso facto la verginità.

La Sacra Famiglia viene, dall’epoca della Patristica certamente, posta al di fuori di qualunque contesto sessuale: Giuseppe è un anziano carpentiere (non falegname!); Maria è una giovane ragazza vergine, nata a sua volta da madre vergine (il dogma dell'”Immacolata concezione“). Gesù nasce senza peccato, si mantiene tale non unendosi a nessuna donna. Nonostante i Vangeli introducano figure femminili nella sua breve esistenza e quelli apocrifi narrino esplicitamente di un uguale trattamento che egli riservata tanto agli apostoli quanto alle donne che lo seguivano. Persino la famiglia di Gesù viene mutata nel corso dei secoli in una sorta di riscrittura dei rapporti tra lui e quelli che, all’inizio delle narrazioni, venivano descritti come “fratelli e sorelle” suoi.

Divengono, proprio a partire dal II secolo, “fratellastri” e “sorellastre“. Se l’intero castello della mitizzazione della figura di Gesù come Figlio di Dio deve reggere, gli si deve dare delle solide basi, incontestabili sul piano teologico (e teleologico). La finalizzazione qui deve essere rivolta a dimostrare che la divinità non si è potuta servire di una donna altrimenti madre di altri figli; quindi quei presunti fratelli e quelle presunte sorelle divengono dei “cugini” per la Chiesa di Roma e si farà riferimento a loro come alla “Sacra Parentela“. Dogmaticamente tutto è possibile, tutto è modificabile. Ma solo da parte di chi quel dogma crea, quella verità impone, quel credo esige da interi popoli prigionieri del “timor di Dio“.

Il punto in questione, dunque il rapporto controversissimo tra le religioni – e nello specifico il culto cristiano nella sua declinazione cattolica (anche oggi) – e la sessualità, non solo non si attenua col passare del tempo, ma almeno fino all’epoca dei Lumi, si mantiene tale: il rapporto tra uomo e donna è consentito solo per fini procreativi, mentre ogni altra forma di attrazione, di desiderio e di piacere è solamente peccaminosissima lussuria, comparata ad una sorta di azione delittuosa. Si giustificano gli onori recuperati dal marito-maschio con l’uccisione in duello dell’amante della consorte, si condannano le donne ad un intimo, tragico senso di colpa che le costringerà per tanto tempo ad una inferiorità utile solamente alla perpetuazione del potere clericale da un lato, imperiale dall’altro.

Il punto su cui verrà fatto poggiare un po’ il tutto sarà la purezza divina, l’impossibilità che Dio possa confondersi (e con lui la vera donna monda dal peccato, ossia la Vergine Maria) con la grettezza della carnalità, del rapporto carnale vissuto per il piacere del piacere. La libertà che vi si genera è incompatibile con la gerarchizzazione etica (quindi sociale e quindi anche politica) che la Chiesa impone per mantenersi alla guida di una società sui cui primeggia, gareggiando spesso e volentieri con le autorità secolari. La vastità di preconcetti che saranno costruiti dai Padri della Chiesa è tale da fare della sessualità uno devi veri e propri spettri ripetutamente temuti dall’istituzione ecclesiastica. Non c’è nulla come l’istintività del desiderio che fa comprendere la vera natura della libertà che possiamo avere.

Il vivere quindi molto naturalmente ciò che proviamo nei confronti di chiunque e senza alcun vincolo se non quello del pieno rispetto della volontà: un desiderio non condiviso è violenza, coartazione e non piacere, non amore, non sentimento vero che inebria e che regala per qualche attimo un senso all’esistenza. La Chiesa, prima e dopo la Controriforma, non cambia idea: il rapporto sessuale è un qualcosa di vergognoso, da espletare soltanto per la generazione dei figli. Un atto d’amore è stato ridotto per migliaia di anni ad un qualcosa di meramente meccanico, seppure ispirato dall’unione matrimoniale, quindi da un affetto reciproco.

Ma non ci può essere altro amore se non questo. Ogni desiderio provato fuori da questo schema proibitivo, è peccato, è abominio agli occhi di Dio. Questa condanna del piacere è una ossessione umana per il sesso, un timore ancestrale che si è fatto precetto istituzionale, utilizzato per la solidificazione del potere: pazienza se a questo scopo sono stati sacrificati i liberi istinti naturali di milioni, anzi di miliardi di esseri viventi nel corso dei secoli. La Chiesa ha una giustificazione teologica per tutto: loro assolvono, condannano, reprimono, permettono, giudicano sempre e, soprattutto, si assolvono da qualunque peccato commettano.

«Noi siamo sempre dalla parte giusta», sentenziava un severo cardinale cardinale Agostino Rivarola (interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi) nel film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore“. Ribatteva il frate Alberto Sordi: «Ma pure quando sbagliamo?». «Soprattutto!», lo apostrofava l’alto prelato. «Che è? Un dogma, eminenza?». E qui interveniva l’assunto dialettico-teologico: «No, fratello, è la tragica realtà della vita».

MARCO SFERINI

28 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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