Americhe
Così Cuba resiste all’assalto finale USA
«Siamo un paese di pace ma non abbiamo paura»: il presidente Díaz-Canel replica alla narrativa di Trump, e di chi gli va dietro
«Cuba è un paese di pace, che promuove la solidarietà e la cooperazione, che però non ha paura della guerra». Nell’intervista (7 aprile) al settimanale statunitense Newsweek, Miguel Díaz-Canel ha riassunto con queste parole la posizione di Cuba di fronte alle reiterate minacce di Trump di «prendere possesso» dell’isola, «con le buone o con la forza». «Non sono preoccupato per la mia sicurezza personale», ha aggiunto il presidente cubano. Se sarà attaccata Cuba «si difenderà», «con una guerra di popolo», e per gli invasori non sarà una passeggiata.
Il centro delle sue dichiarazioni è stata però la negazione e la confutazione degli argomenti utilizzati dal capo della Casa Bianca e dai suoi falchi per annunciare il takeover della maggiore delle Antille. Che si è manifestato mediante la dichiarazione (26 gennaio) della White House («Threats to the Unites States by the Government of Cuba») che indicava Cuba come «un pericolo inusuale e straordinario» per la sicurezza degli Usa, seguita poi dall’Ordine esecutivo presidenziale 14380 (29 gennaio) che la confermava e da un altro che stabiliva dazi per i paesi che fornivano petrolio a Cuba. Parte della flotta Usa che aveva attuato il blocco del Venezuela e reso possibile l’attacco a Caracas del 3 gennaio era stata spostata per sorvegliare e blindare le coste dell’isola.
L’altro argomento chiave per le minacce di aggressione di Trump è stata la tesi, più volte ripetuta, che «Cuba è uno Stato fallito» per colpa di una classe dirigente «inefficiente e malvagia» (nei confronti della popolazione). Situazione questa che, secondo il tycoon conferma l’applicazione della dottrina Donroe, il «diritto manifesto» della Casa Bianca di The Donald a intervenire e imporre la democrazia made in Usa.
In sostanza Díaz-Canel ha risposto che la categoria di Stato fallito usata da Trump non è descrittiva, è performativa. Crea cioè una realtà falsa, che viene poi usata – anche nella cosidetta guerra cognitiva in rete – come argomento politico e “etico” per giustificare la “punizione” a tale inetto governo mediante l’aggressione imperiale a un piccolo stato indipendente e politicamente sovrano.
Il presidente cubano ha messo in chiaro che Cuba non è affatto uno Stato fallito, elencando le conquiste del socialismo cubano e le ultime leggi che riguardano fra l’altro la cooperazione tra settore pubblico e privato e la possibilità di investimenti esteri nell’economia cubana, compresi quelli dagli Usa, e il rapporto tra economia di piano e decentralizzazione: scuola e sanità continuano a funzionare, sono state varate misure («32 programmi sociali») in favore dei più poveri e colpiti dalla crisi ed è stata approvata la bozza della legge sull’edilizia popolare come pure la nuova legge per l’economia del 2026, oltre alla realizzazione di parchi fotovoltaici (con aiuto della Cina) per ridurre la dipendenza dal petrolio e gli apagones.
«Se (i vari presidenti succedutisi alla Casa Bianca) sono convinti che siamo tanto incapaci, perchè per 67 anni hanno speso somme enormi per cambiare il governo di Cuba e non ci hanno lasciato fallire per conto nostro?» ha concluso Díaz-Canel. Il Presidente ha poi ribadito che Cuba è «sempre stata a favore del dialogo con gli Usa» e ne ha indicato i temi: migrazione, cultura, educazione, investimenti Usa e sicurezza – però su base di pari dignità e del riconoscimento della sovranità .
La narrativa di Trump, dunque, inverte la causalità della crisi di Cuba per giustificare l’intervento imperiale. Cuba negli ultimi quattro anni è in una gravissima crisi. Sottoposto per 67 anni a una guerra economica, finanziaria e commerciale da parte dalla maggiore superpotenza, poi escluso dai circuiti finanziari internazionale e infine strangolato dal punto di vista energetico, qualsiasi Stato sarebbe però in crisi. Eppure la narrativa imperiale viene recepita dalle anime candide di molti politici anche europei i quali ripetono la tesi che la crisi di Cuba sia colpa della sua direzione politica e non del bloqueo Usa. Si tratta di quella tendenza – che in gergo yankee viene definita bandwagoning – a allinearsi alle tesi e a saltare sul carro del più forte.
Non ultimo, il ministro degli esteri Tajani: in Parlamento ha recitato la parte di un moderno Candide, convinto che per Trump conti la democrazia e che, nonostante le aggressioni al Venezuela e all ‘Iran, «riforme ormai improcrastinabili in Cuba» siano per lui sufficienti per rinunciare a «imposessarsi» dell’isola. Eppure sono bastate tre settimane di chiusura dello stretto di Hormuz perché anche l’economia italiana andasse in crisi. Figurarsi se, come è accaduto a Cuba, per tre mesi non avesse potuto ricevere una goccia di petrolio a causa del blocco Usa.
In quanto all’emigrazione in massa da Cuba, chi conosce la realtà dell’isola sa che è avvenuta e avviene in un clima di dolore e tristezza ed è legata, per la gran parte, alla ricerca di una vita migliore, anche se spesso in quella nazione che con la sua politica nega tale possibilità nell’isola.
Infine, Díaz- Canel ha ribadito la tesi guevariana del «diritto alla ribellione» e alla «resistenza» all’imperialismo, ben chiara alla sinistra italiana d’antan. Ma che oggi non sembra più essere nel dna di chi si ritiene nell’alveo del progressismo. Tesi che invece, di recente, è stata ribadita da vari e importanti esempi di solidarietà, dalla Flotilla Nuestra América alla reazione vertical di presidenti come la messicana Claudia Sheinbaum e il colombiano Gustavo Petro. E che hanno costretto amici assai restii, come Vladimir Putin, a inviare petrolio e aiuti umanitari.
ROBERTO LIVI
foto: screenshot ed elaborazione propria


















