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Contro ogni forma di violenza

Nel filone storiografico che si è occupato nel corso della seconda metà del Novecento del delitto Matteotti si è sempre fatta agevolmente strada la tesi secondo cui l’origine dell’accanimento fascista nei confronti del deputato socialista fosse da ricercare nella denuncia delle violenze operate sistematicamente dal movimento prima e poi dal partito di Mussolini. In pratica, si è dato per appurato che quell’uccisione efferata avesse una esclusiva valenza ed un solo movente: quello politico. E certamente è stato così, perché Giacomo Matteotti in Parlamento si rivolgeva anzitutto contro il carattere cruento delle azioni squadriste, denunciandone le centinaia di prove date in tutta Italia contro le sedi dei partiti che si richiamavano a tutt’altre tradizioni, idee e punti di riferimento sociali.

Ma è pur vero che uno degli elementi su cui vertevano le denunce di Matteotti concerneva l’aspetto della disonestà del movimento fascista che invece si ergeva davanti alla nazione come uno dei fenomeni rivoluzionari più moderni, capace di differenziarsi dalle altre forze parlamentari proprio per limpida e cristallinissima onestà: prova quindi di una risolutezza granitica che Mussolini e suoi sgherri avrebbero vantato a lungo durante tutto il Ventennio. Invece, proprio nei primissimi anni di governo, precisamente nel secondo, il fascismo si trova di fronte alla grana della Sinclair Oil, una azienda petrolifera che avrebbe dovuto trarre enormi profitti da possibili giacimenti nella pianura padana e in Sicilia.

Una curiosa stramberia che, tuttavia, all’epoca riguardava giri di tangenti tra i più eminenti esponenti del regime e la citata azienda. Giacomo Matteotti aveva, prima ancora che scoppiasse questo scandalo, denunciato la presentazione di un bilancio statale assolutamente falso, incombaciabile con il testo dato alla Commissione bilancio della Camera dei Deputati. Tutte le testimonianze concordano sul fatto che il deputato socialista fosse piuttosto addentro alle questioni economiche e – come sostenevano i giornalisti del Corriere della Sera – sapesse leggere le cifre come chiunque era in grado di leggere un quotidiano o un romanzo. L’indagine metteottiana sui conti del regime, tanto pubblici quanto privati, rischiava di gettare lo stesso nel turbinio di uno scandalismo irrefrenabile.

Avrebbe posto un freno alla luminosa carriera del duce del fascismo e avrebbe, molto probabilmente, quanto meno rallentato il successo politico ed istituzionale della cosiddetta, “onesta” rivoluzione delle camicie nere. Al centro della vita parlamentare di Matteotti si situa dunque la denuncia delle violenze a tutto tondo: sia quelle materiali, sia quelle morali che il mussolinismo opera con indiscriminata sfacciataggine, tentando di rendere consuetudinario l’utilizzo della prevaricazione e della coercizione perché lo imporrebbero gli interessi attribuiti alla nazione e, quindi, ogni repressione del dissenso rientrerebbe entro un conclamatissimo patriottismo, pilastro del consolidamento dell’opera di smantellamento del diritto e, dunque, dello Stato liberale.

I curatori del volumetto che qui presentiamo (“Contro ogni forma di violenza“, Einaudi 2024), e che raccoglie i discordi di Matteotti alla Camera dei Deputati, hanno messo in copertina una delle sue più celebri frasi riguardanti le differenze sostanziali tra le democrazie e le dittature: «La democrazia anche migliore mostra tutte le sue infermità, anche le più piccole; la dittatura più nefanda nasconde al popolo anche le più gravi». E di nascondimenti il fascismo era maestro: non solo l’occultamento del cadavere del deputato socialista, vigliaccamente assassinato per metterne a tacere tanto la voce di dissenso propriamente politico quanto quella di oculato indagatore dei conti dello Stato truccati dal regime; ma pure appunto tutte le apparenze messe davanti alle realtà per distrarre l’opinione pubblica e, letteralmente, irregimentarla al volere dell’unico uomo solo al comando.

Matteotti lo premette in un suo discorso del 1921: non si ritiene uomo e parlamentare così capace nel fare discorsi al riguardo della vita politica del Paese, quanto semmai più consona gli è l’indagine tecnica e, per l’appunto, quella disanima dei bilanci, dei conti, delle cifre, dei tanti ingarbugli che vi stanno dietro e che si nascondo nelle pieghe delle descrizioni degli atti ufficiali. Nel suo cammino di giovane studente lo appassionano il diritto, le leggi, le istituzioni, tanto che si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’ateneo di Bologna. Al pari di suo fratello, si impegna inizialmente nell’indagine sui problemi sociali ed economici del Polesine e la sua vita sarà sempre caratterizzata da questo dualismo: impegno politico e studio delle questioni prettamente materiali, degli standard di vita e di sopravvivenza della povera gente.

Giacomo Matteotti

In questo contesto di rivalsa, di riscossa della classe lavoratrice e di tutte e tutti gli sfruttati, si situa una generale opposizione che Matteotti riserva proprio all’ingiustizia come forma di violenza pervicace, praticata dalla classe borghese nel suo essere strutturale al sistema capitalistico che, nei primissimi anni dopo la Grande guerra, teme la riscossa proletaria e di cui ne vede, con orrore, tutta la potenzialità nel Biennio rosso. La violenza del regime fascista si inserisce in questo quadro di incertezze costanti, di cambiamenti repentini di un ordinamento dello Stato italiano che si dimostra tremendamente fragile e che cade sotto i primi colpi dei Fasci di combattimento che si organizzano e che sono il primo nucleo del futuro PNF e poi del regime dittatoriale dell’ex direttore de “L’Avanti“. Effettivamente due saranno fondamentalmente gli uomini di cui Mussolini avrà grande timore durante i primi anni del suo governo: Matteotti e Gramsci.

Le denunce del primo incutono la paura di una smitizzazione del fascismo come movimento di grande, assoluto rinnovamento anche morale del Paese. Il duce si presenta come l’uomo della giustizia sociale, dell’onestà tanto intellettuale quanto politica. Nulla può controvertire questo delinearsi di un ritratto di incorruttibilità che si sta cucendo addosso. Ancora oggi qualche nostalgico del regime si permette di affermare che il fascismo era un principio di legalità incontestabile, che sapeva come trattare i corrotti: li sbatteva in galera e buttava via la chiave. Niente di più falso, così come false sono le asserzioni sul rispetto delle leggi e dei dettami statutari dell’allora Regno d’Italia. Il regime fascista nasce con un colpo di Stato che la monarchia non ferma. Nasce, quindi, con una violazione del diritto nel nome non di un miglioramento delle condizioni di una nazione oppressa, ma di un peggioramento dello status quo di allora.

Matteotti e Gramsci comprendono che la conquista del potere da parte del fascismo viaggia di pari passo con la prospettazione di una sempre più imbellettata immagine rassicurante proprio sul rispetto della legalità da parte tanto del capo quanto dei suoi gerarchi e delle sue bande che fanno continue scorrerie nelle case del popolo, nei circoli cattolici, nelle sedi sindacali e in quelle di qualunque associazione che promuova le libertà civili, sociali e il diritto al dissenso e, quindi, al nutrimento critico dato dalla cultura. Il deputato socialista e quello comunista lavorano costantemente nei rispettivi ambiti politici e di riferimento sociale per svelare tutte le ipocrisie del regime. Le denunciano sui quotidiani di partito, nelle sedi parlamentari, nei comizi e negli incontri pubblici.

I momenti elettorali sono quelli in cui poi la furia delle camicie nere si scatena: persino Mussolini fa fatica a trattenerle. Ha dato il via ad un processo di brutalizzazione della vita politica che si ripercuote in ogni ambito di quella sociale e civile. Non gli sfugge di mano nulla e tuttavia certi eccessi (se così si possono chiamare…) sono figli di un lavoro muscolare che è il prodotto di una esaltazione della violenza che il duce ha costantemente messo in ogni sua espressione comiziale, in molti dei suoi discorsi, lasciando così intendere che le regole valgono per gli altri. Non per i fascisti. Soprattutto se le regole si contrappongono alla volontà del duce, alla rivoluzione delle camicie nere. Il paradosso dei paradossi è che il regime, nel suo imperativo dialogo con la nazione, giorno dopo giorno, affermerà di dover usare la coercizione per “riportare la legalità” in Italia.

Filippo Turati

Soprattutto là dove questa mancava. Siamo nello stesso periodo in cui Matteotti denuncia proprio la totale mancanza di legalità nel rapporto tra la politica del PNF e una parte del mondo industriale che lo sostiene a furia di prebende, di tangenti, di sovvenzioni che rimpinguano le casse del partito, che arricchiscono molti gerarchi. La situazione diviene così intollerabile già a far data dal 1921, molto prima del consolidamento di tutto l’impianto nuovo che diverrà il dualismo tra Partito-Stato e Stato-Partito. Le proteste operaie saranno, quindi, una occasione d’oro per dimostrare di saper mettere un freno ai disordini, al sovversivismo attribuito a chi chiede pane, giustizia, libertà. Matteotti denuncerà senza mezzi termini in Aula le malefatte del movimento fascista, del regime: dalle più alte sfere ai più infimi gerarchetti di provincia.

Le indagini sui bilanci dello Stato e la sua intransigente opposizione gli costeranno la vita. Filippo Turati scriverà: «Fu di noi tutti il più giovine, il più prode, il più degno. Quindi il primo da colpire». Vi è da osservare che il delitto Matteotti scuoterà certamente le opposizioni, ma più ancora il regime fascista che rischierà il crollo, la rovina. Per un pur breve periodo si riterrà – e non a torto – che Mussolini fosse, insieme a tutti i suoi accoliti, sull’orlo della catastrofe e che la fine della sua avventura fosse dunque alle porte. L’intestazione della responsabilità di quell’omicidio a sé stesso e la “secessione dell’Aventino”, per vie traverse e certamente inconciliabili, impediranno la caduta del fascismo anzitempo. Le violenze contro cui Matteotti si era speso continueranno e diventeranno regola, nuovo diritto di uno Stato totalitario che terminerà con la rovina della Seconda guerra mondiale.

I discorsi del deputato socialista rimangono, quindi, una pietra miliare nella presa di consapevolezza del fatto che un regime dittatoriale non nasce dall’oggi al domani ma si compone di tutta una serie di fattori che vengono messi in essere con la pazienza di chi attende poi il momento buono per capitalizzare le più disparate eterogenesi dei fini; stravolgendo così ogni previsione di crisi endogena: almeno fino a quando non interverranno fattori devastanti esterni, provocati dallo stesso regime e divenuti incontrollabili. La denuncia di Matteotti è oggi, insieme alla grande analisi gramasciana, il lascito migliore per mandare a memoria sempre il fatto che i diritti non sono conquiste eterne, ma temporanee e, per questo, vanno costantemente difese. Senza dubbio alcuno, senza tentennamenti.

CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA
GIACOMO MATTEOTTI
a cura di Davide Grippa
EINAUDI, 2024
€ 13,00

MARCO SFERINI

25 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria


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