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Economia e società

Contratti pirata e dumping salariale. La misura attesa per il primo maggio

Il regalo alle grandi aziende

Come ogni anno Giorgia Meloni sta preparando un provvedimento sul lavoro da annunciare il primo maggio. A differenza delle volte scorse, non si tratta più solo di propaganda ma di sopravvivenza: la sconfitta al referendum ha segnalato lo sconforto degli italiani per la situazione economica, che il conflitto in Iran ha solo acuito. Ha convocato quindi per tempo la ministra del lavoro Calderone per un confronto sulle misure in dirittura di arrivo. Il tentativo, anticipato da Repubblica, era quello di scardinare la misura del salario minimo del centrosinistra, la legge delega sul tema scade il 17 aprile. La proposta consiste nel prendere a modello i contratti più applicati in ogni settore come riferimento per il «trattamento economico complessivo minimo» per i lavoratori sottopagati di quella categoria.

Dopo il taglio del cuneo fiscale e l’addio al reddito di cittadinanza nel 2023 e il messaggio celebrativo sui dati dell’occupazione del 2024, stavolta Meloni voleva dare l’idea di impegnarsi per «contrastare il fenomeno del lavoro povero». Solo che l’idea del governo, anche in questo caso, ha un altro fine: indebolire la rappresentanza dei sindacati confederali, in questo momento peraltro impegnati con Confindustria proprio per trovare un accordo.

A trarne vantaggio sarebbero le organizzazioni sindacali di piccola entità che firmano contratti pirata, come nel caso dei rider o degli operatori dei call center. Così come altre categorie più esposte ai fenomeni di sfruttamento e caporalato, dove le aziende spesso hanno finito per disapplicare i contratti collettivi nazionali firmati da Cgil, Cisl e Uil per favorirne altri a costo minore. Lo ha confermato il sottosegretario Claudio Durigon: «Guardiamo al modello del codice degli appalti dove si applica il contratto comparativamente più rappresentativo o quello equivalente», ha detto il leghista, già segretario dell’Ugl, al quotidiano di largo Fochetti.

Il solo riferimento all’«equivalenza», vecchio pallino di Cisal, Consal e Ugl, ha riaperto la battaglia tra il governo e i sindacati. E stavolta dall’altra parte della barricata c’è anche la Cisl. I rapporti con il sindacato amico, che non ha mai scioperato dall’insediamento dell’esecutivo, si sono raffreddati improvvisamente. L’investimento politico sull’ex segretario di via Po, Luigi Sbarra, nominato sottosegretario al Sud, ha deluso la premier in particolare per l’esito del referendum al meridione, con il voto che ha premiato nettamente il No. Ora è l’attuale guida della Cisl, finora considerata molto vicina a Meloni, a stoppare l’idea del governo che ovviamente va in danno anche alla sua organizzazione: «Giù le mani dalla buona contrattazione, nessun trattamento al ribasso può essere accettato», ha detto Daniela Fumarola.

La segretaria del sindacato ha confessato di aver letto le intenzioni di Durigon con «stupore e preoccupazione». «In un momento di difficoltà come quello attuale, giustizia sociale ed esigenze di crescita richiedono di alzare i salari medi e mediani con i contratti collettivi nazionali, esattamente il contrario della legittimazione di sindacati e associazioni datoriali che sottoscrivono contratti in dumping», ha afferma la leader della Cisl. E ha rimarcato: «Il pluralismo regolato nella Costituzione è un valore da difendere, ma non va confuso con la competizione sui costi del lavoro, che non è una merce».

«Così si favorisce il dumping», ha tuonato anche la Cgil. «È singolare: questo governo tartassa tutto l’anno i lavoratori dipendenti, poi se ne ricorda il primo maggio? Si fermi – ha detto il segretario generale Maurizio Landini – Disastri ne ha già fatti abbastanza. Non dia voce ai contratti pirata». Anche la minoranza si allarma. «Si va verso la festa del primo maggio con un programma rapace che si propone di rosicchiare i salari già poveri – ha affermato il capogruppo di Avs nella commissione Lavoro alla Camera, Franco Mari – Faremo le barricate». «L’aspetto ulteriormente negativo è che il tutto avviene con il nullaosta di alcuni sindacalisti “amici” – ha sottolineato il senatore del M5S Orfeo Mazzella – una vergogna assoluta, legalizzano lo sfruttamento».

LUCIANA CIMINO

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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