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Con parole precise. Manuale di autodifesa civile

Ogni mezzo, a seconda dell’uso che se ne fa, può essere tanto buono quanto cattivo, tanto utile quanto inutile o, peggio, deleterio tanto per chi lo adopera quanto per chi, in qualche modo, lo subisce. Vale per ciò che è propriamente materiale, quanto per ciò che, invece, è diversamente immateriale come la parola, come la scrittura. Non si può dire che siano un oggetto da utilizzare; semmai sono delle peculiarità espressive che abbiamo sviluppato nel corso dei millenni e che tutt’oggi è oggetto di accurate indagini storiche (e non solo) perché, per quanto ci siano proprie e si riferiscano primariamente alla nostra autocoscienza (dunque siano un parto della nostra intelligenza), un velo di mistero rimane sul perché l’essere umano abbia sentito il bisogno di disegnare e poi scrivere su rocce, rupi, tronchi, tavolette di argilla, papiri e poi su carta.

Ma, partendo dal presupposto che la parola da suono si è evoluta nel linguaggio mediante ovviamente l’oralità, oltre che l’ascolto degli altri suoni naturali che circondavano i sapiens più primitivi, il passaggio alla scrittura è un qualcosa di più, perché era anche probabile che non si inverasse e che l’animale umano non sentisse il bisogno di mettere nero su bianco ciò che vedeva, ciò che sentiva, ciò che apprendeva dall’esperienza che, millennio dopo millennio, cresceva in lui. Proprio perché questo salto di qualità ha avuto una importanza davvero incommensurabile nello sviluppo della specie e della sua più o meno definibile “evoluzione“, oggi che abbiamo raggiunto nuovi livelli di comunicazione molto più di massa di un tempo, tanto da poterli definire “globali“, dovremmo avere nei confronti del tramandare storie, pensieri, emozioni e quant’altro, un rispetto tanto maggiore.

Invece, un po’ come accade per altre attitudini umane che utilizzano anche dei mezzi materiali, l’utilizzo che noi facciamo della scrittura non afferisce spesso e volentieri alla preservazione della verità dei fatti e, altrettante volte, si discosta da ciò che veramente proviamo per uniformarsi ad interessi che scindono personalità da personalismo, ponendo la prima in competizione col secondo e facendo a gara a quanto più si reprime la vera natura che ci abita (nascostamente, nell’inconscio) per obbedire a convenzioni che ci impongono di scegliere tra il vero per tutti e l’utile per noi o per chi rappresentiamo (se siamo pagati). Non si fraintenda: giornali, libri, riviste, sono ancora la parte meno convulsamente presa da questa dicotomia tra pensiero e scrittura, tra scrittura e verità. Restano primi in classifica gli schermi: televisivi, dei computer, dei tablet e dei telefonini. Insomma, i moderni social o della comunicazione più repentinamente veloce.

La mediazione giornalistica, già di per sé, chiede più impegno: bisogna comperare il giornale, aprirlo, leggerlo. La comunicazione visiva (e orale) è naturalmente più diretta. Quando siamo nella pancia delle nostre mamme è sempre prima il suono che arriva al feto rispetto al resto. La scrittura, dunque, potrebbe essere meno pervertita rispetto alla parola, ma sappiamo altrettanto bene oggi che proprio dal linguaggio che cambia prende il via il cambiamento anche dello scritto: a nuovo modo di esprimersi corrisponde un nuovo modo di scrivere. Troppe volte non si fa un corretto uso delle parole: e non solamente in senso grammaticale. Qui non si tratta di cantare le lodi della calligrafia da un lato e dell’ortografia dall’altro. Qui, semmai, si tratta di avere la contezza del fatto che a parità di alfabetizzazione delle masse non vi è correlazione con uno sviluppo davvero coerente dei pensieri che sono la premessa di ciò che si scrive.

Premessa iperveloce, perché, almeno per chi è currenti calamo i pensieri che affollano la mente vengono facilmente tradotti per iscritto e, siccome è vero che la fretta è quasi sempre cattivissima consigliera, si rischia di incappare in terminologie errate, prive di una vera aderenza con quanto in realtà si vorrebbe descrivere e comunicare. L’ombra del fraintendimento è, dunque, sempre in agguato. Gianrico Carofiglio riprende un suo libro di qualche anno fa, lo riscrive per la gran parte e lo pubblica attualizzandolo, calandolo nella furibonda e caotica realtà dei tempi supermoderni: “Con parole precise. Manuale di autodifesa civile“, recentemente edito da Feltrinelli, è un prontuario molto ben documentato di tutte quelle non volute, e tante altre volte invece ricercate, ambiguità delle parole utilizzate per strumentalizzare la comunicazione. Soprattutto politica.

Oggetto di questa distorsione anticontestuale sono i cittadini tutti che, proprio perché rimangono il punto originario della delega rappresentativa parlamentare e quindi, secondo la nostra Costituzione, della formazione successiva dei governi, si cerca spesso e volentieri di avvinghiare alle proprie posizioni di partito o di coalizione con argomentazioni tutt’altro che veritiere e corrispondenti alla concreta realtà, all’oggettività dei numeri che, non meno delle parole, pur avendo come progenitrice la rigorosissima matematica (che non è mai un’opinione), possono anch’essi essere utilizzati a propria discrezione, a proprio piacere. Questo genere di manipolazioni di massa, che comunque colpiscono il singolo individuo e lo indirizzano verso una serie di prevenzioni e pregiudizialità che gli impediscono di approfondire i temi più dibattuti (a cominciare dai diritti, ma pure riguardanti i doveri), il più delle volte sono propri del populismo.

Sono, quindi, caratteristici di una arroventata dialettica di destra estrema che impone e non propone, che insegue le paure della gente e le ripropone ancora più fobicamente impaurite a chi già aveva la percezione di un pericolo in un qualcosa o in un qualcuno che, poi, non è mai l’unica ragione di un paventamento così circoscrivibile e circostanziabile. Le democrazie crollano anche sotto il peso delle crisi economiche che impoveriscono le masse e che le inducono a prendersela col più debole di turno; ma possono pure essere intaccate dalla prosopopea e dalla prepotenza di un linguaggio e da articoli, da brevi post sui social che schematizzano volutamente un accadimento e lo riducono ad un essenziale che è, nella maggior parte dei casi, il capovolgimento delle ragioni dell’uno e dei torti dell’altro.

Anche con i capitali degli industriali che lo hanno sostenuto, ma pure con la propaganda sostenuta dall’abilità di Goebbels, Adolf Hitler è riuscito a sedurre gran parte del popolo tedesco negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, adulandone i più intimi, reconditi timori su un futuro invisibile dopo il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania da parte delle potenze vincitrici la Prima guerra mondiale. Le parole tradotte nel linguaggio – diceva Carmelo Bene – creano dei guasti, dei vuoti, dei buchi incolmabili. Ed una volta che il danno è fatto, ed è passato l'”ovvio” come una sorta di moloch indistruttibile da qualunque tentativo di ragionata confutazione (vissuto come un noioso e pedante far le pulci a tutto e tutti…), risulta sempre più complicato smontare le nuove argomentazioni.

Carofiglio, riprendendo Eliot riguardo il concetto e l’essenza stessa di “verità” in chiave linguistica, letteraria e comunicativa, constata che è molto difficile poterla dire, poterla significare con parole precise, con una capacità di espressione che non tradisca l’oggettività. Poi, vi è da sottolineare che non tutte le verità sono per forza di cose uguali: un romanzo di fantasia è vero in quanto romanzo; la fantasia del suo autore è vera, ma il racconto può essere, per l’appunto, inventato o, come si legge nei titoli di testa (a volte di coda) di film e telefilm, concomitanze riscontrabili proprio con la realtà sono frutto del caso. Il discrimine sta proprio qui: mentre lo scrittore, lo sceneggiatore e magari pure anche il regista non intendono direttamente riferirsi a qualcuno o qualcosa, ma metaforizzare un comportamento, un episodio genericamente inteso, il politico populista sà bene di cosa parla e del perché lo surroga, lo artefà.

Il suo scopo è tanto evidente quanto le sue parole non corrispondono al gioco della competizione leale (ammesso che la lealtà abbia un valore universale tanto nella vita, quanto indubbiamente in politica): Carofiglio ci spinge a non accontentarci di quello che viene detto o scritto ma a saper leggere tra le righe, partendo dalle etimologie ma, soprattutto, mettendo insieme il dire e il fare, di ieri e di oggi nella prospettiva delle promesse comiziali di un domani che, come è piuttosto facile constatare, anche nella stretta attualità della politica italiana, vengono se non completamente certo tanto, tanto disattese e tradite. Si tratta di comportamenti fedifraghi di cui nessuno si ha a male, perché è un tradimento di sé medesimi: chi dall’alto di un palco afferma e poi si smentisce nei fatti, in genere giustifica in politichese il tutto e crea un disincanto tale da rendere abitudinaria questa pratica.

Proprio questa assuefazione è particolarmente insidiosa: se ci si abitua ai tradimenti della democrazia e, quindi, della sincerità che dovrebbe essere propria di una donna o di un uomo che aspira a governare l’Italia nel nome del popolo, della giustizia, della verità innervata dalle proprie proposte politiche, sociali, economiche e via discorrendo, si rischia di non riconoscere più il suono dei campanelli d’allarme che dovrebbero farci riflettere proprio sui pericoli che corre una nazione quando saltano determinati presupposti di uguaglianza, di libertà, di reciprocità dei rapporti civili e civici. Bisogna sempre diffidare degli slogan seducenti: ricordate il “milione di posti di lavoro“? Sono proprio le promesse enormi a nascondere la truffaldinità. Sono sempre coloro che promettono tutto a tutti a privilegiare la classe più forte.

Il libro di Carofiglio è un buon manuale di riconsiderazione delle nostre espressioni, del modo con cui le coltiviamo e le proponiamo ma è, in particolare modo, una ottima proposta di ascolto attento e di osservazione meticolosa tanto dei suoni delle parole quanto del loro peso nel contesto in cui vengono pronunciate. Così come sono accompagnate dalla mimica facciale, dalle gestualità, dalla ritmicità delle cadenze. Si pensi alle tante movenze di Trump, agli improvvisi acuti che si intonano nei comizi politici e nei discorsi istituzionali: nulla è fatto mai detto a caso quando si vuole veramente impressionare il pubblico. Ci sta che qualche strafalcione scappi anche ai populisti più attenti. Ma sostanzialmente quando parlano, quando scrivono hanno sempre una regia dietro.

Una regia che li dirige al meglio per sfruttarne tutte le capacità seduttrici, per farne delle icone da venerare dimenticando le vere origini dei problemi più impellenti. La “distrazione di massa” è un’arma potente e fa dei danni a volte veramente incalcolabili…

CON PAROLE PRECISE
MANUALE DI AUTODIFESA CIVILE
GIANRICO CAROFIGLIO
FELTRINELLI, 2025
€ 17,00

MARCO SFERINI

24 dicembre 2025

foto: particolare della copertina del libro


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