Marco Sferini
Comunione con le imprese e liberazione dai giudici
Benvenute, benvenuti nella nuova versione de la Sinistra quotidiana. Dopo tredici anni era giunto il momento di dare una rinfrescata al sito, di aggiornarlo – per così dire – ai tempi e, forse, di andare anche questa volta un po’ controcorrente, realizzando una grafica leggera, non urlata, non puzzleggiante, non piena ma lineare, liscia e pure anche gassata: piena di scoppiettanti bollicine che poi, alla fine, sono i nostri tanti dubbi in mezzo a quelle certezze che ci restano come retaggio ostinato dell’essere consci dell’avere ragione. Non a tutto tondo, si intende. Ma nello specifico di questioni dirimenti come: lo sfruttamento del lavoro, i salari bassi, le guerre imperialiste in Europa, in Medio Oriente e quelle che si paventano in Asia… E molto altro.
Insomma, abbiamo ragione nel dire che la ricchezza va differentemente distribuita, che il capitalismo e il neoliberismo sono da superare. Ma avere ragione non basta. Occorre costruire quei rapporti di forza necessari per muovere le leve del mutamento, per cambiare davvero e per stabilire, se possibile, una linea di non ritorno del passato e, in questo caso, anche del presente. Questo sito, come sapete, è fatto per pura passione, per voglia di esprimersi, di manifestare liberamente le proprie opinioni. Non sempre, nemmeno tra noi che lo facciamo, siamo del tutto concordi su quelle grandi questioni del nostro tempo: c’è chi è più critico su questo o quel punto, chi meno. Ma raramente il livello della critica arriva a zero o sottozero.
Perché la prima consapevolezza sta proprio nel fatto che l’anticapitalismo rimane un punto fermo da cui partire per disarticolare i fatti: non c’è compromesso col sistema delle merci e dei profitti. Non ne esiste uno buono. E non esiste nemmeno, come ha detto Giorgia Meloni al Meeting di Rimini poche ore fa, un mondo dell’impresa che consideri, con una benevolenza che la Presidente del Consiglio ha lasciato pelosamente intravedere nelle sue mielose parole, le proprie risorse un valore umano aggiunto. Ma sempre, soltanto della forza-lavoro da impiegare, sfruttandola: Marx ci insegna – e nessuno lo ha mai potuto smentire, perché il sistema capitalistico così funziona… – che senza abuso delle maestranze non c’è plusvalore e, quindi, non c’è profitto.
Ma Giorgia Meloni, è ovvio, evidente e deve essere così, fa il suo mestiere di postfascista prestata al compatibilismo neoliberista, neoatlantista e neocoservatore per mantenersi saldamente al governo di una Italia in cui persino Salvini ricorda alla premier che i salari sono fermi da troppo tempo e che la crescita che lei descrive, con tutti i nessi e connessi privilegi del poter mettere sù famiglia e giovarsi di bonus e prebende per un nuovo “Piano casa Italia“, è da ridimensionare alquanto. Non lo afferma esplicitamente il vicepremier, ma tra le righe delle ultime dichiarazioni governative si può leggere anche e soprattutto questo. Da molti anni l’incontro organizzato dai cattolici conservatorissimi di Comunione e Liberazione è il trampolino di lancio della nuova stagione politica.
Giorgia Meloni ne approfitta per esercitarsi e riprendersi la scena dopo l’estate con un discorso veramente retorico in cui si magnifica un’Italia che, ammesso che creda a quel che dice, non c’è proprio, non c’è per niente. Cita tutto e tutti, passando per Eliot e ovviamente don Giussani. Cita sé stessa, promette cifre di bilancio su voci di spesa sociale che nessun broker inglese scommetterebbe possibili. Fa una sorta di autocritica sull’Europa, plaude a Draghi quando lamenta il poco protagonismo del Vecchio continente e non fa mistero alcuno di gradire l’interpretazione che di lei si dà quando il presidente della fondazione del Meeting ne fa uno sperticato panegirico soprattutto sulla proiezione estera del governo.
Ed è sostanzialmente così: nessuno di noi avrebbe puntato una fiche sul tavolo da gioco della roulette dell’esecutivo melionano in materia di politica estera. Invece, dati i molti cambiamenti della scena internazionale, il riavvento di Trump alla Casa Bianca e lo spostamento sempre più a destra della maggioranza che regge la Commissione europea, Giorgia Meloni non è apparsa come un pesce fuor d’acqua, una leader sola tra tanti liberaldemocratici che la tenevano a debita distanza. La Presidente del Consiglio non dice la verità sullo stato dell’economia del Paese: i conti sono in ordine? Nemmeno poi tanto e, in particolare, se lo sono parzialmente è per la presenza dei fondi di strozzinaggio del PNRR di quell’Europa che doveva essere la mortale nemica dei sovranisti e che solo Salvini rimane a fronteggiare con proposte bislacche come il “ritorno alla CEE“.
Al netto della logica captatio benevolentiae sulla trita e ritrita questione della famiglia tradizionale, della natalità e dell’abominio del gender nei confronti della platea compiacentissima che le tributa l’omaggio con alzata in piedi e battimani a profusione, l’Italia del bengodi meloniano cozza contro i numeri nudi e crudi, con una povertà incedente, con i buoni propositi cristianissimi che si vanno ad infrangere sui muri dei centri di detenzione in Albania, passando per grate, fili spinati, frantumandosi in tanti piccoli ignobili pezzi di un disumanismo che fa data non da oggi, bensì dall’affondare le navi e dal blocco navale totale che la premier strillava a pieni polmoni dai banchi dell’allora opposizione.
I toni da comizio vanno bene per la platea di Rimini, ma per il mondo del lavoro sono acqua fresca e aria fritta. Ne è prova Durigon, il sottosegretario del “Parco Arnaldo Mussolini“, dell’UGL che stipula contratti capestro per i riders, salviniano a tutto tondo che propone l’utilizzo del Trattamento di fine rapporto (popolarmente detto: liquidazione) per l’uscita dal mondo del lavoro nella più piena flessibilità possibile. Si mandano a casa i lavoratori non facendo leva sulle imprese, ma sul salario differito dei lavoratori stessi! Sarebbe questa l’idea di socialità degli ex missini, del neosovranismo italiota meloniano? Anche i sassi sanno che Fratelli d’Italia è, nella compagine di governo, il punto di (dis)equilibrio interclassista a favore del padronato per garantire i privilegi e non certo i salari più alti.
Invece di toccare il TFR, perché non mettono mano ai grandissimi profitti fatti tanto dalle banche quanto dalle imprese e da cui non si riesce a cavare un soldo per finanziare i bisogni sociali? La domanda è volutamente retorica, se vogliamo tristemente e amaramente ironica. Non lo fanno e non lo faranno mai perché la loro missione, per l’appunto, non è quella di tutelare chi sta peggio, ma di garantire chi sta meglio e meglio ancora di sta soltanto meglio. Non c’è da stupirsi del tributo offerto dal Meeting di CL a Giorgia Meloni: lei oggi rappresenta il meglio che si può trovare sul mercato della politica italiana per tenere insieme ceto medio, imprese e alta finanza. Oltre, naturalmente, alla piena adesione ad una economia di guerra che è la nuova struttura fondatrice di questi tempi.
Il governo della donna, madre, cristiana non dice una parola che sia una sull’interruzione dell’invio di armi nei teatri di guerra. Biasima Israele per quello che persino agli occhi di questi iperconservatori, neonazionalisti amici dell’interventismo sempre e comunque è un eccesso brutto e per niente buono, ma poi non fa un passo oltre. Non riconosce, seppure formalmente, lo Stato di Palestina, non interrompe le relazioni con quello ebraico e permette che i commerci proseguano. S’è capovolto il mondo. Ma male, molto male. I postfascisti, eredi del missinaggio repubblichino che odiava i semiti, oggi sono i migliori amici di quello che un tempo avrebbero chiamato sprezzantemente il “giudaismo internazionale“. Giorgia Meloni davanti alla platea riminese trascende sé stessa, estatica proclama che l’Italia è oggi «una nazione forte, fiera, schietta e leale».
Forte con i deboli al suo interno, fiera di un autoritarismo di governo che umilia la democrazia e il Parlamento, schietta questo sì, tanto da rasentare l’affronto contro chi non la pensa al pari della maggioranza istituzionale e, indubbiamente, leale al trumpismo, all’atlantismo, al peggio del peggio che oggi c’è su piazza in quanto ad inviluppo totalizzante. C’è, nonostante tutta la protervia, l’esibizione muscolar-mascellare di certezza e lo sgranare gli occhi con ducesca propensione estensiva del viso in avanti, qualche fastidioso prurito che agita i sogni di gloria della destra estrema di governo: sono i magistrati. L’attacco contro i giudici dovrebbe inorridire, dovrebbe quanto meno far rumoreggiare una platea di sinceri democratici. Invece no. Applaudono ancora più convintamente. Comunione con Meloni e liberazione dalla cricca di togati che intendono mettere i bastoni tra le ruote.
Scocciatori che vogliono – dice la prermier – impedire al governo di far applicare la Legge e al Parlamento di poterla liberamente fare. Chi ha un minimo di sguardo critico verso la presente azione delle Camere, si è potuto rendere perfettamente conto della loro miniaturizzazione politica, del loro essere divenute una appendice dell’esplicito volere governativo, dell’assenza pressoché totale di dibattito nel Parlamento e, soprattutto, nel Paese su temi che sono di straordinaria, potente importanza per il mantenimento di una democrazia di cui alle destre postmissine interessa davvero poco. Giusto quel tanto di formale per poter sembrare liberali in tempi di liberismo, costituzionali in tempi di premieratismo.
La manovra di bilancio è alle porte, i soldi mancano e Giorgetti lancia l’unica proposta condivisibile: bussare alla porta delle banche che hanno fatto 64 miliardi di introiti negli ultimi tempi. Tajani stoppa, Meloni pure. I soldi si prenderanno dai soliti noti. A cominciare dal TFR dei lavoratori per fare andare in pensione i lavoratori. Una vergogna non tutta italiana, ma di sicuro questo governo antisociale, anticivile e autoritario ne può reclamare sacrosantamente i più indecorosi diritti.
MARCO SFERINI
28 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














