Connect with us

Hi, what are you looking for?

la biblioteca

Cittadini del mondo

Il problema democratico è, in fin dei conti, un grande tema pluridisciplinare che, infatti, investe antropologia, sociologia, cultura in generale, politica, economia e persino la scienza. Questo perché dal concetto e dalla pratica dell’antico prodotto della Grecia classica si è passati, nel corso dei millenni, ad una traduzione veramente quasi infinita di forme di democrazia che si sono riconosciute più che altro in sé medesime e si sono proclamate tali ma che, almeno stando all’orginale, vi avevano francamente molto poco a che vedere e fare.

Tuttavia, se δημοκρατία (“democrazia“, per l’appunto) significa “potere del popolo“, è legittimo ritenere che quasi mai si è avuta una piena simbiosi tra vertice e base, tra rappresentati e rappresentanti in una forma che abbia superato sé stessa divenendo sostanza e, dunque, un governo di un qualche paese, di una qualche nazione sia corrisposto esattamente ad un controllo popolare in sé e per sé, senza altra interferenza in merito. Non c’è, salvo qualche piccola parentesi rivoluzionaria (come piccole repubbliche sparse qua e là dopo le grandi rivoluzioni antiassolutiste, come quella romana di Mazzini, come la Comune di Parigi del 1871) nessun riscontro in questa direzione sul piano storico.

La democrazia è modernamente intesa come un passo in avanti che fa scavalcare i regimi in cui i parlamenti erano subordinati al volere dei sovrani, per approdare ad un equilibrio impostato su una più aggiornata divisione dei poteri illuministicamente tradotta nella separazione tra legislativo, esecutivo e giudiziario per evitare novelle espressioni di un autoritarismo ben riconoscibile per provenienza storica, per imposizione nel nome anche della Nazione ma, soprattutto, di Dio. La democrazia, quindi, è, dopo la grande nascita che conosce nell’Ellade antica, una novità che si affaccia sulla scena dell’Europa e del mondo a partire dalle rivoluzioni contro i sovrani che negavano alla borghesia il suo posto nella nuova società.

Cromwell in Inghilterra, Washington in America, i rivoluzionari francesi nella Parigi di fine Settecento e poi il salto, dopo la reazione restauratrice del Congresso di Vienna, alle epopee del Quarantotto-Quarantanove. L’innesto sociale in queste espressioni di massa, totalmente rivolte ai diritti civili ed umani e fondate su una base di rivendicazioni popolari che, però, non spingevano i liberali e democratici di allora a mettere anche solo in forse il sistema capitalistico emergente e globalizzante, avviene sulla fine dell’Ottocento e a cavallo del nuovo secolo grande e terribile. Qui la democrazia, come concetto, è ormai aderente, nel suo significato più genuino, necessariamente messa in correlazione con il capovolgimento dell’ordine costituito.

Non si tratta più di semplici passaggi da una forma ad un altro di uno Stato: dalla monarchia costituzionale alla repubblica altrettanto tale. Si tratta semmai di fare della democrazia il presupposto per un ulteriore salto di qualità nella sempre maggiore quantità di coscienze critiche che si rendono conto del malessere in cui vivono e della crescente divaricazione tra povertà diffusa e ricchezza contenuta. Socialismo e democrazia diventano, se non proprio sinonimi, sicuramente un binomio su cui si vanno fondando anche correnti politiche che puntano, però, ad un riformismo che fa a pugni con la naturale conseguenza dell’analisi marxiana: la rivoluzione.

Lo squadernamento dell’esistente è necessario per farla finita una volta per tutte con il capitale, con la struttura che fomenta la diseguaglianza e che impedisce alla democrazia (propriamente al “potere popolare“) di esprimere il suo potenziale riattualizzato in una rivoluzione della redistribuzione delle forze con cui si organizza la produzione su scala ormai mondiale. L’Europa fino a quel momento ha conquistato il mondo e non ha “esportato” la democrazia, ma regimi coloniali che hanno succhiato il sangue ai popoli sottomessi, li hanno depredati delle risorse delle terre in cui sono nati, cresciuti e morti per secoli. Ha schiavizzato e non liberato.

L’Europa dell’Ottocento non è la portatrice nel mondo di valori di libertà, uguaglianza e fratellanza. Le rivoluzioni sono state messe da parte; si è guardato ai profitti e si è fondato sul capitalismo più radicale un espansionismo a tutto tondo che sarà – che anzi è già – la premessa chiara e netta dell’immediato futuro imperialistico che prenderà campo con le guerre mondiali, con la fine delle stesse e con il proseguimento dell’opera di spartizione delle zone del pianeta entro il perimetro del bipolarismo stabilito tra le grandi potenze: tra USA e URSS. Qui il processo democratico si differenzia ancora una volta da zona a zona: nell’Europa postbellica nascono le costituzioni migliori.

Ed è in questa fase che si può inserire, almeno cronologicamente parlando, il lavoro di un attento studioso come Daniele Archibugi, intitolato “Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica” (Il Saggiatore, 2009). L’idea di una estensione praticamente mondiale del potere popolare qui è indubbiamente proposta seguendo una logica che intende sviluppare sovrastrutturalmente le dimensioni istituzionali, pur tenendo conto, senza ombra di dubbio, del contesto più generale dettato dalla struttura economica (per dirla marxianamante). Il cuore della proposta di Archibugi è un tentativo di trovare una risposta chiara e praticabile su scala globale ai tanti drammi di portata vastissima che attanagliano i continenti, le nazioni in essi contenute e i popoli che sono costretti a fronteggiarsi.

Il Novecento si era praticamente chiuso cronologicamente con una apertura di matrice progressiva (non sempre progressista): dalla caduta del Muro di Berlino al superamento di vecchi colonialismi che ancora dominavano in società ormai pronte ad un multiculturalismo, ad una propria emancipazione sulla base di nuove congiunzioni di svariato tipo, a cominciare dall’incontro di etnie che innovavano il concetto stesso di “nazione“. La fine del bipolarismo delle due superpotenze aveva, altresì, permesso di sperare in un multipolarismo in cui sarebbero emerse nuove contraddizioni per il sistema capitalistico, così da permettere un ulteriore sviluppo democratico a scapito delle concezioni privatistiche nemiche dei beni comuni e, quindi, di una idea innovata e rinnovata di partecipazione popolare e sociale.

A quasi due decenni dalla pubblicazione di questo prezioso saggio, la situazione globale ripropone come urgentissima non solo la domanda di democrazia ma, anzitutto, il quesito su come oggi si possa pensare ad una rivalutazione della stessa in mezzo ad un avanzare dei populismi, dei neoautoritarismi che stanno facendo deflagrare gli impianti democratici più collaudati come quello statunitense, pur con tutte le sue storture e contraddizioni altrettanto secolari. Entra oggi in crisi quell’idea di cittadinanza globale che era invece stata un prodotto della orrorifica tragedia delle due guerre mondiali novecentesche e che aveva indotto a pensarsi come abitanti di un pianeta prima ancora di una singola nazione.

Oggi, invece, i nazionalismi riemergono in una competizione globalizzata in cui il mercato assume una postura disinvoltamente neoimperialista quando è obbligato al confronto dei poli emergenti in un multilateralismo che non ha indotto alla dialettica equilibrata ma, come c’era da attendersi nello scontro tra le forze con le meno-forze e con le nuove debolezze crescenti, ha dato adito a crescenti diseguaglianze e sta gestendo la fase seguendo la via della divaricazione tra est ed ovest e, non di meno, tra nord e sud del mondo. Si ripropongono vecchi schemi, se ne aggiornano altri, se ne inventano di nuovi per mettere al centro della questione non la libertà nell’uguaglianza, ma la libertà finta nella diseguaglianza più vera che mai.

Più che mai oggi ha ragione d’essere la proposta fatta da Archibugi di un ripensamento delle grandi organizzazioni internazionali a partire dall’ONU che, tuttavia, hanno bisogno di una prospettiva di più ampio raggio per potersi rigenerare e per poter ritrovare un loro posto nelle diatribe tra gli Stati i cui specifici interessi vanno ricondotti ad un più generale interesse planetario. Per questo nel libro si propone di avvicinare i differenti piani con nuove istituzioni globali capaci di mediare non solo le controversie ma di mettere a valore le sinergie economiche seguendo il viatico di un confronto che non tralasci affatto la questione economica e finanziaria. La “democrazia cosmopolitica” così diviene sinonimo del pensarsi oltre i confini delle piccole patrie.

Per quanto grandi possano essere, le singole nazioni devono fare i conti con un piano di espansione che le trascende, che impedisce loro, ammesso di non essere come Stati Uniti, Cina o Russia, una concorrenzialità capace di garantire livelli di esistenza (in senso molto lato) più che dignitosi. La ricerca della pace su scala planetaria può apparire oggi, molto più di qualche decennio fa, una vera e propria utopia. E, oggettivamente, è così se si sta soltanto al livello dell’osservazione dei rapporti di forza tra i poli e le aggregazioni degli interessi, così come tra quelli delle classi sociali. Tuttavia senza una premessa inerente la limitazione degli attuali ambiti di intervento da parte dei singoli paesi, non si potrà pensare ad uno sviluppo inarrestabile.

La crisi climatica impone degli stop che, però, non vengono rispettati. L’utilizzo sfrontato e continuo delle risorse del pianeta pone il problema del che fare una volta che queste saranno esaurite e l’ecosistema sarà ampiamente e irrimediabilmente compromesso per l’esistenza della vita dell’animalità tanto umana quanto non umana sulla Terra. Le domande di Archibugi sono più terra a terra ma non sono banali: in sostanza, come possiamo noi cittadini del mondo, per l’appunto, diventare in questo contesto parte agente, parte fattiva, parte concretamente rivoluzionaria (se è concesso l’uso e l’abuso del termine…)? Oggi – riflette Archibugi – non esistono dei veri strumenti istituzionali capaci di permettere ai popoli di esprimersi in questa direzione.

I cittadini sono passivi spettatori di processi democratici più che altro artefatti, drogati e alterati da armamentari legislativi con cui si surclassano le basi più genuine della rappresentanza popolare, della delega data a chi dovrebbe nei parlamenti essere il portavoce di determinate istanze, di proposte fatte e, poi, mai veramente portate avanti in sede di dibattito e confronto tra maggioranze e opposizioni. Il senso stesso della democrazia partecipativa qui è frustrato da quella che si potrebbe definire una “cambiale in bianco” data dall’elettorato ad un parterre politico che si muove a seconda delle proprie convenienze e non del bene comune. Quindi, così stando le cose, la democrazia è ridotta ad un’allucinazione da cui si viene abbacinati mediante propagande fondate sul niente.

La reinvenzione della democrazia è – scrive Archibugi – una priorità ed è impensabile senza una ricollocazione dei poteri che, come è ovvio, non si lasciano trascinare in questa avventura senza resistenze di una certissima importanza… La questione della “forza” è proprio uno degli elementi centrali che riguardano il ripensamento del processo e del sistema democratico. Molte volte la negazione dei diritti fondamentali è arrivata a sostanziarsi come potere politico dominante grazie all’abuso della democrazia stessa. Non solo i fascismi novecenteschi ne sono la prova, ma anche il trumpismo di oggi, clamorosissima evidenza di una torsione neoautoritaria della patria del democraticismo più che moderno.

L’esemplarità dell’originale che viene decostruito e dismesso offre il la ad altri populismi per fare lo stesso in Europa, in America Latina e in altre parti del mondo. La “democrazia cosmopolitica” di Archibugi è, anzitutto, una proposta di integrazione e di limitazione al tempo stesso delle prerogative dei singoli Stati, nel nome di una nuova strategia globale di sostenibilità sovrastrutturale anche in presenza delle tante diseguaglianza persistenti nella loro ostinata esistenza legata al presupposto del privilegio di classe. Aggiungiamo noi queste chiose marxiane che, tuttavia, non contraddicono le idee espresse nel saggio in questione ma, ci sembra, le sostengono e danno loro un attualissimo vigore.

CITTADINI DEL MONDO
VERSO UNA DEMOCRAZIA COSMOPOLITICA
DANIELE ARCHIBUGI
IL SAGGIATORE, 2009
€ 20,00

MARCO SFERINI

11 febbraio 2026

foto: particolare della copertina del libro


Leggi anche:

Written By

REFERENDUM

CHI SCRIVE








SOTTO LA LENTE

Facebook

TELEGRAM

NAVIGA CON

ARCHIVIO

i più recenti

Marco Sferini

Visite: 131 Se la realtà ci sta sfuggendo di mano o, per meglio dire, sta sgusciando tra le prese dei potenti di turno che...

Politica e società

Visite: 37 La presidente del Consiglio non si presenta in Aula per riferire sulla crisi mediorientale, preferisce parlare ai microfoni di Rtl. Il ministro...

Marco Sferini

Visite: 260 Ci ha insegnato don Lorenzo Milani che l’obbedienza, già negli anni del secondo dopoguerra, non andava più considerata come una virtù in...

Iran

Visite: 51 La candidatura a Guida Suprema di Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, è senza precedenti e anzi va anche contro i voleri dei...

Advertisement