Marco Sferini
Chi blandisce e chi parla chiaro sulla controriforma di Nordio
Se i toni usati da Giorgia Meloni nei quasi quattordici minuti di video – appello al voto per la conferma della controriforma sua e di Nordio fossero stati quelli utilizzati magari prima in Parlamento e poi durante la campagna referendaria dai suoi esponenti, si sarebbe potuto discutere differentemente sulle ragioni stesse della modificazione costituzionale invece pretesa dalla maggioranza con un voto che ha praticamente eluso ed escluso il dibattito nelle Camere.
Ma la captatio benevolentiae di quel tono pacato e disponibile alla spiegazione certosina e semplice della “riforma” è evidente e, in parte, anche comprensibile per chi tenta di recuperare qualche punto in percentuale rispetto a sondaggi che danno un recupero delle posizioni del NO rispetto al SÌ e, quindi, una situazione molto incerta quasi in prossimità del voto stesso. La realtà è che il governo ha fatto di tutto per fare in modo che, su un tema così importante (e anche molto, molto tecnico e difficilmente comprensibile per la maggioranza della popolazione, per – diciamo così – il “cittadino medio“), si giungesse ad una chiamata al voto referendario, forzando sui tempi di approvazione della riforma costituzionale per operare ulteriori forzature.
Quali? Anzitutto quella di sottoporre al giudizio delle cittadine e dei cittadini non tanto la questione in sé e per sé ma una sorta di conferma o smentita di medio termine del lavoro svolto dall’esecutivo meloniano fino a qui. Dopo tre anni e mezzo il bilancio è quasi d’obbligo e, puntando sulla ripresa di una storica lotta della destra berlusconiana (nonché di vecchi settori eversivi come quelli della P2), facendo leva sul sentimento popolare contro i giudici politicizzati, tutti di sinistra, lamenta che la magistratura fornisce «interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione».
Vi sarebbe quindi un disegno dei magistrati volto ad impedire all’esecutivo di esercitare le sue funzioni su determinate materie. Come mai questa affermazione, fatta a ridosso dell’otto marzo scorso, non compare nel video dei quasi quattordici minuti? Chiaro: non c’è perché quel messaggio è il blandimento pensato per essere rassicurante, per smentire tutte quelle cattive supposizioni sul fatto che questa controriforma miri, in sostanza, a depotenziare il ruolo autonomo della magistratura e a porla nell’area di attrazione e di controllo di Palazzo Chigi.
Meloni garantisce pacatamente: non c’è nessun rischio di illiberalità, di retrocessione della democrazia, di inedia dei diritti di ciascuno e di tutti. Però, fuori da questo schema rassicurantissimo, da questo spottone della buona politica di una destra rispettosa della Costituzione e della divisione dei poteri dello Stato, torna e ritorna la prima preoccupazione della maggioranza: comandare e non governare. Questo è quello che a cui la modificazione di sette articoli («pochi», sostiene la Presidente del Consiglio, ma non è tanto sulla quantità che si deve ragionare, bensì sulla qualità dell’intervento…) punta.
Consentire all’esecutivo di avere meno lacci e lacciuoli possibili, meno controllo da parte di quel potere che è lì per controbilanciare gli eccessi quando questi sono manifestamente tali; ossia quando oltrepassano il limite delle leggi e, nello specifico, del perimetro della Carta costituzionale. In Gran Bretagna il re regna ma non governa, in Italia il governo governa ma non comanda. Perché la sovranità non gli appartiene se non nei termini stabiliti dalla Costituzione e nulla più. La concezione, invece, che le destre hanno del potere è di una appropriazione a tutto tondo e non di una spartizione equipollente nella funzione gestionale dello stesso.
Giorgia Meloni sciorina una riforma che, se approvata, metterebbe fine alle spartizioni correntizie, all’ideologizzazione delle stesse, alla settorializzazione di una composizione del Consiglio Superiore della Magistratura che, di fatto, non esisterebbe più perché scomposto in tre differenti assemblee: i due CSM per pubblici ministeri e giudici e poi l’invenzione dell’Alta Corte con la funzione giudicante. Parla di efficientamento della giustizia, di modernizzazione della stessa, del sorteggio dei membri dei CSM come di una sorta di panacea di tutti i mali che fino ad oggi hanno afflitto la giustizia stessa.
Ma il punto fondamentale non lo affronta: perché la maggioranza non ha prima di tutto fatto una legge ordinaria per modificare la regolamentazione e il funzionamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura? Perché ricorrere alla modifica costituzionale e, di più, farlo in solitaria, blindando il testo portato al Senato e alla Camera e impedendo quindi qualunque emendamento persino da parte dei propri senatori e deputati? Perché questo “prendere e non lasciare“? Del percorso che porta al referendum confermativo la premier non parla praticamente mai in quattordici minuti di sorrisi condiscendenti.
Quell’iter è di per sé una chiara evidenza del fatto che il cambiamento costituzionale fatto a colpi di maggioranza è una imposizione e non una condivisione con una parte del Parlamento che rappresenta metà di tutte e tutti coloro che sono andati a votare nel settembre 2022 e forse anche qualcosa di più, visto che Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno solo la maggioranza relativa nelle Camere, ampliata a colpi di premi stabiliti dalle leggi elettorali e non dalla volontà popolare. Il timore di essere smentita nelle urne è lampante. La politicizzazione della campagna referendaria ora, per lei, diviene necessaria: un referendum sulla sua persona, sulla sua azione di governo.
Può, e speriamo sia, un boomerang, perché fino ad ora il Parlamento è stato mortificato nelle sue prerogative, usato come un luogo in cui si ratifica e non si formulano più leggi sulla base delle discussioni tra le varie forze politiche, anche al di là degli schieramenti. I voti di fiducia (ben cento in poco più di tre anni!) hanno spogliato del ruolo primario e centrale nella vita dello Stato le due Camere e ne hanno fatto delle aule da eco del governo. L’altro potere compensativo, quello magistratuale, si tenta ora di metterlo in riga eliminando la sua costituzionale funzione autonoma, addirittura di autogoverno mediante il CSM, così come stabilito da madri e padri Costituenti della Repubblica.
Ma, la prova che quanto afferma Giorgia Meloni è solamente un imbellettamento delle vere ragioni della controriforma Nordio, è data dalle dichiarazioni dello stesso ministro prima (quando ammise che questa modifica costituzionale potrà servire al governo di turno, anche se dovesse tornare ad essere la sinistra l’inquilina di Palazzo Chigi…) e oggi da quelle della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Nel corso di un dibattito su una televisione locale, ha affermato, voce dal sen fuggita: «Votate sì che così ci leviamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione».
A parte l’italiano rabberciato, proprio da chi è in preda alla voglia di dire quello che sinceramente pensa e non riflette sulle conseguenze di ciò che dice, se una importante collaboratrice del ministro della Giustizia si esprime così non lo fa certo per gettare discredito sulle parole di Meloni che, invece, vorrebbero – negli ormai famosi e fatidici quattordici minuti di video – rassicurarci sull’esatto opposto: giustizia che funziona, giudici liberi di giudicare, PM liberi di accusare senza influenzarsi a vicenda, e via discorrendo… Inutile cercare una giustificazione alla proprie parole scappate di bocca…
Dicevano Orazio e Metastasio per l’appunto: «Voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale; non si trattien lo strale quando dall’arcio uscì». Non è che il guaio è fatto, almeno non per chi ha ben chiaro che, qualunque cosa possa affermare Giorgia Meloni, la sostanza della controriforma non muta negli effetti che avrebbe se approvata: la disintegrazione del CSM come organo di autogoverno della Magistratura stessa, una perdita quindi di autonomia e di indipendenza di cui si avvantaggerebbe il potere politico. L’esatto contrario rispetto a ciò che la Presidente del Consiglio afferma e sulla cui base intende far poggiare una riforma da cogliere come un’occasione al volo.
Loro sanno, infatti, che le combinazioni delle condizioni perché questa occasione di mettere al centro il potere governativo, sbilanciando gli altri poteri dello Stato, dando un colpo fortissimo all’impianto costituzionale nel suo insieme, spingendo verso la deriva premieristica, surclassando l’attuale centralità del Parlamento nella Repubblica, si è presentata in questa fase e difficilmente in tempi brevi potrà tornare a realizzarsi. Perché i consensi così ampi la destra-destra non li ha mai veramente avuti. La tentazione di mettere mano quindi alla Costituzione nel suo insieme è fortissima.
Autonomia differenziata, premierato e controriforma della giustizia sono parte di uno stesso disegno di alterazione della democrazia formale e sostanziale, dell’equilibrio tra i tre poteri dello Stato, mirando così al sogno delle vecchie destre eversive di avere un Paese in cui sia il governo al centro di tutto e non il Parlamento: da un logica liberale e democratica ad una logica illiberale e autoritaria pur fingendo di rispettare la democrazia. Pieno stile orbaniano. Un anno fa Giorgia Meloni invitava ad andare altrove, piuttosto che alle urne, quando si tenevano i referendum sui quesiti riguardanti il miglioramento delle condizioni di lavoro.
Oggi invece fa del voto quel valore che per noi, invece, ha sempre: la partecipazione per la decisione. Ma per decidere bisogna conoscere non solo le questioni come espresse dalla superficie delle parole (che non necessariamente è superficialità): occorre contestualizzare le stesse, cercare di comprendere perché questa legge di modifica costituzionale è così importante per la destra che se la approva da sola in Parlamento e che rifiuta quindi un cambiamento delle più alte regole di definizione di uno dei tre poteri dello Stato fatto dall’intero arco delle forze politiche presenti nelle Camere.
La controriforma di Nordio e Meloni non è “neutra“, non è fatta per valorizzare il ruolo della Magistratura in sé e per sé: ha uno scopo che le deriva da una conformazione ideologica ben precisa. Quella di una destra che privilegia il controllo e l’acquisizione del potere piuttosto che la sua interpretazione e la sua gestione nella pratica dei ogni giorno. L’obiettivo è andare oltre il “governare” per “comandare” davvero: il che significa dover rendere conto sempre meno a qualcuno che ha il compito di chiedere spiegazioni nel nome della Legge e del Popolo sovrano. Si vogliono servire del consenso popolare per ridimensionarlo sempre più.
Lo hanno già messo in pratica con i decreti sicurezza, con le limitazioni delle libertà e dei diritti nel manifestare e nell’esercitare il diritto di critica. Passo dopo passo limitano sempre di più la possibilità di obiettare e di organizzarsi per estendere le obiezioni e farle senso comune, opposizione e alternativa al presente stato di cose. Votare NO alla controriforma di Meloni e Nordio è stabilire un criterio: chi tenta di sovvertire la democrazia va fermato. Subito e senza alcun indugio. Il 22 e il 23 marzo abbiamo tutte e tutti ancora il potere di farlo. Facciamolo.
MARCO SFERINI
10 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














