Cgil: «Nessun accordo sui voucher: legge o al voto»

Referendum. Nell’ipotesi della Camera rientrano le imprese con zero dipendenti e il settore pubblico. La segretaria Camusso oggi incontrerà il ministro Poletti, con Cisl e Uil. Sul piatto anche un decreto

Grande è la confusione sotto il cielo dei voucher e il Parlamento non ha ancora trovato la quadra per una legge che possa rispondere al quesito referendario proposto dalla Cgil. Anche ieri, alla vigilia dell’incontro tra governo e sindacati, si rincorrevano diverse ipotesi, ma la Commissione Lavoro della Camera – con la relatrice Patrizia Maestri (Pd), incaricata di definire una sintesi – si è impegnata a presentare la bozza definitiva entro oggi. La segretaria del sindacato, Susanna Camusso, ha comunque messo le mani avanti: il tema non si può dirimere con un semplice accordo sindacale, da raggiungere al tavolo con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, serve una legge.

«E’ un accordo fantomatico, non è neanche pensabile. Semmai devono pensare a una legge», ha spiegato infatti Camusso a chi le chiedeva un commento sull’incontro di oggi con il ministro Poletti. «Domani (oggi per chi legge, ndr) – ha aggiunto la leader Cgil – ci incontreremo per parlare di ammortizzatori sociali e poi vedremo».
Il faccia a faccia di oggi con il governo, infatti, non ha all’ordine del giorno il tema dei voucher, né d’altronde si è mai aperto un tavolo sul tema. Come ci spiega Tania Scacchetti, segretaria confederale del sindacato con delega al mercato del lavoro, «la Cgil ha proposto un referendum al Paese, sui voucher come sugli appalti, quindi una eventuale risposta può venire soltanto da una legge. L’argomento non è oggetto di una trattativa, non ci sono piattaforme che si discutono con la controparte. Qui abbiamo davanti innanzitutto il voto dei cittadini, chiamati a esprimersi, e non a caso da oltre 40 giorni chiediamo che venga fissata una data per la consultazione».

Se il faro è il quesito referendario, che chiede l’abrogazione totale dello strumento così come via via si è affermato (133,8 milioni di ticket utilizzati l’anno scorso, in buona parte da grosse aziende), c’è poco margine per soddisfare il proponente e l’eventuale legge dovrà essere perciò molto restrittiva.

Nonostante questo, la fisarmonica delle possibilità fino a ieri sera era ancora abbastanza ampia: sembra che siano rientrate le imprese come possibili utilizzatrici, facendo tramontare l’ipotesi più restrittiva che voleva limitare l’uso alle sole famiglie. Sarebbero però imprenditori con zero dipendenti: dal bar al piccolo artigiano, ma attenzione si calcola che in Italia siano oltre 2,5 milioni. Si pensa comunque a limitare la soglia di reddito annuale (fino a 3 mila euro per lavoratore, duemila per ciascuna impresa rispetto allo stesso addetto), di differenziare il costo del ticket tra famiglie (10 euro) e imprese (15 euro, così da garantire paghe più alte e maggiori contributi).

Dovrebbe essere chiara la platea di riferimento: l’ipotesi Damiano/Maestri, più restrittiva, limiterebbe l’uso a studenti, pensionati,disabili, disoccupati da oltre sei mesi, extracomunitari regolari, per tutti i settori di attività, escludendo quelli a rischio sicurezza come l’edilizia. Ncd e Lega premono però per far rientrare tutti i lavoratori. Formulazione, quest’ultima, che riporterebbe il contatore praticamente punto e daccapo, con voucher dilaganti ovunque. E immaginiamo la Cassazione chiedere alla Cgil se una simile legge possa soddisfare il quesito: il No sarebbe più che ovvio e si andrebbe dritti al voto.

Ulteriore elemento: si aprirebbe anche all’uso nella pubblica amministrazione, «ma non per la gestione dell’attività ordinaria – ha spiegato la stessa relatrice Maestri – ma solo per eventi naturali straordinari e manifestazioni straordinarie o di carattere solidaristico».

Infine, altra ipotesi non ancora tramontata, caldeggiata dal senatore Pd Pietro Ichino, ritornare sì alla rigida formula Biagi del 2003 (uso limitato alle famiglie, ai piccoli lavoretti, alle vendemmie per pensionati e studenti), ma liberalizzare nel contempo il lavoro a chiamata così da dare un nuovo strumento alle imprese, compensativo, per gestire il lavoro occasionale.

«La presenza delle imprese, anche se a zero dipendenti, rappresenta comunque un problema – prosegue la sua analisi Tania Scacchetti, segretaria della Cgil – Chiediamoci ad esempio cosa potrebbe fare chi ha un solo dipendente: lo licenzierà per poter usare i voucher?». Senza contare che si potrebbero creare imprese commerciali ad hoc con zero dipendenti – magari gestite da consulenti o partite Iva, rami di gruppi più grossi come le agenzie interinali – che potrebbero fornire voucheristi agli stadi o alle organizzazioni di eventi, come accade già oggi.

Fantaimpresa? In Italia non si sa mai. Il ministro Poletti non ha chiarito se si procederà via decreto o con iter parlamentare: «In ogni caso – ha spiegato – dovremo tenere conto dei tempi legati al referendum». Più inclini all’accordo con il governo la Cisl e la Uil: Annamaria Furlan è per un ritorno al modello Biagi, Carmelo Barbagallo ha annunciato che senza un accordo (uso limitato alle famiglie e alle microimprese ma con tetto di 2500 euro annui) voterà Sì al referendum della Cgil.

ANTONIO SCIOTTO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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