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Americhe

Cartoline dall’inferno. La grande deportazione Usa

Le aspirazioni del regime nazional populista di Washington non si fermano ai confini. La stessa dinamica è attivamente promossa anche in Europa

Se Bad Bunny al Superbowl aveva messo in scena la forza di una cultura fisiologicamente eterogenea, a Washington è giunta la risposta del direttore di Ice, Todd Lyons: «Se credono di intimidirci si sbagliano» ha detto rivendicando i 379mila arresti della sua agenzia.

Nell’udienza della commissione parlamentare per la sicurezza, i dirigenti dell’apparato di deportazione si sono trincerati attorno alla narrazione del paese invaso da orde criminali e degli eroici agenti in prima linea malgrado il sabotaggio dei nemici interni. L’evidenza degli omicidi e degli altri soprusi è stata negata o archiviata con colpevoli «no comment».

Il secondo mandato Trump, come ha scritto Ta-Nehisi Coates, è quello in cui la guerra culturale con la sua retorica sovranista è stata commutata in guerra reale. Né le aspirazioni del regime nazional populista di Washington si fermano ai propri confini. La stessa dinamica è, non solo auspicata, ma attivamente promossa anche in Europa. Gli antenati vecchi e flaccidi hanno pur sempre valore nell’ordine simbolico eccezionalista come precursori del manifest destiny, la predestinazione occidentale.

È quella perorata da JD Vance nelle geremiadi sulla «capitolazione culturale» degli europei, nonché praticamente tema unico ormai su X, la piattaforma convertita da Elon Musk a strumento di apologia identitaria. Il canale social del miliardario sudafricano è un megafono full-time di incitamento all’odio razziale e di sostegno alle destre sovraniste.

Lo show del Superbowl ha dato la misura di una resistenza culturale laddove resta in gran parte annichilita la risposta politica. Lo show di Bad Bunny ha incarnato l’altra narrazione americana e la forza che il «crogiolo» deriva da una immigrazione storica e generazionale.

L’anno elettorale del 2026 è destinato a cristallizzare su questo terreno lo scontro nelle elezioni parlamentari di novembre, nelle quali non è in dubbio tanto il risultato sfavorevole a Maga, quanto l’esito del piano per sovvertirle, apertamente insinuato dal presidente. Sulla remigrazione si combatte già di fatto una guerra civile strisciante e trasversale che per Trump assolve tre funzioni: assecondare la corrente eugenetica, allargare la criminalizzazione dagli immigrati ai dissidenti e aggregare il sostegno politico della base.

Gli Usa sono dunque principale laboratorio occidentale di pulizia etnica adottata a programma di governo. I confini sono praticamente sigillati, il diritto di asilo di fatto abrogato (con l’eccezione dei sudafricani bianchi). Gli ispanici criminalizzati.

Un rapporto compilato questa settimana dalla contea d Los Angeles quantifica il danno economico provocato da sei mesi di «grande deportazione», analizzando i rastrellamenti come si farebbe una calamità naturale. Dei 10 milioni di abitanti della provincia, un milione circa sono irregolari, storico bacino di lavoratori ricattabili, fisiologico al «miracolo americano». Una forza lavoro che contribuisce 240 miliardi di dollari all’economia (soprattutto in servizi domestici, ospitalità, ristorazione, agricoltura ed edilizia). Paura e semiclandestinità delle comunità ispaniche (maggioritarie in città) si misurano in assenteismo, perdita di clienti, chiusura di esercizi, persone che non escono di casa.

Gli indicatori economici sono solo un indice parziale del trauma. La guerra agli immigrati è destinata a segnare profondamente la democrazia Usa per come ha sdoganato pratiche extra costituzionali. Fra queste c’è l’ipertrofica infrastruttura di repressione e controllo, a cominciare dalle milizie paramilitari destinate a rimanere un elemento di instabilità. Poi la rete delle prigioni dove si entra in un buco nero senza garanzie o giusto processo, 80mila persone in detenzione a tempo indeterminato o in attesa di una deportazione, anche in contravvenzione di ordini giudiziari, eventualmente verso paesi terzi sconosciuti.

Gestiti da aziende private dalle strette frequentazioni con esponenti del governo, i Cpr punitivi adottano di proposito condizioni di crudeltà per indurre «l’autodeportazione».

I nomi sono già famigerati: Alligator Alcatraz, California City, il Whipple di Minneapolis, Camp Montana a El Paso e, sempre in Texas, il Dilley. In quest’ultimo campo di prigionia «famigliare» sono detenute oltre 750 famiglie e 370 donne.

La misura di come il sopruso passi, ancora una volta, dai corpi dei bambini è contenuta in un’indagine di Pro Publica che questa settimana ha pubblicato una collezione di lettere scritte dai piccoli internati, tolti dalle scuole che frequentavano e rinchiusi in un lager dove le luci nelle celle sono accese in permanenza. Fra queste quella di Susej F, di 9 anni che scrive: «Sono in questo posto da 50 giorni. Vedere come vengono trattati qui gli immigrati come me ha cambiato la mia idea di Stati uniti».

LUCA CELADA

da il manifesto.it

Foto di Mohit Hambiria

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