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Il portico delle idee

Caracciolo e la tipica esigenza umana per il trascendentale

Esiste un sapere oltre il sapere? Più propriamente: una volta che sappiamo con certezza qualcosa, è possibile che esista ancora altro da conoscere, un qualcosa di nascosto che non appare all’oggettività, che non è contemplato dalla sperimentazione, dalla scienza in quanto tale che fa della prova e della riprova, della dimostrazione ultima l’accertamento della verità di un dato fenomeno? Questa è una domanda che si sono posti molti filosofi, molti sapienti, molti scienziati nel corso della Storia dell’umanità.

Individuare ciò che può celarsi dietro, o chissà dove…, all’evidenza manifesta e, apparentemente, non ulteriormente indagabile per sapere altro oltre quello che già si sa e che è ritenuta essere la conoscenza certa e completa su un determinato ambito, su una precisa questione posta e, quindi, risolta, può essere un moto istintivo di voglia di ulteriore acquisizione di nozioni riguardo ciò che già si sa ma che, quasi indotti da un moto tutto interiore affidato al dubbio permanente, non è sufficiente. Perché? Sostanzialmente per via del fatto che non siamo soddisfatti.

La soddisfazione in questi casi è figlia della conoscenza davvero ultima dell’esistente: svelare il Grande Mistero dell’essere, dell’Universo e, dunque, dell’universalità stessa delle cose, dei pensieri, del fisico e del metafisico; materiale e immateriale qui convivono in una disposizione praticamente equivalente: ci paiono problemi di uguale natura pur essendo naturalmente molto differenti fra loro tanto nell’interpretazione meramente soggettiva dell’essere umano autocosciente, quanto in quella di un confronto a più voci e a più menti

Alberto Caracciolo

Alberto Caracciolo, attento studioso tanto della filosofia teoretica quanto di quella delle religioni, in “Nichilismo ed etica“, parte da una domanda quasi ancestrale, che, per l’appunto, affonda nella notte dei tempi: «perché l’esistere di ciò che esiste piuttosto che il niente?». Il quesito, più che essere tale, è una affermazione angosciosa che ci rimbalza da Parmenide fino ad Heidegger ed è plausibilmente etichettabile come un’oziosa e stancante diatriba che ha attraversato i millenni pur sapendo che non vi è una risposta, non vi è una soluzione e quindi un appagamento.

Qui non vi è possibilità di interrogarsi sulla conoscenza al di là della conoscenza certa: qui non vi è nemmeno la premessa della possibilità che ci si avvicini ad una ipotesi tra le tante. Non si ha una reductio ad unum che già, di per sé, sarebbe un passo avanti. Una domanda soltanto e non dieci, cento, mille. Non una interpretazione ma innumerevoli: finalistiche e quindi teleologiche sul piano della metafisica religiosa; scientiste da un lato, scettiche dall’altro e così via passando per le più diverse scuola filosofiche e del sapere più generalmente inteso. Caracciolo, come ha scritto Giovanni Moretto,  consegnava alla speculazione filosofica una missione: «una filosofia che nell’”umanità” trovava il proprio limite, ma anche la propria terra promessa».

Tutta la consapevolezza della parzialità del sapere ragionato, delle domande poste e riposte nel corso del tempo: quesiti che sono limitati nella loro risoluzione proprio dalla finitezza dell’autocoscienza umana che, tuttavia, proprio mediante un processo ermeneutico rivolto agli aspetti più metafisici del pensiero riesce in qualche maniera ad elevarsi oltre il proprio sapere, oltre il proprio confine unanimemente riconosciuto come tale e, tramite l’immaginazione associata alla speranza, alla “fides“, legare al problema dell’esistenza tutta umana l’altro grande problema: l’esistenza di Dio o, comunque, di una finalizzazione dell’essere, dell’esistente da ricercare nella mutevolezza tanto della materialità delle cose quanto dell’impalpabilità dei sentimenti, dei desideri, delle proprie istintive propensioni.

L’apriorismo studiato da Caracciolo è qualcosa di intrinsecamente proprio della specie umana: viene a far parte della nostra quotidiana esistenza, perché è riconosciuto in quanto parte di noi stessi e non separabile dai contesti in cui ci troviamo e che viviamo più o meno volontariamente. L’interesse per la metafisica non viene ad essere una parte del tutto filosofico, una scelta di campo: semmai è, in quello che Benedetto Croce definì uno dei “migliori interpreti del suo pensiero“, un punto di partenza per una speculazione critica piuttosto ampia e non limitata da nessuna precondizione. Testimone ne è, a proposito, il rapporto che Caracciolo traccia tra religione e morale.

Riprendendo le questioni inerenti la presenza del male nel mondo (anzi, nell’essere umano stesso), si fa inevitabile il raffronto tra libertà personale e collettiva, tra libertà in senso più generale (quasi ontologico) e il grande tema del credere in qualche potere non “sopra” ma volutamente “naturale” che è molto identificabile con una strutturazione della coscienza che rilegge molte delle interpretazioni date nei millenni e che si rifà sia a grandi pensatori quanto a grandi poeti: Caracciolo unisce discipline molto diverse fra loro ma per niente contraddittorie nell’essere accostate e sincretizzate per la ricerca dell’affanno umano verso il “significato” dell’esistenza.

L’insufficiente risposta che la nostra intelligenza può dare rispetto all’esistente e al suo “senso“, non può essere per Caracciolo un alibi per abbandonare la ricerca o, se si vuole, per dismettere quella tensione emotiva generata da una angoscia che, in molte pagine delle sue opere, sarà una delle protagoniste di molteplici ragionamenti e anche di contestazioni aperte (ma sempre molto rispettose) nei confronti del suo maestro Croce o di altri filosofi anche meno coevi. Qui torna e ritorna la domanda iniziale sul sapere oltre il sapere stesso, sulla sua totalità nell’unicità di ogni problema dato tanto dalla conoscenza empirica quanto dalla ipotizzazione metafisica sui fenomeni che ci riguardano direttamente o meno.

Per quanto la coscienza umana sia un sinonimo di presenza dell’impalpabile nel materiale (della psiche, dell’anima/o nel corpo nascente, crescente e decadente fino alla morte), e per quanto possa somigliare, quindi, ad una coincidenza con qualcosa di metafisico (perché immateriale, propriamente rilevabile nella mente che è altro dal “cervello” fisicamente, anatomicamente inteso), da sola non può rispondere alle domande che sopraggiungono di continuo sul “malum mundi” e che, spesso, sono ben sintetizzate dalla tradizione geremiadica popolare che si lamenta del fatto che “se Dio è buono perché permette certe cose“? Caracciolo ammette la presenza di questa contraddizione teologica: il bene supremo a confronto con il male infimo e insito nella sua creatura, nella sua “Creazione“.

Proprio in una delle sue ultime raccolte, “Nulla religioso e imperativo dell’eterno. Studi di etica e di poetica“, l’esplorazione delle problematiche legate al sapere superabile da altro sapere, ad una conoscenza del dubbio che mette in forse il dubbio stesso e lo consegna alla sisifica fatica del ricominciare sempre tutto daccapo, si focalizza molto bene quello “spazio del religioso” che è diverso dalla certezza sicumerica della fede. Provando ad immaginarlo simile all’immensità impenetrabile del buio dell’Universo, possiamo tentare di comprenderne il significato caraccioliano che apre alla possibilità di una contemplazione metafisica dell’apparente assente, così come dell’incerto presente.

Caracciolo conferma: esiste un’esigenza umana del trascendentalismo, altrimenti non ci verrebbe spontaneo proiettarci dalla certezza della terrestreità all’incertezza dell’universalità cosmica e, per forza di cose, anche fisicamente ultraterrena, quasi oggettivamente (ed ontologicamente) trascendente perché fuori dal possibile quotidiano, dal logico quotidiano, dal comprensibile altrettanto tale. Il male del mondo, che è oggetto del tentativo di soppressione da parte delle leggi, dei decreti, del diritto in generale che si ispirano al patto morale ed etico condiviso (ed alle necessità economiche di qualunque nucleo sociale, per non scordare la lezione marxiana…), qui non perde di tragico significato, ma viene relativizzato perché la ricerca è, per l’appunto, volta ad altro.

L’incomprensibile rapporto tra un Dio buono e giusto e la presenza del male nella sua Creazione con la “C” rigorosamente maiuscola, non sposta l’attenzione di una ricerca del senso e del significato più generale e complessivo dell’esistente: molte cose non sono accettabili eticamente e, quindi, anche religiosamente. Ma lo “spazio” di questa religiosità molto personale è più che altro una condizione tutta speciale che non va letta con le lenti della credenza in un culto; semmai nella propensione insita in noi di ritrovare tutto questo significato nell'”oltre” di un sapere che sentiamo non essere mai finito e finibile. Proprio perché manca il finale: la soluzione del perché dei perché.

La ricerca metafisica non è, però, accusabile di fuga dalla realtà. Caracciolo, e altri pensatori che si sono addentrati in questi problemi storici per la filosofia, per l’etica, per la teologia e  non di meno per la scienza (e la conoscenza in senso molto più lato), sono persuasi del profondo radicamento “esistenziale” in questo mondo e, dunque, anche nella più alta dimensione universale che lo comprende e lo fa sentire, nell’immensità del cosmo, un piccolo punto su cui si è sviluppata l’autocoscienza stessa del Grande Mistero che, se non vi saranno incontri extraterrestri di sorta, un giorno scomparirà, assorbita dal calore di quella gigante rossa che sarà divenuto un Sole al termine del suo ciclo.

La questione gnoseologica rimane dunque aperta come una, dieci, cento, mille e più domande che dalla notte dei tempi ci facciamo a partire dal perché possiamo interrogarci coscientemente e, spesso, scientemente sull’esistente. La tensione emotiva che viene generata da questi amletici dubbi non è un ostacolo, bensì una rampa di lancio per nuove acquisizioni del sapere, per non perdere mai lo stimolo a ricercare anche, e soprattutto, là dove pare di essere giunti alla fine del cammino, avendo trovato una plausibile, accettabile, oggettiva risposta. Non si tratta di essere ingannati dalla realtà, ma di continuare a preservare la dubitabilità del tutto al di fuori del guardingo sospetto pregiudiziale.

Dubitare non per dubitare, ma farlo per non accettare passivamente troppo facili soluzioni di comodo, come il creazionismo, come le facili risposte delle religioni rivelate, di ciò che, in sostanza, l’essere umano afferma riguardo a Dio e ad ogni argomento metafisico che abbia come scopo la teleologizzazione esclusivamente divina dell’Universo e dell’Essere, in questo caso, molto parmenideo. Un recupero del dubbio, così, ha in sé un qualcosa di estremamente laico e, tuttavia, non è nemico della fede, non è nemico di nessun dio…

MARCO SFERINI

11 gennaio 2026

foto: elaborazione propria

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