Marco Sferini
Brutto pasticciaccio trumpiano e devastanti effetti globali
Non fosse che si tratta di Donald J. Trump, e quindi di un multimiliardario nemmeno poi tanto prestato alla politica, semmai fagocitatore della stessa per propri e altrui interessi e per qualcosa di più di un pizzico di megalomania egotica, ci daremmo sonori schiaffi per vedere se sogniamo o se siamo desti: le dichiarazioni del magnate-presidente sono ogni giorni un gradino più in alto rispetto al precedente in quanto ad esagerazione delle cause e degli effetti della nuova guerra scatenata ormai da più di un mese contro l’Iran, congiuntamente con Israele che, anzi, ha spinto Washington verso questo ulteriore passo distruttivo del Medio Oriente.
Stando a quanto ogni giorno afferma il presidente statunitense, ora il conflitto è finito, ora deve finire, ora è quasi terminato, ora continuerà invece per due, tre settimane. E se gli iraniani, nonostante un invisibile cambio radicale del regime che lo stesso Trump millanta ad ogni dichiarazione tutt’altro che dal sen fuggita, si ostineranno nel non voler collaborare, allora lui è tutto intenzionato a – letteralmente – «riportarlo all’età della pietra» con attacchi sempre più furibondi, insieme – si intende – a Tel Aviv. Dietro questa tragica e brutale pantomima del tira e molla sulle tempistiche e sulle modalità della guerra, c’è altro. Ben altro.
Indagare nelle retrovie del pensiero trumpiano (ammesso che lo si possa definire tale) è un compito veramente arduo. Molto meno espansivo, ma più diretto ed immediato nel condurre le campagne militari è Benjamin Netanyahu: il genocidio in corso contro il popolo palestinese ne è un chiarissimo, lancinante esempio. Le risposte della Repubblica islamica, del resto, non si fanno attendere: ma come non preventivarle se non c’è un solo giorno in cui non partano attacchi contro obiettivi militari e civili che hanno fatto fino ad ora migliaia di morti, oltre ad aver decapitato la precedente catena di comando tanto istituzionale quanto delle Guardie della Rivoluzione?
Il punto qui, semmai, è cercare di capire quanto, soprattutto Trump, abbia sottovalutato il pericolo di incappare in una “Law of Unintended Consequences” (altrimenti conosciuta come “Legge delle conseguenze non intenzionali“) che include la reazione furibonda dell’opinione pubblica americana per l’aumento del costo dei carburanti. Tanto che, un po’ in tutti gli States, una mera di cittadini appiccica alle pompe di benzina adesivi con un presidente che indica il prezzo soprastante e la scritta: «Questo è opera mia!». Il crollo dei consensi ha indotto il presidentissimo a ripiegare su un discorso alla Nazione in cui, sostanzialmente, non ha detto nulla di nuovo in merito: si è nuovamente infilato nel tunnel delle previsioni sulla fine della guerra, su una vittoria pressoché schiacciate e sul fatto che questo conflitto era necessario.
Ma, più le ore passano, più gli americani sembrano pensarla esattamente all’opposto. L’operazione “Epic fury“, che doveva essere una sorta di guerra lampo dei nostri tempi, se davvero corrispondesse ancora alle intenzioni dei loro iniziatori, sarebbe già dovuta terminare da settimane e, invece, mostrando una esposizione falsata su tutto quanto riguardi il conflitto in corso, Trump ora giura – ultima tra le tante dichiarazioni diverse e controverse – che al massimo si tratta di una ventina di giorni… Poi il tutto finirà e gli Stati Uniti d’America ed Israele saranno i campioni di un cambio di regime che porterà solo stabilità e pace nel Medio Oriente infuocato.
Per fare un paragone semiserio, sembra tanto l’imperatore Palpatine che, dopo aver messo a ferro e fuoco migliaia di pianeti con una guerra civile e aver preso il potere, dichiara: «Ancora una volta i Sith saranno i padroni della galassia e sarà sempre pace…». Trump afferma che gli obiettivi strategici finali sono ormai vicini; ma poche ore prima del discorso al popolo americano aveva giurato e stragiurato che la guerra era praticamente terminata e che gli iraniani erano sulla strada del negoziato. Nemmeno il tempo di battere quasi questa notizia da parte delle agenzie di stampa ed ecco la smentita di Teheran: nessun abboccamento in corso, nessuna trattativa.
Ci si trova di fronte a due leader, Netanyahu e il presidente MAGA, che hanno fatto dell’artificio la quintessenza della loro espressione politica: tutto ciò che affermano va letteralmente capovolto per conoscere il vero e smontare tutti i chiaroscuri insidiosamente insiti nelle pieghe di qualcosa che è tutto tranne che la concreta fattualità di ciò che avviene ora dopo ora nella regione mediorientale e, segnatamente, nel piccolo stretto di Hormuz. La pretestuosità delle motivazioni legate allo sviluppo del nucleare iraniano e al quasi raggiungimento dell’obiettivo dell’impoverimento dell’uranio e, quindi, della costruzione dell’atomica persiana, è data dal fatto che per decenni si è fatto ricorso a questo punto per muovere azioni di rappresaglia contro la Repubblica islamica.
L’invocazione del passaggio dal regime teocratico – tirannico (che effettivamente è tale nella sua brutale gestione di una invivibilità dell’esistenza se non si aderisce ai princìpi della legge islamica) alla democrazia suona ormai come un qualcosa di ancor più patetico del pretesto riguardante il nucleare: non fosse altro perché questa invocazione dell’esportazione dei valori di libertà, uguaglianza e giustizia viene da regimi che stanno pervertendo le loro istituzioni democratiche e che, per continuare a fare questo e mantenere il potere, alimentano continuamente conflitti esterni che si riverberano, inevitabilmente, anche all’interno tanto di Israele quanto degli Stati Uniti d’America.
Ciò che si sta verificando, quindi, è l’assoluta asimmetria di una guerra che non sembra avere un vero principio e che non pare lasciare intravedere nemmeno una vera e propria fine. Perché un fine unico non lo ha. Almeno non nell’avventurismo in cui Trump si è cacciato, infilandosi in un ginepraio che lo sta, piano piano, erodendo e consumando. Netanyahu, dal canto suo, vive invece una condizione profondamente differente a questo riguardo: gli attacchi su più fronti sono oramai propri di una politica imperialistica, quindi espansionista, che mira a consolidare lo Stato ebraico con la sempre più ristretta condizione di apartheid del popolo palestinese, con una nuova guerra mossa contro il Libano (che ha già fatto migliaia di morti), con quella nuova all’Iran e con quella contro gli Houthi.
Tutti nemici che ha deciso di sfidare in una volta sola dopo il fatidico 7 ottobre 2023. Trump si sta probabilmente rendendo conto invece che questa guerra sta divenendo per l’Iran ciò che il regime voleva fosse nel caso scoppiasse: lunga, logorante, per l’appunto asimmetrica ma anche tanto ibrida. La previsione – auspicio degli ayatollah sta prendendo corpo, tanto che i paesi membri della NATO si rifiutano di entrare in questo contesto così imprevedibile e rischiosissimo e negano il loro sostegno al presidentissimo. Che non le manda a dire e minaccia persino di uscire dall’Alleanza Atlantica come ritorsione verso una ingratitudine di cui – afferma – dovranno pagare le conseguenze. Magari andandosi «a prendere il petrolio da soli a Hormuz».
Capriccioso, vendicativo, iracondo, umorale e senza dubbio vanaglorioso, spaccone e superbo al punto da non riconoscere che gli Stati Uniti, per quanto “great again” sotto la sua divina presidenza che ha un retrogusto di monarchia non proclamata ma nei fatti tale, non sono più in grado di orchestrare un ridisegno globale del pianeta e che, quindi, la vittoria vera è del multipolarismo, dell’espansione di nuove potenze di cui, prima o poi, Washington dovrà tenere conto: soprattutto se pensa di poter estendere il suo dominio ben oltre quelle che sono le sfere geopolitiche dell’oggi. Del resto, anche Israele, pur vittorioso su tutti i fronti, dal Libano all’Iran, dall’Iraq al Qatar, in Siria, nonché in Cisgiordania e, ovviamente, nella martoriata Striscia di Gaza, mostra segni di difficoltà nel resistere a nuovi attacchi.
Non si tratta soltanto di una difficoltà logistica, di approvvigionamenti di armi che pure gli arrivano quasi puntuali (e da molti paesi europei tra cui l’Italia…). Si tratta soprattutto di una tenuta complessiva che riguarda la garanzia politica sulla sicurezza dei suoi cittadini. Tuttavia, nonostante la popolazione israeliana si trovi in una condizione di costante allarme, il sostegno al governo di Netanyahu non pare essere in discussione: vi è sempre una maggioranza di cittadini che approva questa politica di aggressione di altri Stati e popoli nel nome della difesa interna, della sopravvivenza stessa dello Stato di Israele. Il che non facilita le cose dal punto di vista del ricambio di una classe dirigente che ha oggettivamente trascinato il paese in un vortice di conflitti logoranti.
Se prendiamo ad esempio proprio la questione da cui ha preso avvio se non tutto questo, quanto meno una buona parte delle premesse che lo hanno generato, ossia l’annientamento di Hamas dopo l’attacco criminale del 7 ottobre 2023, ci rendiamo conto che ad oggi l’organizzazione islamista continua a governare nella Striscia di Gaza… Non è stata annientata come era nelle ipocrite previsioni del primo ministro: è divenuta un pretesto per scatenare una offensiva genocidiaria, per cacciare i palestinesi una volta per tutte dalle loro terre, per liquidare la questione. La risposta degli Stati del cosiddetto “asse della resistenza” (Libano con Hezbollah, Iran e Yemen con gli Houthi) è stata piuttosto debole nella prima fase di questa nuova grande guerra mediorientale.
Così l’attacco israeliano-americano si è fatto più risoluto e Tel Aviv può affermare di stare, al momento, rimescolando le carte di una partita in cui l’unico vero dato certo è l’egemonia dello Stato ebraico nella regione. Molto più lontano è l’obiettivo statunitense di piegare l’Iran alle proprie condizioni. Di qui tutta una instabilità nello Stretto di Hormuz che sta facendo impazzire i mercati delle risorse petrolifere e dei carburanti, esponenzializzando i costi dei trasporti, costringendo i grandi paesi – USA compresi – ad attingere alle risorse che posseggono e a mettere in moto una catena di speculazioni in merito che si riversa sulle centinaia di milioni di persone che vivono nel resto del pianeta che non sia il Medio Oriente.
Trump nelle sue dichiarazioni nega di aver commesso qualunque errore: tutto è stato fatto per bene e per il bene. Non si sa di chi. Anzi, lo si sa. Ma la risposta, oggi, pare non piacere nemmeno poi così tanto agli stessi mercati: si giovano delle incertezze del momento, ma ne temono, sul lungo periodo, gli effetti di una nuova crisi globale…
MARCO SFERINI
2 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















