La morte di Brigitte Bardot, molto attiva nel protezionismo zoofilo ma anche pluricondannata per incitamento all’odio razziale, famosa per le sue uscite misogine e misantrope, con simpatie politiche molto a destra e attiva sostenitrice di Marine Le Pen 1, può farci riflettere sull’animalismo apolitico e single-issue, ovvero interessato – almeno in teoria – esclusivamente alla questione animale. Quando però viene declinato concretamente, applicato a questioni reali, l’attivismo “solo per gli animali”, come è chiamato dai suoi sostenitori, si rivela immancabilmente connotato a livello politico. Solitamente, si rivela connotato come politicamente di destra.
Uno dei cavalli di battaglia dell’animalismo apolitico e/o di destra, cavalcato dalla stessa Bardot, concerne l’uccisione halal degli animali a scopo alimentare, ovvero quella senza stordimento preventivo, e che avviene con il taglio della gola e per dissanguamento, tipica della tradizione islamica. Qui occorre subito chiarire che, quando si parla di “tradizione islamica”, non si parla di qualcosa di univoco. Come l’Islam è diviso fra quello sunnita, quello sciita e altre correnti, movimenti e tradizioni, così le idee islamiche sull’uccisione rituale degli animali non umani sono diverse fra loro.
Nel mondo islamico c’è, per esempio, chi ammette lo stordimento reversibile, che cioè non arresta le funzioni vitali in modo irreparabile, provoca incoscienza temporanea e consentirebbe, se l’operatore umano non intervenisse prima con il taglio della gola, la ripresa di coscienza dell’animale. Mantenendo l’animale in questo stato al momento del taglio, secondo alcune interpretazioni religiose islamiche tale pratica può essere considerata conforme alla prescrizione religiosa. Lo stordimento reversibile è spesso praticato nei macelli halal europei, dove avviene per mezzo dell’applicazione di corrente elettrica controllata, ma è diffuso anche altrove, compresi diversi paesi musulmani. 2
Resta che la pratica dell’uccisione halal, mediamente più crudele di quella che prevede lo stordimento irreversibile degli animali che, almeno quando è ben eseguito, diminuisce le loro sofferenze, è, giustamente, condannata in modo quasi universale dall’animalismo tanto di destra che di sinistra. Il punto è che nell’animalismo di destra e, molto spesso, in quello che si vuole apolitico, questa condanna si salda a un razzismo strisciante, che in Bardot si manifestava nella paura dell’islamizzazione e dell’invasione straniera della Francia, della perdita delle radici e dell’identità culturale del paese, dei “geni selvaggi” di chi pratica tuttora l’uccisione halal degli animali non umani.
Nell’animalismo di Bardot e di quanti la seguono su questo terreno, ogni immigrato dai paesi musulmani è preventivamente ridotto a un fondamentalista islamico, i paesi musulmani all’Islam e l’Islam a una realtà omogenea, compatta, monolitica e nemica tout court degli interessi dei non umani. Lo sdegno per una pratica il cui rispetto per il benessere animale può essere ragionevolmente messo in dubbio, e finanche negato, viene allora strumentalizzato (o comunque diventa funzionale) per giustificare politiche anti-immigrazioniste e un conservatorismo di stampo etnico-religioso.
Al di là delle apparenze, l’animalismo di destra è in effetti più interessato alle questioni umane che non umane. Forse è anche per questo che non parla volentieri di liberazione animale, limitandosi a un protezionismo zoofilo, ascrivibile alla stessa Bardot, nel quale la dominazione dei non umani non è mai realmente messa in discussione. Da questo punto di vista perfino la misantropia dell’attrice è funzionale al mantenimento dello status quo: infatti se l’umanità è tutta, irrimediabilmente condannata, non ci si può aspettare la liberazione, ma solo qualche sporadico atto di amore e di giustizia per gli altri animali compiuto, magari, da chi è migliore della maggior parte dei suoi simili. Un elitarismo niente affatto estraneo alla cultura politica di destra.
Se a destra e nell’animalismo single-issue non c’è spazio per la liberazione animale, a sinistra le cose non vanno molto meglio.
La sinistra liberal ha due impostazioni principali quando si tratta di diversità culturale: una è relativista e sfocia nell’accettazione acritica di tradizioni e pratiche crudeli; l’altra è moralista e porta alla loro condanna astratta. Dimenticato o rinnegato Marx, alla sinistra liberal è venuto a mancare quell’approccio storico-materialista che solo indica le vere cause del problema che si vorrebbe ingenuamente risolvere insegnando alle persone a pensare senza pregiudizi e ad agire in maniera (politicamente?) corretta.
A cosa condurrebbe l’approccio storico-materialista in questione, allora? Per esempio, nel caso della pratica dell’uccisione halal, a svelarne la causa nella religione o almeno nelle sue interpretazioni conservatrici, nell’identitarismo tipico dei contesti diasporici e migranti, nell’anti-occidentalismo scaturito dalla resistenza anti-colonialista che fa di ogni differenza con l’Occidente un atto di affermazione di sé e di rivendicazione di spazio politico; non certo nell’appartenenza etnica, né nell’appiattimento della cultura musulmana (sempre che di una cultura musulmana si possa parlare) su qualche etnia, e neppure sull’identificazione del singolo individuo con la sua cultura di riferimento.
Grazie all’approccio storico-materialista, l’antispecismo politico, che è un animalismo radicale marxista votato alla liberazione animale, si pone come soluzione del problema tanto del razzismo dell’animalismo apolitico e/o di destra à la Brigitte Bardot, quanto di quello della diversità culturale, delle sfide e delle minacce che, oltre alle opportunità, essa innegabilmente pone alla liberazione animale. Dal punto di vista marxista, infatti, seppure la coesistenza con altre culture (e con persone di altra cultura) è talvolta problematica, né le culture sono immutabili né le condizioni di attrito fra una cultura e l’altra – sempre prendendo per buono che una cultura sia così omogenea da poter essere considerata, appunto, come una – sono destinate a perdurare.
Cambiando le cause che generano determinate, problematiche diversità, è possibile cambiare quelle stesse diversità e di conseguenza l’effetto prodotto dal loro rapporto, aprendo la via verso un rispetto universale per gli animali non umani e, magari, verso il superamento di ogni pratica discriminante. Se l’uccisione halal ha a che fare, come qui si sostiene, con interpretazioni religiosi conservatrici, con l’identitarismo e con la resistenza anti-colonialista, la soluzione al problema dell’uccisione senza stordimento (o con stordimento reversibile) sta in una maggiore secolarizzazione, in migliori politiche di accoglienza e inclusione, nella fine dello sfruttamento neo-coloniale.
Insegnando la necessità di agire indirettamente, mediatamente sui fenomeni sociali (non tentare di cambiare la pratica dell’uccisione halal, ma agire per cambiare ciò che l’ha determinata e la determina attualmente), l’approccio storico-materialista dell’antispecismo politico permette anche di superare l’unilateralità dell’animalismo single-issue, monotematico.
Fissandosi sulla questione dell’inaccettabilità morale dell’uccisione halal senza interrogarsi sulle sue cause ma chiedendo (o imponendo) un cambiamento immediato, infatti, tale animalismo si riduce a moralismo neo-colonialista. Inoltre, a differenza dell’intersezionalità borghese animalista che, in quanto non storico-materialista, è anch’essa una forma di moralismo neo-colonialista che, con la scusa che “le oppressioni sono tutte connesse”, vorrebbe il loro superamento immediato in blocco come atto di volontà, con il suo approccio marxista e la sua accettazione della necessità della mediazione l’antispecismo politico pratica un’intersezionalità concreta.
Consapevole che se anche tutte le “oppressioni” fossero connesse, la rete di connessione sarebbe fatta di nodi principali e nodi minori, viluppi da sciogliere prima di poterne scioglierne altri, tempi e strategia di lotta per perseguire efficacemente l’idealizzata “liberazione totale” senza che tutto sia gettato nel calderone dell’immediatezza, dello spontaneismo, del volontarismo e del purismo con cui si cuoce quel brodo. 3 Quella marxista, insomma, è un’intersezionalità materialista, non idealista. Storica, non metafisica. Pragmatica, non moralista.
A proposito di pragmatismo, occorre infine considerare quanto scritto a proposito della problematicità dell’animalismo di Bardot dal noto attivista per la liberazione animale, sostenitore di un approccio pragmatico all’attivismo, Tobias Leenaert. Pur condannando alcune non meglio specificate “deeply hurtful ideas about people” (idee profondamente lesive nei confronti delle persone) di Bardot, Leenaert denuncia anche “the immense harm”, l’immenso danno, che le persone che si spendono per cause umane senza preoccuparsi, o preoccupandosi poco, della causa non umana farebbero agli altri animali. 4
Ora, ammesso e non concesso che un attivista per i diritti umani sia effettivamente in grado di procurare un danno immenso agli altri animali (non sono piuttosto stati, governi e grandi aziende a farlo..?), un conto è non spendersi per una causa e un altro è parlare pubblicamente contro di essa o essere pluricondannati per incitamento all’odio razziale, come nel caso di Bardot. Non ci si caverebbe d’impaccio se si liquidassero le condanne comminate all’attrice francese come risoluzioni di uno stato specista e sfruttatore nei confronti degli animali non umani, che in quanto tale non condanna la loro discriminazione e quindi agisce sulla base di un doppio standard.
Infatti Leenaert stesso sa, come ha scritto e detto più volte in passato 5, che fra specismo, discriminazione e sfruttamento animale e altre forme di pregiudizio, discriminazione e sfruttamento, non è possibile un paragone se non puramente logico, del tipo di quello con cui Peter Singer accomunava specismo, sessismo e razzismo. Storicamente (di nuovo la storia, questa ossessione di noi marxisti e questo cruccio degli idealisti e dei metafisici di ogni risma!), invece, si tratta di fenomeni sociali incomparabili, e non perché costitutivamente più o meno importanti gli uni degli altri; ma perché considerati incomparabili dalla maggioranza delle persone.
Il razzismo, la misoginia e la misantropia di Bardot e dell’animalismo apolitico e di destra sono ormai irricevibili, almeno da un punto di vista progressista. Lo specismo e lo sfruttamento animale, purtroppo, ancora no. Le cose funzionano così e non basta denunciare la loro ingiustizia: bisogna cambiare le condizioni che le generano e le mantengono, il che la sola denuncia non può fare. Leenaert e gli altri attivisti per i diritti e la liberazione animale che hanno sollevato il suo stesso punto sul doppio standard hanno astrattamente ragione, ma concretamente – cioè considerate le condizioni storiche reali e non quelle morali ideali che vanno ancora realizzate storicamente – hanno torto.
E che abbiano torto su questo è indice della loro adesione a un animalismo liberale e moralista, lo stesso che impedisce a chi si batte per la liberazione animale di farsi ascoltare se non da pochi disposti a cambiare prima che esistano le condizioni concrete per un cambiamento sociale, diffuso.
A questa conclusione molti animalisti si oppongono dicendo che è una resa al presente. Al contrario, è una dichiarazione di guerra al presente della discriminazione e dello sfruttamento animale; ma per fare una guerra occorre conoscere il proprio nemico, e riconoscerlo come tale. Occorre rendersi conto di come funzionano le cose oggi, della loro razionalità hegelianamente incompleta, che attende il suo superamento, senza proiettare su di esse una volontà individuale – come tale parziale e in quanto parziale irrazionale – che gli è estranea. Il che, con buona pace dei Leenaert, sarebbe vero pragmatismo.
DARIO MANNI
30 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria
3 Ci si riferisce, qui, a Steven Best e il suo “Liberazione totale”, un classico dell’animalismo/antispecismo radicale non marxista.














