Connect with us

Hi, what are you looking for?

Il portico delle idee

Bimillenario anatema dell’amore omosessuale: dalla “Genesi” a Ratzinger

Tommaso scrive nella “Summa teologica” che propria dell’essere umano è una certa “intemperanza” che lo porta ad essere piuttosto simile all’animale: si tratterebbe di una eredità del peccato originale e non piuttosto di una caratteristica congenita di una espressione caratteriale che si forma anche (e soprattutto) in seno ad una comunità di intenti propria della condivisione di spazi, pensieri, azioni che riguardano l’essere sociale, la condivisione quotidiana di un’esistenza che è plurale e unica al tempo stesso.

Tommaso non poteva conoscere l’origine animale dell’uomo e, per di più, come padre e dottore della Chiesa, seppure molto indirettamente, aveva stabilito un nesso tra il comportamento nostro e quello dei nostri simili: la bestialità che riscontra in alcuni umani, che descrive come “cannibalismo“, oppure nel rosicchiarsi le unghie o raccoglie pezzi di pane da terra e mangiarli avidamente, contraddirebbe quella “bellezza” delle fattezze e dell’animo che sarebbero il diretto prodotto di una volontà divina che si è inverata nella creazione con il fine ultimo (seppure piuttosto inconoscibile, eufemisticamente parlando…) di dare all’esistenza una coscienza che potesse contemplare Dio medesimo.

Tommaso d’Acquino

Tutto ciò che va contraddicendo o disturbando il disegno divino e che, quindi, eccede rispetto all’armonizzazione di un Creato in cui l’antropocentrismo la fa da padrone, seppure sotto l’oculata visione della divinità, è peccaminoso, immorale, indecente e deve essere stigmatizzato, condannato e represso. Qui si inserisce, in questa descrizione dell’intemperanza originaria con tutte le sue declinazioni particolari, il discorso che si può accennare sull’omosessualità nei tempi antichi e su come, prima e dopo l’avvento del Cristianesimo sia stata trattata in differenti modi, condivisa o respinta, esaltata o anatemizzata.

In questo quadro tutt’altro che facile da elaborare, si innesta forse la prima sintetizzazione del pensiero cattolico al riguardo. Ed è proprio Tommaso d’Aquino a metterlo nero su bianco con le premesse già descritte e con una serie di specificazioni che, di primo acchito, contrastano apertamente con la precedente cultura antica, ellenica, romana, ma non certamente giudaica o, se vogliamo, per estensione storico-mitologica, biblica. L’omosessuale come persona deviata a malata, come non più un qualcuno ma un “qualcosa” che va contro natura, prende origine in questa artefatta circostanziazione religiosa dal racconto veterotestamentario delle città di Sodoma e Gomorra.

Siamo nel pieno del libro della “Genesi“: già lì si fa riferimento al fatto che il comportamento omosessuale è tipico di chi vive entro la cerchia urbana, differentemente da quello che avviene nelle campagne, nelle zone desertiche dove invece vi è meno contatto ravvicinato tra le persone e dove la contemplazione dell’esistente e di sé stessi è più facile. Le mura proteggono da un lato, imprigionano dall’altro, nascondono, celano ma, al contempo, costringono alla resa dei conti perché le vicinanze sono una oggettività a cui non si sfugge. Certi storici hanno affermato che, invece, una maggiore tolleranza nei confronti della “sodomia” si ebbe, al contrario, con la nuova urbanizzazione post-anno Mille.

Non esiste quindi una diretta connessione tra omosessualità, in quanto caratteristica endogena dell’essere umano, e analisi antropologico-sociale della stessa in un contesto più ampio della singolarità personale, nel rapporto tra individualità e collettività. Tuttavia, anche gli studiosi laici e religiosi più antichi, avanti e dopo Cristo, non possono non rilevare che non si tratta di una peculiare deviazione dalla cosiddetta “normalità“, di una “devianza” (come per secoli è stata negativamente descritta e interpretata), bensì di un tratto distintivo di una parte dell’umanità.

Scopriremo, con l’evolversi del dibattito scientifico moderno, che non è solo l’essere umano ad essere etero, omo, bisessuale, ma che l’animalità nel suo insieme possiede questa qualità, questa peculiare specificità che si rifà alla soddisfazione di pulsioni, desideri e bisogni che non solo solamente relegabili nella sfera della mera sessualità ma che appartengono più propriamente ad Eros, all’amore, all’affetto. Il che ci dice di quanto sia molto più di un’attrazione esclusivamente fisica, che certamente è e deve essere.

“La distruzione di Sodoma e Gomorra”, dipinto di John Martin (1852)

La stessa descrizione fatta nella “Genesi” in relazione al comportamento degli abitanti di Sodoma non è chiara riguardo la loro voglia di “conoscere” gli angeli mandati da Dio. La traduzione adottata dalla Conferenza Episcopale Italiana mette in bocca alla gente che si rivolge a Lot (che ospita i due “signori“) parole che sono state oggetto di una mai del tutto risolta interpretazione: siccome nella Bibbia è ricorrente l’utilizzo del termine “conoscenza” letteralmente inteso nel suo significato corrente, pare piuttosto difficile poterlo confondere con l’altro termine, adottato dalla CEI, ossia “abusare“. C’è, in effetti, una bella differenza tra il voler conoscere qualcuno e il volerne abusare.

In questo secondo caso sè stato tramandato sempre nei secoli e nei millenni il concetto di “conoscenza carnale” che ha messo insieme le due interpretazioni del passo biblico e che ha semplicisticamente ovviato ad un dilemma che, come si è scritto poco sopra, non ha avuto ancora una soluzione definitiva. Tommaso non fa che riprendere l’anatema di Dio nei confronti dei sodomiti, la cui città sarà distrutta, incenerita dall’ira ultraterrena, aggiungendovi una ulteriore specifica che sarà poi la vera, nuova codificazione ecclesiale-cattolica che arriverà fino a nostri giorni: la condanna dell’omosessualità anche come immoralità, ma soprattutto come atto che impedisce la riproduzione della specie, la perpetuazione del “popolo di Dio“.

La condanna della sodomia è quindi un qualcosa che viene fatto passare al di sotto della forca caudina di un teleologismo strisciante. In realtà Tommaso non fa che seguire le orme di Agostino in questo frangente, ripetendo e ampliando il discorso riguardo l’innaturalità dell’atto omosessuale perché fine a sé stesso, scindendolo dal nesso tra amore e sesso, relegandolo a negazione di quello tra sesso e procreazione. Ma, si badi, Tommaso ribadisce che non solo l’atto omosessuale è contro natura, ma lo sono pure tutti quei comportamenti sessuali che non hanno come precisa finalità il mettere al mondo un figlio.

Riprovevole quindi è il sesso svincolato da qualunque finalità ispirata da Dio e insita nell’essere umano non come pura istintualità, ma come strumento della continuazione delle generazioni in un disegno ultraterreno che è insondabile e che non può essere visto altrimenti se non su un piano di principi dogmatici su cui è impossibile indagare. Tommaso puntualizza nello scritto “Super epistolam ad Romanos” che «è un’abitudine naturale che l’uomo e la donna si accoppino e in verità è contro natura che il maschio seduca il maschio e la femmina la femmina. E il medesimo principio riguarda ogni coito dal quale non possa risultare generazione…».

Non c’è dubbio alcuno: l’omosessualità è, ridotta a semplice, meccanica penetrazione anale, un atto che per sua stessa “natura” (sì, esattamente così…) è estraneo alla procreazione di altri esseri umani e, quindi, non può non avere che il carattere del puro piacere. Doppio anatema da parte della Chiesa tomistica e da parte di quella più moderna. C’è, dunque, nella condanna una mescolanza di fattori che si intrecciano, seppure non abbiano l’uno una vera e propria rilevanza nei confronti dell’altro: il peccato è nella non-preocrezione ma è anche nell’atto sessuale fatto con l’intento di procurarsi e di dare piacere.

Platone, particolare de “La scuola di Atene” di Raffaello Sanzio (1509-1511)

Questo sarà per due millenni il punto focale su cui si incentrerà l’anatema cattolico nei confronti della sessualità in generale. Non vi è amore nel piacere se non con fine procreativo. La lontananza con il pensiero ellenistico è pressoché totale. Platone è il primo, in quel grande dialogo che è il “Simposio” a dare ad Eros, figlio Poro (ossia dell’ingegno, della ricerca dell’espediente) e di Penìa (la povertà), un carattere esplicitamente legato al desiderio, espressione di ciò che si potrebbe avere ma che, per l’appunto, ancora non si ha se non nella forma dell’immagine che ricorre nella mente e nella brama che mira a soddisfarla. La cultura greca non scorge nella sessualità un meccanicismo bestiale.

La Chiesa cattolica sì. La ritmicità dell’atto, che porta alla maggiore sudorazione, all’aumento dei battiti cardiaci, al trascendere rispetto alla normale, consuetudinaria espressione del viso e delle fattezze umane, fà dire ai dottori e ai padri dell’Ecclesia che il sesso ha in sé un qualcosa di molto più afferente alla bestialità rispetto all’umanità. Questa mistificazione di un comportamento propriamente umano, in quanto animale, è stata possibile perché nessuno aveva fino all’età moderna e contemporanea svelato l’origine della specie. Siamo sempre stati indotti a ritenerci altro dagli animali, superiori per intelligenza, coscienza, autoconsapevolezza e capacità di pensare tanto il terreno quanto l’ultraterreno.

Ma siamo e rimaniamo animali. Evoluti, capaci di tutto ciò che si è appena scritto, ma più che dell’umanità facciamo parte dell'”animalità“. Tornando al “Simposio” platonico e alla molteplicità di pensieri sul comportamento erotico e sessuale umano, la cultura ellenica si esprime attraverso il mito, non di meno di quella biblica in questo caso, ma lo fa con una forma dialettica che non esige l’assolutezza dell’infallibilità del testo che sarebbe “parola di Dio“. Socrate e Aristofane si contrastano e mettono in discussione sé stessi, ciò che affermano e le risposte che ricevono. Il mito degli androgini, in questo senso, è, per così dire, l’interpretazione laica dell’origine di un dualismo sentimentale umano.

Il non ritenere assoluto il desiderio, rendendolo semplicemente indistinguibile rispetto alla propria sessualità in una unidirezionalità espressamente eterosessuale che, quindi, obbedisce ciecamente all’unico fine procreativo: il maschio verso la femmina, quindi l’uomo verso la donna (e viceversa), con una preminenza di scelta da parte del primo verso la seconda nel solco del più fervido patriarcalismo che lontano anche oggi dall’essere considerato un retaggio del passato. Non si vuole qui fare di Tommaso l’omofobo per eccellenza. Si è visto che, ben prima di lui, Agostino lo ha preceduto e con dovizia di particolari descrittivi della giustezza della condanna dell’omosessualità in quanto tale.

Ma l’approvazione teologica data da Tommaso alle precedenti interpretazioni ha scatenato nei secoli successivi una vera e propria ondata di reprimende nei confronti di quello che era considerato il peccato che, tra tutti, fa “più schifo” e, per giunta, indigna anche gli stessi demoni infernali (parole, anzi scritti di Caterina da Siena, la Patrona d’Italia…),  mentre papa Gregorio IX lo definì «il maggior peccato che sia», più ancora del ladrocinio o dell’assassinio. Si noti che, tra tutti, questo pontefice viene considerato dagli storici come il fondatore della Santa Inquisizione, avendo istituito tra il 1231 e il 1234 i primi tribunali contro le eresie.

L’omofobia diffusa nei millenni ha prodotto danni incalcolabili nel reprimere la natura di ciascuno, segregando le emozioni, i desideri, l’amore in quanto tale. La Chiesa cattolica è la principale responsabile del clima di avversione popolare nei confronti degli omosessuali, così come lo è stata di quello nei confronti degli ebrei o di tutte e tutti coloro che erano considerati “infedeli” per la professione di altra fede, pur credendo nello stesso Dio. Non si può far discendere dall’ostilità clericale tutte le tragedie che si sono dovute contemplare contro le persone omosessuali da duemila anni a questa parte.

Ma, di sicuro, se la Chiesa non è direttamente responsabile, ad esempio, dello sterminio messo in pratica da Hitler e dal nazismo, continua ad esserlo per una discriminazione che non viene del tutto meno: ancora sotto il pontificato di Joseph Ratzinger, il legame indissolubile e unico, naturalissimo e, quindi, diretta discendenza del volere divino, tra matrimonio e procreazione, è sancito in una intervista intitolata “Rapporto sulla fede“. Benedetto XVI non appena cita l’omosessualità, la definisce come un “problema” e non come una peculiarità dell’essere umano creato – sostengono le Scritture – ad immagine e somiglianza di Dio. Quella che il papa tedesco definisce come l’epoca del “relativismo” non farebbe altro se non tentare di giustificare l’omosessualità.

Una ostentazione del peccato. Salvo poi scoprire che questo era largamente diffuso nella comunità ecclesiale e che le relazioni omosessuali tra preti o tra loro e persone comunemente laiche erano all’ordine del giorno. La fallibilità umana contro la pretesa dell’infallibilità clericale che deriva dalla “parola di Dio“. Quella stessa parola che, interpretata da Paolo di Tarso, gli fa dire: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami». La colpa dei sodomiti è, quindi, un amore contronatura che la Chiesa ha ripreso compiutamente, facendone un’arma di distruzione di massa dei sentimenti più genuini della naturalità di ognuno.

Walter Peruzzi

Come ha molto ben sintetizzato Walter Peruzzi nel suo enorme lavoro “Il cattolicesimo reale” (Odradek Edizioni, 2008 e successive), il Cristianesimo (quindi la religione inventata sulla figura storica di Gesù di Nazareth) passa per essere la religione dell’eguaglianza, della gioia, dell’amore e della vita. Ma nel corso della Storia umana è stato adattato ad un compatibilismo con gli eventi, con i poteri e con le predominanze che lo ha portato ad essere altro da quello che pretendeva di essere in principio, scostandosi in parte dal Vecchio Testamento. Tre tradimenti in uno: dell’esempio di vita del Nazareno, delle prime comunità protocristiane e della narrazione di un’etica che ha utilizzato più che l’amore di Dio, il timore dello stesso.

Una superstizione diffusa per accaparrarsi le incertezze, le insicurezze, le insensatezze provate dalla psiche umana nei confronti dell’esistenza, dell’esistente, dell’essere e dell’essere qui ed ora in questo preciso istante in una realtà che, estrinsecata dal comprensibile e sensato mondo terrestre, se proiettata nell’immensità oscura dell’Universo, cessa di avere questa umana, umanissima caratteristica.

MARCO SFERINI

9 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

Written By

SOTTO LA LENTE

Facebook

TELEGRAM

NAVIGA CON

ARCHIVIO

i più recenti

Marco Sferini

Visite: 160 Le grate sono quelle del G8, quelle messe a protezione della cosiddetta “zona rossa“, quella dove si tennero i vertici dei grandi...

Marco Sferini

Visite: 169 Un regime autoritario lo si riconosce senza ombra di dubbio da una serie di caratteri, per così dire, “primari“, quelli che saltano...

Politica e società

Visite: 53 Passa alla Camera il ddl sull’educazione sessuoaffettiva a scuola vincolata al parere delle famiglie. Pro Vita: «È solo il primo passo» Una...

la biblioteca

Visite: 161 Quando capita di trovarsi in una sala di attesa nello studio di un medico oppure, più ancora, in una di ospedale o...