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Il portico delle idee

Attitudine psichica e materialistica nella produzione delle idee

La formulazione delle idee, per quanto sia intendibile come un mero prodotto del nostro cervello che include la nostra “mente” e, quindi, la nostra “mentalità“, dipende in larghissima parte dall’esperienza, da una relazione intrinseca con un empirismo dei rapporti che abbiamo ogni giorno con lo stretto limitrofo che, di volta in volta, ci viene a tiro di sensi. D’occhio, di orecchie, persino di olfatto oltre che, ovviamente, di tatto. Le idee, dunque, hanno un che di soggettivo e un che di oggettivo. Il soggettivismo delle idee di Berkeley è quanto di più lontano si possa pensare riguardo ad un raffronto con il materialismo dialettico.

L’immaterialismo, infatti, è basato sull’assunto: “esse est percipi“, per cui l’essenza delle cose sta in una quintessenza esclusivamente percettiva, affidata ai sensi poco prima citati. Prima che le idee e, in un certo senso, la nostra coscienza fosse fatta derivare dal marxismo dall’incontro tra noi e ciò che socialmente siamo, come individui comunitari e non adatti alla solitudine un po’ storica dell’esistenza, Kant si adoperò per mostrare come ogni cosa, ogni realtà avesse quel “noumeno“, quello specifico “in sé“, che la rende tale prescindendo dalla conoscibilità tutta umana fondata esclusivamente sulla sensibilità.

In pratica Kant sostiene che le nostre idee non rappresentano la realtà se non superficialmente e traduce il tutto in un “idealismo trascendentale” che fa dell’essere umano un conoscitore della realtà che va oltre questo “formalismo” e che, quindi, unisce rappresentazione mentale, ideale dell’esistente ad un incontro pratico con lo stesso. Non si può parlare proprio di “errore” conoscitivo se ci si affida soltanto all’idealismo soggettivistico berkeleyano, ma di sicuro un pizzico di “dogmatismo” lo si deve pure riscontare là dove si afferma che la realtà, al di fuori della nostra conoscenza sensibile, è praticamente inconoscibile e, addirittura, non esistente oltre il legame che stabilisce esclusivamente con noi.

Antonio Labriola, in uno dei suoi saggi sul materialismo storico (precisamente nella “Dilucidazione preliminare” del 1896) puntualizza con accuratezza che le idee non sono un qualcosa che, iperuranicamente, casca dal cielo ma sono un prodotto dell’attività umana: usa questa parola non a caso. Attività. Ed umana. Nel prodursi quotidiano del nostro vivere (e sopravvivere) l’essere che noi siamo è in continua e repentina trasformazione: non si tratta soltanto di una mutazione fisica, osservabile con il tempo che passa, dall’infanzia alla vecchiaia; si tratta di una crescita interiore, propriamente soggettiva ma influenzata da tutta una serie di fattori esterni cui non possiamo oggettivamente sfuggire.

Non solo perché vi siamo immersi insieme a tutti i nostri simili e dissimili, ma soprattutto perché ciò noi affermiamo di essere è un inconsapevole costrutto di molte eterogenesi che finiscono con il condizionare quella che pretendiamo di affermare essere la nostra determinata, precisa, sicura volontà. Se ci affidiamo soltanto ad una analisi prettamente materialistica, è del tutto scontato (ed apprezzabile) che si sia arrivati con Marx ed Engels, data proprio l’evoluzione storica in cui si sono trovato a vivere, al loro incontro e alla loro collaborazione di una intera vita, alla constatazione fattuale dell’influenza quasi meccanicistica tra ambito sociale ed ambito privato, del proprio io invisibile e recondito.

Le nostre idee non sono il frutto di una esclusività, di una assoluta indipendenza da tutto ciò che ci circonda; sono esattamente l’opposto di un prodotto dell’interdipendenza tra mente e sensibilità tutta umana in un cui dovrebbe terminare ogni altra possibilità di conoscenza. Le nostre idee sono tali perché sono contestualizzabili e, quindi, ritrovano il loro stesso senso di essere e di avere una certa “struttura” (se vogliamo una “logica“) che si determina nel confronto tra l’autocosciente e l’incosciente, così come tra due coscienze simili ma non uguali. Se osserviamo la natura, generalmente mettiamo in essere il primo tipo di confronto, soprattutto se ci riferiamo alla terra, agli elementi.

Diverso invece l’altro tipo di confronto, quello con gli animali non umani: guardandoli negli occhi, dovremmo esserci ormai accorti che possiedono tutte le caratteristiche di quella senzienza che ne fa dei coscienti e dei percettori di emozioni sia proprie sia altrui. A volte l’intuito di certi animali stupisce noi sapiens che, con una presunzione completamente antropocentrica, ci riteniamo – messi lì a guardia del “creato” dalle narrazioni favolistiche bibliche e di altra origine – i custodi del pianeta (ma lo custodiamo molto male e, a dire il vero, lo stiamo mandando in malora…).

Labriola, nel suo saggio, prosegue affermando che la mutazione del modo di pensare è determinata dall’esterno. È evidente che il suo essere un filosofo ed un intellettuale militante lo porta a considerare prevalentemente le implicazioni sociali della coscienza e viceversa. Qui a noi interessa anche un altro aspetto del rimuginare dei nostri neuroni e delle nostre sinapsi: quanto davvero le nostre formulazioni mentali possano dirsi obiettive e, dunque, avere una certa fisionomia personale, se non proprio unica, quanto meno verosimilmente tale, così da poter dire: «Quella è una mia idea!». In questa breve frase è contenuto in realtà un mistero non meno grande di quello dell’Universo.

La proprietà dell’idea, dell’intuizione, del ragionamento che diviene qualcosa di praticamente realizzabile (sia in termini di conoscenza scientifica sia in mille altri termini, comprese le volontà politiche) non è soltanto questione di diritti, di copyright. La domanda in sé e per sé riguarda questo interrogativo: fino a che punto noi possiamo dire che ciò che pensiamo sia nostro e non invece il frutto di altri o di altro, nel senso che è un prodotto nostro solamente (e vi pare poco…) nella sincretizzazione di altri pensieri e, quindi, nella loro rielaborazione e trasformazione in un qualcosa di nuovo e, quindi, di innovativo? Più che altro è una questione di identità del pensiero e di pensiero dell’identità: noi in lui e lui che riguarda noi e che ci far riconoscere in quanto tali.

Se l’empirismo è comunque la premessa di una conoscibilità dell’essere (dell’esistente), dovremmo concludere che noi umani, in quanto parte dell’esistente, siamo conoscibili a noi stessi fino ad un certo punto, visto che ne siamo inclusi. Ma, eccezionalmente, la nostra evoluzione ci ha condotto a sviluppare la capacità di avere consapevolezza, oltre del nostro essere, anche dell’essere al di fuori di noi. Dunque le nostre idee sono classificabili come un elaborato molto più complesso del semplice intuito, per come lo intendiamo noi, è evidente. Ed è questo stesso, forse, un limite. Ma non possiamo superarlo, perché l’intuizione ci riguarda fino al momento in cui non si traduce, facendo un salto di qualità (che noi valutiamo tale) nell’idea.

L’idea è un passo oltre l’intuizione, ne è, per così dire, lo sviluppo naturale che interessa esattamente la nostra naturalità, il nostro essere intrinseco e, per lo più, insondabile e ipotizzabile solamente con teorie come quella dell’inconscio che rimangono nel campo dell’ipotesi ma che sono sempre più verificate nel raffronto con i comportamenti di milioni e milioni di esseri umani, quindi esseri autocoscienti. In psicologia si parla di “dimensionalità” della psiche, quindi di un luogo del pensiero che non è pensato perché, apparentemente, proviene da una attività non del tutto volontaria. Noi affidiamo alla coscienza la primogenia del nostro volere fare qualcosa e anche del nostro pensare qualcosa o a qualcuno.

Noi alla coscienza affidiamo soprattutto i sentimenti, ma sappiamo che l’essenza nascosta che ci abita e che possiamo chiamare appunto “inconscio“, come rendez vous è il vero punto di appoggio su cui si erge la diurnità del pensiero e di ciò che riteniamo di essere giorno per giorno. Noi siamo il cosciente di noi stessi, ma l’incosciente lo siamo ugualmente, anche senza sapere perché nottetempo le metafore della mente galleggiano in noi sotto forma di metafora, di immagini che sono probabilmente le traduzioni delle nostre primordialità che reprimiamo durante la giornata, stretti da mille convenzioni sociali e compressi dai sistemi economici che determinano non le scelte di vita, bensì quelle della sopravvivenza.

Ecco che, quindi, la formulazione delle idee, nell’epoca della presuntuosa modernità di un oggi che sembra non avere in mente un domani, viene ad essere più che altro un prodotto condizionato molto di più da rapporti che non riguardano nemmeno l’interazione tra le esperienze naturali dell’esistente, bensì il confronto molteplice tra interessi esclusivamente materiali che spersonalizzano, alienano e impoveriscono quell’autocoscienza che, invece, dovrebbe essere una delle nostre più preziose ricchezze tanto intellettuali quanto morali, civile e, quindi, con tutti i risvolti sociali del caso. Le idee non sono, comunque, qualcosa di puramente immateriale, intangibile, di etereo.

I risvolti cui danno vita nella pratica esistenziale di ogni giorno, dimostrano che contengono una potenzialità dialettica di non poco conto. La vita senza la capacità di produrre idee e di congiungerle e disgiungerle fra loro, sarebbe un qualcosa di assimilabile e di afferente più all’istintività: questo contrasterebbe con la potenzialità della nostra mente che deriva, a sua volta, da quella del nostro cervello. Come le Coefore eschiliane, le idee che si concretizzano nella realtà portano omaggi e libagioni alla capacità espansiva della nostra mente che, pur riconoscendo i propri limiti oggettivi, punta a superarli mediante il dubbio che le è necessario per essere continuamente stimolata. Una mente passiva, inerte, sarebbe peggiore di una esclusivamente abituata per natura all’istintività.

Rimane poi l’atavico dubbio: il complesso reticolato filamentoso neuronale che ci riguarda (e che riguarda indubbiamente i nostri fratelli animali non umani), e che somiglia tanto all’evoluzione della materia nell’Universo, alle galassie osservate nella loro espansione di miliardi e miliardi di anni dopo il teorizzato Big Bang primordiale, è una sede soltanto fisica della nostra mente oppure questa stessa è un qualcosa di separabile dal contesto, con una vita propria, per cui la psiche e l’anima (religiosamente intesa) hanno una qualche compenetrabilità, un rapporto di chissà quale natura?

Affascinante potersi domandare tutto questo e riflettere oltremodo sul fatto che le idee potrebbero essere il frutto solo della materialità fisica che ci riguarda unitamente al condizionamento esperienziale. Oppure potrebbero essere un qualcosa che sopravvive alla materialità e che le prescinde, insieme ad una essenza immateriale che, comunque sia, non sembra poter giustificare in alcun modo il dogmatismo del soggettivismo idealistico di George Berkeley.

MARCO SFERINI

27 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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