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Marco Sferini

Attacco ai giudici. È la “democrazia imperfetta” italiana…

Qualcuno prova, anche a sinistra, a teorizzare un complottismo magistratuale nei confronti più latamente intesi della politica in generale e, nello specifico, di determinate situazioni che si sono venute a creare prescindendo, oggettivamente, dalla volontà delle toghe. Si prova il parallelismo tra le vicende di Milano che hanno investito parte della giunta della città, compreso il sindaco Beppe Sala, e il caso della Open Arms che riprende quota per via del ricorso direttamente in Cassazione penale da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.

Vi sarebbe, dietro tutto ciò, non uno stretto legame di cause ed effetti che determinano, nella contemporaneità delle indagini, chissà quale intento discriminatorio verso cittadini che ricoprono alti ruoli istituzionali; semmai un più carsico e quasi atavicamente inconfessato istinto primordiale che muoverebbe i giudici ad andare all’attacco delle istituzioni per correggere le storture della politica. Molto più banalmente, chi qui vede complotti, non fa che voltarsi dall’altra parte (o quasi) per evitare di vedere proprio le incongruità di chi gestisce le istituzioni e, quindi, ha un potere.

Nulla toglie che i magistrati possano sbagliare, ed anche tanto. Ma la teorizzazione della indomita, intrinseca volontà di condizionare un altro potere dello Stato a livello nazionale, quello del governo, è un retaggio di un culturame di natura berlusconiana che viene ripreso quando pare che si possano stabilire chissà quali coincidenze tra ciò che è avvenuto per il processo a Salvini sul caso Open Arms (e non meno sul caso della nave Diciotti), tanto per rimanere in tema, e quello che è il frutto di indagini comunque sempre di lungo corso che hanno riguardato le presunte connivenze tra politica e imprenditoria meneghina.

Da questo mancato rispetto per il lavoro degli inquirenti e dei giudici emerge, pur nella più garantista buona fede del caso – si intende anche per i giornalisti – si produce una parte di percezione alterata nei confronti dell’opera di un terzietà di chi interpreta il diritto e deve fare rispettare le leggi varate dal Parlamento. Se si insinuano teoremi di ogni sorta ogni qual volta i magistrati mettono in forse e sotto accusa le presunte attività illecite di questo o quell’esponente di governo (tanto nazionale quanto locale), si fa un cattivo servizio riguardo l’intero potere giudiziario, dando ad intendere che i giudici siano tutti prevenuti.

Se si dovesse ragionare in questi termini, potremmo tranquillamente affermare che è persino strano che vada a votare ancora metà del corpo elettorale del Paese dopo tutti i perduranti pessimi esempi dati da più classi dirigenti di una politica che è divenuta la quintessenza dell’ingiustizia, della compromissione col privato al punto da preferire le prebende delle imprese alla difesa dei beni comuni e del benessere sociale e civile. L’invocazione del garantismo sbiadisce pallidamente nell’attimo in cui si teorizza l’utilizzo del diritto come clava contro il potere governativo a vari livelli.

Se si è veramente garantisti, bisogna esserlo anche nei confronti dei magistrati che, vale la pena ricordarlo, sono soggetti soltanto alla Legge con la elle maiuscola e hanno tutto il diritto ma soprattutto il dovere di trattare con tutte e tutti noi senza distinzione di sorta: il principio di eguaglianza innanzi allo Ius dovrebbe essere ormai acquisito, fin dai tempi di un Illuminismo che scrisse pagine bellissime sui delitti, sulle pene, sul fatto che, se si invocano i diritti, allora non si devono più tenere in considerazioni i privilegi dell’Ancien Régime.

I giudici di Palermo hanno sostenuto, nella loro sentenza di assoluzione per Matteo Salvini dall’accusa di aver trattenuto, privandoli della libertà, 147 migranti sulla nave Open Arms, che le norme del diritto internazionale marittimo non fossero sufficientemente chiare per attribuire all’Italia il dovere di soccorrere quella gente nelle acque del Mediterraneo da giorni e giorni, prive di qualunque soccorso e in stato praticamente di incedente inedia. La Procura ha ritenuto le argomentazioni a supporto della sentenza errate e ha fatto un ricorso per saltum, ossia scavalcando il grado di appello successivo e passando direttamente alla Cassazione.

Qui, alle asserzioni di alcuni quotidiani sulle devianze magistratuali e la voglia di protagonismo di certi giudici, si sono sommate le invettive cui, purtroppo, siamo abituati da parte di un governo che non rispetta l’equipollenza tra i poteri dello Stato. Non dovremmo non essere sorpresi di tutto questo e dovremmo indignarci di continuo, ogni volta che accade. Si dovrebbe davvero sollevare un muro di critiche nei confronti di un governo che si permette di attaccare chi fa il proprio lavoro, seguendo la Legge, ottemperando al ruolo costituzionale che ricopre.

Invece pare quasi che gran parte della cosiddetta “opinione pubblica” sia stata anestetizzata da un superficialismo che è un po’ la cifra di un’anticultura del pressapochismo, del fermarsi al detto per sentito dire, al titolo del giornale senza leggere il contenuto dell’articolo o, addirittura, al meme che rimbalza qua e là sui social internettiani più disparati. Il ricorso della Procura di Palermo – sostengono gli esperti di diritto – non solo era scontato ma era necessario perché l’obiezione della corte, che ha portato a considerare il trattenimento in mare di 147 migranti come fosse quasi una cosa normale, si fondava su argomentazioni non di merito ma di vacatio legis.

Se quanto affermato dai giudici di Palermo (che come si vede sono criticabili ma il cui lavoro va rispettato a tutto tondo) corrispondesse al vero, ciò colliderebbe con la sentenza della Suprema Corte emessa nel marzo di quest’anno in cui, cassando quella della Corte di Appello di Roma, si dava ragione ai migranti obbligati a stare sulla nave Diciotti da Salvini nel caldissimo agosto del 2018 e richiedenti per questo un risarcimento. Delle due l’una: o hanno ragione gli ermellini o ha ragione il tribunale palermitano.

Prova evidentissima del fatto che la politica dei “porti chiusi” fosse illegale, oltre che immorale e disumana, è data dalla sua totale cessazione dopo i casi eclatanti appena descritti e che, giustamente, hanno gettato il peso dell’infame malvagità, della perentoria voglia di nuocere, per meri scopi elettorali e di mantenimento delle posizioni di potere, nei confronti di esseri umani privati di qualunque diritto fondamentale e trattati come se fossero delle pedine in un grande cinico gioco delle destre qualunquiste e populiste riemergenti.

Proprio perché il governo ha una responsabilità di gestione delle istituzioni e di garanzia nei confronti dell’amministrazione più complessiva dell’intero Stato, è più che corretto e costituzionalmente intendibile che a controllarne l’operato siano il Parlamento e la Magistratura. La separazione dei poteri non è una intuizione suscettibile di adeguamento ai tempi: se vale, vale sempre come presupposto di buona salute della democrazia. Ma è chiaro che, nell’era meloniana, il potere esecutivo viene interpretato come il fulcro attorno a cui il resto si uniforma.

È una esplicita volontà politica che proviene dalla storia della destra missina: il governo forte, capace di reprimere in base a leggi e poteri speciali con in sé o accanto a sé un presidente-premier tutt’altro che arbitro e garante della stabilità generale della Repubblica, bensì interprete di un maggioritarismo assoluto e assolutista in cui non vi è spazio per la critica, per le minoranze e per le differenze. Meraviglia davvero che una parte della sinistra, quella di alternativa che si dice più vicina al mondo del lavoro e dei più deboli e fragili socialmente, non si renda conto della pericolosità rappresentata da queste forze conservatrici e reazionarie.

Eppure di esempi di torsione autoritaria ne abbiamo già abbondantemente avuti: soltanto il radicamento costituzionale diffuso e la particolare attenzione ai diritti di tutti e di ciascuno, portata avanti dalle associazioni sindacali con particolare tenacia, ha impedito oggi che queste premesse di deperimento della democrazia si potessero concretizzare in una svolta repentina verso una fisionomia dello Stato altra dal parlamentarismo, peraltro già ampiamente alterato dalle azzeccagarbugliesche leggi elettorali promosse un po’ da destra e un po’ da sinistra…

Visti i mutamenti internazionali e il carattere bellicista adottato dalla Commissione europea, non c’è da sperare nemmeno più nella UE per una protezione dai rischi di involuzione antidemocratica in singoli paesi dell’Unione. Il caso ungherese è lì a dimostrarlo. Eppure, nonostante divieti, stigmi, anatemi, minacce anche violente del governo di Orbán, il Pride più grande che si potesse vedere è stato fatto: segno che il potere ha dei limiti oggettivi, oltre a quelli che gli impone il sistema capitalistico-liberista.

Che cosa vorrebbe il governo Meloni dalla Magistratura? Una maggiore considerazione verso la maggioranza? Un particolare trattamento per chi ne fa parte, lasciando l’uguaglianza davanti alla Legge per tutti gli altri cittadini e per ogni altra organizzazione politica, sindacale, sociale e culturale? Come si devono interpretare le parole dei ministri che redarguiscono i giudici quando si permettono di criticarli senza troppi giri di parole? Il governo intende trattare i magistrati al pari dei conduttori televisivi e radiofonici non graditi e allontanati o le cui trasmissioni vengono tagliate in numero di puntate e finanziamenti?

Per avere un’idea di come siamo messi basta fare un salto su questa pagina di Wikipedia: il “Democracy Index” stilato dalla rivista  “The economist“. L’Italia è classificata come “democrazia imperfetta“. I parametri possono variare, visto che vengono presi in considerazione gli standard occidentali e che si tratta di un report che è la sintesi di una sessantina di domande poste ai cittadini e valutate da esperti non bene identificati. Tuttavia, proprio riguardo i paesi europei e dell’area anglosassone-americana, si può notare come il nostro Paese non si reputato pienamente democratico.

Siccome è una indagine di parte, e da questa parte del mondo, ci si sarebbe attesi una valutazione di comodo: invece no. L’Italia del 2025 non è come i Paesi Bassi o la Gran Bretagna. Non è come la Finlandia o la Svezia, non è al pari della Spagna o della Francia in tema di rispetto delle libertà sociali, civili, dei altrettanto tali diritti. L’Italia somiglia di più agli Stati Uniti trumpiani… Peggio ancora Israele (e sarebbe strano il contrario!). Le domande più importanti, rivolte alla gente, sono state queste:

  1. “L’equità e la libertà delle elezioni”;
  2. “La sicurezza degli elettori”;
  3. “L’influenza di poteri o governi stranieri”;
  4. “La capacità dei funzionari di attuare modifiche”.

In quanto a libertà ed equità delle elezioni vi sarebbe molto da dire e scrivere… Il terzo punto meriterebbe anch’esso una analisi a parte e approfondita. Dunque l’Italia rischia di divenire una democrazia autoritaria? Domanda ripetuta tante volte e senza risposta tutt’oggi: anche se le reiterate minacce del governo nei confronti dei magistrati che ne indagano gli esponenti potrebbero far pensare che si è su quella strada del tutto aperta e ignota nella sua prosecuzione.

La reciproca vigilanza tra i poteri è possibile solamente se ognuno si concepisce entro il perimetro costituzionale non come un possessore del potere stesso ma come delegato all’amministrazione del medesimo. Si tratta, è evidente, di un processo di continua elaborazione tanto concettuale quanto più pratica, dipendente da molte influenze esterne (ed interne). Difficile poter affermare un principio generale di tenuta della democrazia se non nella vicendevole buona considerazione del lavoro di ciascuno nell’interesse comune e generale.

Facile a dirsi e, come si vede anche in questi casi ultimi, molto, molto difficile a realizzarsi.

MARCO SFERINI

19 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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