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Marco Sferini

Atreju andava boicottata: nessuna legittimazione per i neoautoritari

Sta nei giochi di una politica reale, perché dei rapporti di forza bisogna tenere conto, perché non si può sfuggire a quelli che sono i profondi mutamenti che la società attraversa e che, oggettivamente, ci riguardano tutte e tutti: soprattutto quando riteniamo di poter essere, in una qualche maniera, immuni dai cambiamenti, dalle novità, dagli sferzanti e irrefrenabili trasformazioni che riguardano i processi dialettici più ampi e collettivi. Tuttavia, anche se la kermesse di Atreju è divenuta un evento ormai quasi universalmente accettato, un dato di fatto della politica italiana, un evento pari a quelli degli altri partiti e movimenti, si può sempre porre come pregiudiziale per una partecipazione il fatto che lì la parola “antifascismo” genera pruriginosità piuttosto importanti.

Nel nome del confronto con anche chi la pensa più all’opposto da noi, può dunque essere dato e accettato tutto? Anche l’asetticità nei confronti di un principio più che democratico come l’ostilità consapevole a qualunque forma di autoritarismo? Naturalmente, se lo si chiede agli esponenti del partito dei maggioranza relativissima che guida la coalizione di centrodestra, si sentirà affermare che nulla vale più della democrazia, che loro vogliono seguire i dettami costituzionali e che la Carta del 1948, quando alcuni dei loro predecessori e di quelli che, in erba, erano in cammino per divenire gli esponenti del neofascismo missino, è il loro riferimento e che, quindi la Repubblica Italiana non ha nulla da temere dalla loro presenza a Palazzo Chigi.

A parole tutto è rappresentabile con grande facilità, con un nitore quasi esemplare, tanto da convincere anche i più recalcitranti e scettici della bontà delle intenzioni e delle pratiche del governo meloniano in merito a garanzie singolari e universali: cominciando da quelle che riguardano i diritti sociali, passando per quelli civili e, in un crescendo quasi rossiniano, finendo con quelli umani. In tre anni di attività esecutiva, la compagine che festeggiava ad Atreju ha agito in senso contrario a quelli che sono i cardini e le pietre angolari su cui si fonda una vera democrazia repubblicana: non solo sono incapaci di dirsi “antifascisti“, ma nella più concreta e fattiva pratica hanno capovolto tutto un programma pseudo-sociale di governo di cui andavano menando il vanto dai palchi dei comizi elettorali.

Dai migranti ai salari, dalle pensioni alle infrastrutture realmente necessarie, dalle reti sociali lasciate senza un soldo e un sostegno a scuola e sanità che non sono state rilanciate come sarebbe occorso, mentre le spese del comparto militare sono aumentate e dismisura proprio come esigeva l’Alleanza Atlantica. Il patriottismo di Meloni e dei suoi ministri si è esplicato nella più completa acquiescenza nei confronti del grande capitale europeo, di un’economia sovranazionale che non riesce, per quanto grande possa dirsi ed essere, a giganteggiare tra i colossi riemergenti nel contesto multipolare. Invece di potenziare le voci di spesa sociale, il governo delle destre ha sinergizzato l’ostilità manifesta contro le minoranze con la tutela dei maggiori privilegi del mondo delle imprese.

Ha previsto defiscalizzazioni solamente per i grandi gruppi, per le aziende di una certa importanza nel mercato europeo e globale e ha tagliato fuori da ogni possibilità di tenuta e di ripresa dei consumi tutto quel ceto medio che, difficilmente, oggi può rientrare nelle categorizzazioni anche del recente passato. Il patriottismo meloniano si è ben presto dimostrato uno dei migliori alleati possibili di chi ha preteso, tanto a Bruxelles quanto a Francoforte, di fare del lavoro una incognita per chi è sotto regime salariale e una variabile dipendente dagli interessi capitalistici per chi detiene il controllo delle aziende, per chi fa, dunque, impresa e ha tutto l’interessa a vedere depotenziata ogni possibile concorrenza pubblica in merito.

A questo impianto di forte impulso liberista si è affiancata la linea di politica gestionale di un ordine pubblico fondata sulla repressione del dissenso, delle espressioni critiche e della libertà di stampa, di parola, di espressione, di satira, di giornalismo e di giudizio: da quello dei semplici e importanti opinionisti della carta stampata alle trasmissioni televisive che fanno inchieste preziosissime per conoscere quello che avviene tra le pieghe di un potere che pensa sé stesso come qualcosa di acquisito mediante un investitura popolare che gli ha dato pienezza di mandato e che, quindi, può fare a meno di qualunque controllo. La logica reazionaria e neoconservatrice delle destre meloniane si radica proprio su princìpi che seguono una connotazione che prescinde dall’equipollenza dei poteri dello Stato.

Il loro spirito autoritario si rende evidente ogni volta che devono rendere conto di quanto fanno: vivono il giudizio terzo come qualcosa di terribilmente fastidioso e pongono, per questo, l’attività di governo al di sopra di tutte le altre, assegnando al Parlamento un ruolo di ratificatore delle decisioni di Palazzo Chigi (complice l’ampia maggioranza di seggi che hanno nelle due Camere), vivendo con grande disturbo quelle che per loro sono le intromissioni magistratuali del potere giudiziario, tanto da mettere nero su bianco e approvare una controriforma della giustizia che trasforma alla radice il ruolo e le funzioni dei pubblici ministeri, del Consiglio Superiore (che viene sdoppiato e indebolito), e naturalmente dei giudici. Non siamo di fronte ad una destra di tipo liberale, ostile alle riforme sociali nel nome del mercato e formalmente convinta dell’impianto democratico.

Qui non c’è storia pregressa che possa dare una qualche garanzia in merito: coloro che oggi ricoprono i ruoli più alti delle istituzioni repubblicane provengono da una cultura come minimo a-democratica, che si è ispirata fin dall’inizio della sua manifestazione politica nel Movimento Sociale Italiano in quella formula almirantiana del “non restaurare, non rinnegare“. Rendere, quindi, moderna una nuova proposta di fascismo, sotto quelle mentite spoglie della destra di popolo, della destra vicina alle esigenze della povera gente, più o meno erede delle iniziali aspirazioni mussoliniane, frutto del passato socialista del duce. A questa destra di governo, che si rifà ad un impianto politico tutt’altro che comprendibile in quello che si potrebbe definire un nuovo “arco costituzionale“, non si dovrebbe dare alcuna legittimazione, benché l’elettorato gliene abbia data una diretta mediante il voto.

Per quanto incensurabile sia l’esito delle elezioni, che deve essere accettato come espressione della volontà popolare, si deve anche tenere conto dei giochetti delle leggi elettorali stesse e dei tanti artifici con cui la democrazia è stata aggirata più e più volte proprio negando il pieno rapporto di proporzionalità tra il numero dei consensi e quello dei rispettivi seggi nella Camera dei Deputati e nel Senato della Repubblica. Fatte queste premesse, per quanto legittimo costituzionalmente sia il governo di Giorgia Meloni, al pari degli altri che lo hanno preceduto, è altrettanto legittimo ritenerlo un esecutivo che ha come mira il sovvertimento di equilibri democratici che, invece, devono essere preservati e che proprio alle tante reti sociali, civiche e civili, culturali, sindacali, del mondo del lavoro e della scuola spetta questo compito.

La sorveglianza repubblicana la si attua proprio così: con quella partecipazione di massa che, più che giustamente, contesta non solo le politiche liberticide e socialicide del governo, ma il governo stesso per essersi posto più e più volte al di sopra della equipollente separazione dei poteri, in una disposizione giudicante gli altri rispetto a sé, considerandosi detentore e non amministratore del potere affidatogli da quello che deve rimanere il centro della vita della Repubblica: il Parlamento. Se non possiamo non considerare legittimati a governare questi neoautoritari moderni, possiamo sempre evidenziare il fatto che non sono come le altre forze politiche.

La loro origine neofascista li mette naturalmente in rotta di collisione con la Costituzione che è, dalla prima all’ultima parola, l’espressione di un antifascismo tutt’altro che preconcetto, ma discendente primo dell’opera resistenziale di liberazione dell’Italia da quella che non è stata una parentesi di alterazione della democrazia liberale, ma un suo vero e proprio annullamento nel nome della coercizione a tutto spiano. La pregiudiziale antifascista non è una mera formalità. Non è una richiesta di pronunciamento di una parola per mettere le cose a posto e, da quel momento in poi, poter considerare chi non si definiva tale ora pienamente aderente all’impianto sociale, politico e culturale costituzionalmente inteso. Quella pregiudiziale è una condivisione molto più generale di una visione e di una pratica che riguardano davvero la vita di tutti i giorni.

Riguardano i rapporti tanto interpersonali quanto quelli inter-istituzionali. Riguardano il modo in cui ci si relaziona con la storia italiana, con il suo stare nel “mondo grande e terribile“, con le contraddizioni emerse nel corso del Novecento e con tutti gli orrori che ne sono derivati. Chi ha, come gran parte della maggioranza di governo, delle serie difficoltà ad accettare la provvisorietà della gestione del potere e, invece, tende a darsi per scontato sempre e comunque, cercando di modificare l’impianto statuale della Repubblica, facendola passare da parlamentare a premieristica, andando molto oltre quelli che sono i crismi del semi o del completo presidenzialismo già sperimentato in molti paesi che sono tutt’ora democratici (per quanto sotto il costante attacco delle forze di destra che, purtroppo, si fanno prepotentemente avanti), non dovrebbe ricevere nessuna ulteriore legittimazione oltre quelle previste dalla dialettica parlamentare.

Molto furbescamente, la festa di Atreju è stata de-fratelliditalianizzata: sono stati tolti loghi e diciture che la rimandano direttamente al partito meloniano, per farne un momento di condivisione larga, dove tutti possono partecipare, dove chiunque può essere ascoltato, dove è possibile interagire anche con gli avversari più inveterati. Si è iniziato così a ritenere possibile, dato il ruolo acquisito dalle destre guidate da Meloni, un dialogo oltre le istituzioni con questi esponenti di un neoautoritarismo pregresso e, purtroppo, sempre molto tristemente attuale. Intellettuali, persone di spettacolo, giornalisti, politici anche molto, molto lontani dalla destra conservatrice e reazionaria, hanno pensato bene di andare alla festa in Castel Sant’Angelo: per portare lì una opinione propria, differente, nel nome del confronto.

Nel nome, quindi, di un tentativo di costituzionalizzare con la dialettica reciproca ciò che un tempo si riteneva non compenetrabile proprio nel perimetro della Costituzione e della politica fatta entro i limiti imposti dal rispetto della democrazia sostanziale e non solo meramente formale. Sono comprensibili le ragioni di chi ha fatto questa scelta, di partecipare alla festa di Atreju: si può ignorare l’evento nazionale del partito che guida il governo italiano? Si può far finta di niente e tacciare tutto e tutti di neofascismo, facendo tra l’altro un cattivo servizio all’antifascismo, e rifiutare di parteciparvi da una posizione di notorietà e quindi di ascolto indubbio delle proprie posizioni?

Forse che sì, forse che no. Ma il punto rimane semmai un altro: dietro a quello slogan, “Sei tornata FORTE“, scritto a caratteri cubitali, c’è una idea di Italia che contraddice apertamente la democrazia e che si fonda sulla prepotenza del più energico nei confronti del fragile, del muscolare nei confronti del debole. Ma soprattutto c’è, ancora oggi, la non accettazione completa dell’essenza antifascista, antiautoritaria, pienamente democratica della Repubblica nata dal processo resistenziale. La cultura di Meloni e dei suoi più fedeli accoliti è altro rispetto alla storia di un passato che è l’opposto rispetto a quella che loro ritengono si stata la parte giusta in cui stare allora, oltre ottanta anni fa. Nel corso dei tre anni trascorsi al governo del Paese, gli esempi sono stati tanti. Una piccola galleria degli orrori, per davvero.

Ecco, per quanto quella festa fosse vista come un momento di realpolitik, si poteva evitare di mettervi piede, riconsegnando ai neoautoritari di oggi, eredi del neofascismo di ieri, quanto meno la sensazione di non essere stati proprio del tutto “sdoganati” e, quindi, accettati e condivisi nel consesso repubblicano e democratico. Nonostante il voto, nonostante quella che in troppi pensano di potersi attribuire come “volontà popolare” in tutto e per tutto e che rimane, molto evidentemente, una delega piuttosto parziale per gestire e non per prendersi il potere.

MARCO SFERINI

16 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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