Se l’umanità si fa tanto per fare, non c’è bisogno di alcuna altra constatazione. Il pessimismo beniano era più che altro una presa d’atto universalistica: qui siamo, qui dobbiamo rimanere e il continuo rivolgimento dei fatti materiali induce a pensare che la volontà sia poi qualcosa che non obbedisce a noi, ma che ci fa obbedire a quel che crediamo si fondi sulla libertà di scelta che, a sua volta, si innesta su un principio di consapevolezza più o meno piena di ciò che ci riguarda e di ciò che ci circonda e continua, comunque, a riguardarci.
In una dimensionalità piuttosto asettica, da dietro un vetro di una sala d’interrogatorio di un qualsiasi ufficio di polizia, siamo tutti colpevoli di qualcosa. Perché il potere ci giudica costantemente e ci mette sotto una lente di rimpicciolimento, al contrario di quello che ci attenderemmo: non ci esalta, ma ci comprime; non accresce il nostro peculiare ma tende, con ostinazione, a ridurlo a qualcosa di mefiticamente infimo. Le differenze sono stigmatizzabili perché possono indurre alla riflessione sull’estranietà dal contesto.
Cosa c’è di più intimamente conservatore, di ancestralmente recondito nel nostro Es se non l’indomita voglia di essere ciò che questa natura imperscrutabile di giorno ci rivela ogni notte tramite l’onirica metafisica dei sogni? Più che altro, noi esistiamo diurnamente e viviamo propriamente attraverso la primordiale ghianda hillmaniana che ci abita e che ci fa essere, dì dopo dì, ciò che siamo. Anche a costo di segnalarci con mille disagi che stiamo imboccando la via sbagliata o, per meglio dire, la via che non ci rende quello che naturalmente dovremmo essere e che non è affidato alla coscienza cosciente.
C’è, dunque, una morale in questo nostro essere vitali, aperti al mondo, immersi nella reciprocità dei rapporti che ci attendono una volta giù dal letto e fuori di casa? Avremmo potuto scegliere, come umanità che comunque si fa tanto per fare (avrebbe ribadito CB), di metterci in una posizione mediana: non abbandonarci completamente agli istinti primordialmente primitivi, tipici del nostro essere animali umani e, al contempo, non soffocarci con tutte quelle norme che sono l’obbedienza che dobbiamo all’altro lato della natura che ci distingue come senzienti, autocoscienti e tragicamente consapevoli del dove noi siamo e stiamo.
Secondo Robespierre proprio la disposizione dell’uomo a darsi delle regole era una delle migliori espressioni di un cammino evolutivo che ci aveva indotto a comprendere come la libertà consistesse proprio nel darsi delle linee guida per tutte e per tutti e a cui tutte e tutti avrebbero dovuto obbedire per armonizzare i rapporti tanto personali quanto sociali. Il rispetto della Legge, dunque. Il rispetto di una conformazione complessa di equidistanze da un lato e di compenetrazioni dall’altro, per fare in modo che la parte eversivamente prevaricatrice che è in ognuno di noi potesse prendere il sopravvento su quella collaborativa.
La ribellione ha così due volti, è un Giano bifronte: da un lato è l’istinto a non sottometersi mai alla volontà altrui; dall’altro lato è un compiacersi del proprio poter fare, dell’essere oltre la provocazione di un insulto, di un atteggiamento di sfida. Trasecolando, si trsforma in una esigenza che ha molto dell’istintività e molto poco della razionalità etica che, spesso e volentieri, scade nel conformismo, nell’adeguamento passivo che nega assolutamente qualunque bontà civile, sociale e, per l’appunto, morale. Alexander DeLarge e i suoi drughi sono questa parte, sono questo secondo volto.
Sono una imitazione della ribellione ad un sistema che, tuttavia, incita provocatoriamente al crimine perché il seguitare quotidiano dei giorni, in una realtà altamente distopica come quella della Londra immaginata da Anthony Burgess, è la quintessenza della noia al cubo per chi ammira solamente l’eccesso e detesta la grigia normalità di una vita conforme agli standard di un buonismo tutt’altro che etico. Diciamo pure: istituzionalizzato. Il buon padre di famiglia, il buon figliolo, il buon studente, il buon cittadino, il buon lavoratore, la buona madre, sorella, figlia… E così via… Il capitalismo di ieri e di oggi non si pone il problema della perfezione etica. Tutto il contrario semmai.
Quindi è lecito imnaginare in un prossimo futuro una realtà londinese come quella di Burgess, ripresa magistralmente da Kubrick nella Settima Arte e riprodotta con eccellenti lavori anche sui palchi teatrali di mezzo mondo. “Arancia meccanica” (titolo originale “A Clockwork Orange“, edito da Einaudi in una meravigliosa traduzione dall’inglese e dal nadsat di Marco Rossari) non è soltanto un capolavoro della letteratura e del cinema, divisivo quanto basta (ieri meno di oggi) per confermare la teoria di una distopia già presente qui ed ora in un presente che non esiste, in un passato che ha cessato di essere tale e in un futuro che non potremo vivere mai.
Ha le fattezze dell’interpretazione surrealistica di una realtà in cui la cifra della violenza domina su tutto il resto e dove nulla si sottrae alla tenazione a volte, alla chiara manifestazione e alla esplicita volontà di imporre e non di condividere, di obbligare e non di chiedere, di far prevalere nazisticamente il forte sul debole per una ragione quasi rintracciabile (anzi, togliamo proprio il “quasi” e diciamo pure “senza ombra di dubbio“) nella insopprimibile originaria natura animale che ci è propria e che, tuttavia, pur essendo autocoscienti, noi non esaltiamo migliorando la vita nostra e di tutti gli altri animali o del mondo intero. No, noi la adoperiamo per prevaricare, per primeggiare gli uni sugli altri.
Per quale motivo? Tra gli altri per conservarci a scapito di chi è più debole, per trarre dalla fragilità altrui dei vantaggi, per essere primi, assolutamente primi in tutto e per tutti. La competizione fieresca che ci fa onore fino ad un certo punto. Su questa fortezza si vanno costruendo le mitizzazioni dell’assoluta bellezza e della perfezione: per cui il drugo massacra di botte il barbone che gli appare come un essere inutile, indegno di vivere, privo di una qualunque dignità; quindi completamente il contrario di ciò che egli si ritiene: dignitosissimo nell’essere al tempo stesso molto colto, come è Alex, e molto naturalmente crudele.
Dei quattro ragazzotti di bianco vestiti, calcanti la bombetta nera in testa e con alla mano fedelissimi bastoni, il più giugiurrellone è Bamba. Lo suggerisce anche l’onomatopea. Ma, spiega Alex, loro passano sopra alla sua ingenuità manifesta perché sa picchiare molto bene e questo vale: saperle dare di sana pianta, per divertirsi in una società in cui, evidentemente, tutto il resto è noia e, nemmeno a dirlo, è anche violenza. La potenza musicale di Beethoven eccita letteralmente il giovane drugo che, di notte, nei suoi sogni vede scorrere fiumi di mani che percuotono, che tengono ferme le vittime per i più feroci abusi sessuali.
Poi la narrazione onirica precipita nello storico e millenni di umanità si stagliano davanti a lui per quello che realmente sono: massacri, prigionie, conquiste, frustate a non finire, sadismo a più non posso. Burgess e Kubrick, praticamente inscindibili nel parlare di “Arancia meccanica“, indubbiamente denunciano ma prendono atto di questa realtà insita nell’essere umano. Se ne avvedono pur senza rassegnarsi completamente a quello che sembra un ineluttabile vocazione all’autodistruzione, all’annichilimento precoce della specie, alla devastazione tanto di ciò che ci sta ogni giorno nei pressi quanto del mondo per intero.
Noi siamo come l’arancia meccanica (o ad orologeria…): una promessa di bellezza e di succosità fuori e un incastro feralmente deleterio dentro, fatto di ruote dentellate che muovono ingranaggi perversi, agitati da desideri che si traducono in voglie di espansioni istintive, per oltrepassare il lecito, per andare oltre il confine del giusto, dell’etico, del comprensibile e del condivisibile. In questo senso, c’è della vera e propria pornografia letteraria e cinematrografica nei due autori. Non ha a che fare con la sessualità tout court, bensì con il superamento del principio di piacere freudiano, volto all’evitamento del dolore, che Alex e chi come lui intende inconsciamente come realizzazione del solo proprio piacere.
Se vogliamo, seppure impropriamente, possiamo parlare di edonismo all’eccesso, di sovraesaltazione di necessità che sono naturali ma che, proprio perché scadono (o si esaltano a seconda delle interpretazioni e dei casi) nel più crudele sadismo, dalla violenza sessuale all’omicidio efferato, contraddicono quella parte fondamentale della natura umana che controbiliancia il lato oscuro, quello pervasivamente malefico. Per quanto si possa tentare una cura, i rimedi del potere nei confronti della violenza sono spesso così coercitivi da indurre una maggiore violenza e non una sua fine. Le cure Ludovico si possono trovare in qualunque storia carceraria di questo mondo.
Alcune sono meno invasive e torturatrici di altre, ma da una prigione o da una segregazione di altro tipo, come dalle ipocrite buone intenzioni dei governi, non viene fuori un migliore cittadino. Ed infatti Alex accetta di fare da cavia, di essere egli stesso un oggetto di sperimentazione, per poter evitare la violenza del carcere, usciere e continuare ad essere ciò che la sua natura gli dice di essere: un drugo. Si può anche pensare di chiudere il libro di Burgess o di smettere di vedere il capolavoro kurbickiano per rientrare in una realtà vera e non esclusivamente distopica. Ma, volenti e nolenti, ci si renderà conto, se si possiede un minimo di obiettivita critica, che la distopia è vera.
Ciò che ieri ed oggi immaginiamo ancora come un mondo probabile, partendo dalle premesse del presente-assente che fluisce di continuo, non è purtroppo così lontano dall’essere un domani la realtà postmoderna che succede a quella moderna. Le guerre sono sempre all’ordine del giorno. I massacri, quindi, anche. Le torture, le prevaricazioni, le violenza di Stato non sono mai venute meno e, anzi, si sono moltiplicate fino all’olocausto di interi popoli, di intere comunità. Nel nome della supremazia del forte sul debole, di una razza sulle altre, di una specie su tutte le altre. Noi vediamo solo la violenza e la morte nella nostra “umanità“, ma ogni giorno da millenni ammazziamo gli altri esseri viventi per soddisfare i nostri presunti bisogni.
C’è molto di più della sola violenza punita dalla Legge nel nome della Giustizia e, quindi, del buon cittadinissimo vivere comune. Ma uno spiraglio di speranza, che si possa quindi cambiare una parte della nostra istintiva naturalità, è affidato alla coscienza, all’autoconsapevolezza che, pur senza reprimere gli istinti, si possa essere più empatici, riconoscendoci simili tra simili e anche tra dissimili. Per ora è un’utopia, ma domani potrebbe essere una realtà. E non più una antitesi della distopia immaginata da Burgess e così bene tradotta da Kubrick in quell’inconico film che non può non essere visto come, del resto, tutti gli altri suoi capolavori.
ARANCIA MECCANICA
ANTHONY BURGESS
EINAUDI, SUPER T, 2022
€ 13,00
MARCO SFERINI
5 novembre 2025
foto: particolare della copertina del libro
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