In principio non fu la Legge Scelba, ma quasi. Il reato di “apologia del fascismo” venne senza dubbio sintetizzato nella normativa del 1952, ma prima ancora, già dal 1945, ci si era posti il problema di come evitare non solo singoli atti, ma riorganizzazioni dei membri di quello che nei fatti era il disciolto partito fascista e che, per la Costituzione repubblicana, lo diverrà ufficialmente a partire dal 1° gennaio del 1948. A ridosso della fine della Seconda guerra mondiale, con la monarchia ancora istituzionalmente presente, con una occupazione militare alleata e con una Europa letteralmente da ricomporre, il momento è particolarmente critico.
Un po’ per tutti: i partiti antifascisti devono gestire la transizione dal regime ventennale mussoliniano ad una Italia che, già politicamente con la Svolta di Salerno e immediatamente dopo con la formulazione del Decreto legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, si avvia ad un passaggio democratico che apre un dibattito ovvio sulla forma dello Stato e sulla sua più complessa articolazione territoriale. Il fascismo, dunque, viene messo al bando e considerato per quello che è: un regime criminale che ha soffocato le libertà e i diritti e che, alla fine, ha portato la nazione al disastro, trascinandola nelle atrocità del conflitto.
La fine della guerra, tuttavia, non è una cesura netta tra il passato e il presente. Non lo può essere nei fatti, non lo potrebbe essere nemmeno se si tentasse di imporlo con leggi o decreti. La memoria di ciò che il fascismo è stato deve essere, anzi, la premessa per porre in essere tutta una serie di azioni concrete che capovolgano letteralmente ciò che è stata la dittatura mussoliniana e non ritenere che sia semplicemente una parentesi autoritaria tra il liberalismo di inizio secolo e la democrazia repubblicana che sta per inverarsi. Non è infatti della memoria che hanno timore le antifasciste e gli antifascisti nel 1945 e poi anche nel 1952.
Ciò che si vuole prevenire è la destabilizzazione del nuovo ordine costituzionale, la possibilità che i vecchi repubblichini di Salò così come i fascisti della prima ora possano riorganizzarsi e sfruttare le contraddizioni del dopoguerra, le incertezze sul futuro immediato e la grande crisi economica che segue ad ogni conflitto armato, per penetrare dentro le istituzioni, farsi strada ancora una volta e rimettere in gioco quella nocività del mussolinismo che era apparsa, anche a molti politici ed intellettuali che fascisti proprio non erano, come un fenomeno non poi così importante e, quindi, passeggero.
Le riflessioni che ci inducono a fare Davide Grippa e Clemente Volpini con il loro studio sull'”Apologia del fascismo. Passato e presente di un reato politico” prende avvio anzitutto da una contestualizzazione storica necessaria, senza cui è impossibile comprendere il tutto calato nella più vicina contemporaneità di fatti che sono ancora troppo recenti per essere classificati come l’ieri della Storia e, per questo, non aiutano nemmeno ad avere un quadro chiaro e preventivo per come disporsi nell’immediato domani riguardo i rigurgiti nostalgici da un lato e le sedimentazioni di più lungo corso dall’altro del fenomeno post e neofascista.
C’è, oltre alla carrellata storica, che è una vera e propria filmografia degli ultimi ottanta e più anni della vita del Bel Paese, una minuziosa disamina di grandi e piccoli episodi che non sono separabili tra loro e che, pur partendo da contesti differenti, rientrano comunque in un ambito più generale che rievoca il fascismo sotto mentite spoglie, aggirando le normative, utilizzando la benevola libertà democratica per rimanere a galla e infiltrarsi nelle nuove maglie istituzionali del parlamentarismo così come in alcuni settori sociali, civili, culturali e sindacali.
Non si può certo affermare che la democrazia in quanto tale favorisca il nascere dei regimi autoritari permettendo ai partiti che li vorrebbero rappresentare di farsi largo nel consenso popolare mediante il confronto elettorale: tuttavia, proprio grazie alla possibilità di esprimere tutte le idee con la parola e lo scritto, con la diffusione delle stesse mediante l’organizzazione in partiti, movimenti e collettivi, i rimasugli del fascismo repubblichino sono riusciti a fare del Movimento Sociale Italiano il loco in cui si sono concentrate le più ostinate personalità della vecchia dirigenza di Salò per – virgolettato – esprimere «opposizione al sistema democratico per mantenere viva l’idea del fascismo».
La reazione a questa sfacciataggine tipica della violenza cameratesca di destra è la marginalizzazione, la condanna esplicita da parte di tutto l’arco parlamentare, anche se alcuni settori della Democrazia Cristiana sono tiepidi in merito e, manco a dirlo, i monarchici guardano con qualche simpatia al partito della “destra nazionale“. Siamo o non siamo in presenza di apologia di fascismo qui? Oppure i missini esercitano un diritto costituzionale legittimo, ossia quello di contribuire alla formazione della politica del Paese seppure abbracciando idee che sono oggettivamente in contrasto con i valori e i princìpi della democrazia?
Gli autori di questo pregevolissimo saggio storico puntualizzano che si è sempre analizzata l’apologia di fascismo dal punto di vista del diritto; mentre lo si è invece affrontato molto meno, in studi e ricerche, su un piano meramente politico, avendo anche qualche difficoltà nell’inquadramento propriamente storicistico, visto che si può affidare alla Storia ciò che è passato e non ciò che, in molti modi, in tante maniere e con mille esibizioni plateali (più o meno caricaturali), è ancora un fenomeno presente nell’oggi. Dibattiti nelle Camere e sentenze dei tribunali hanno tenuto conto ora di questo ora di quell’aspetto.
Soprattutto i giudici, che rispondo esclusivamente alla Legge, hanno involontariamente affermato che quello che politicamente era un reato politico, dal punto di vista legale poteva essere tollerato o, se non altro, compreso in una stretta cornice di espressione di un diritto sancito dalla Costituzione: è davvero sottilissima la distinzione tra un saluto romano esibito per manifestazione liturgica davanti alla Cripta Mussolini in quel di Predappio ogni anno e un saluto romano invece esibito durante una manifestazione politica da parte di militanti di partiti dichiaratamente “fascisti del terzo millennio“.
Il divieto, del resto, ha sempre funzionato poco perché la Legge arriva là dove non arriva la cultura diffusa, la percezione e la consapevolezza del fatto che il fascismo dovrebbe essere, in quanto regime criminale, in quanto dittatura spietata ultraventennale, un qualcosa che si pone oggettivamente al di fuori della considerazione anche solo ipotetica come elemento squisitamente condivisibile in campo politico. Invece, immediatamente dopo la fine del regime, dopo l’esecuzione di Mussolini e dei maggiori gerarchi da parte dei partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia, non si apre in Italia un dibattito serio su quale coscienza civile, politica e sociale si debba avere.
La stigmatizzazione, ovviamente, era insita nel disprezzo diffuso per le atrocità commesse dalle camicie nere, dalle truppe naziste, dall’insieme di un apparato statale che aveva, nella torbida e truce avventura della Repubblica Sociale Italiana, riproposto non un fascismo cattivo rispetto a quello presuntivamente buono delle origini (se ne occupa molto bene Francesco Filippi in “Mussolini ha fatto anche cose buone“, Bollati Boringhieri, 2019), ma l’essenza più genuina del movimento fondato a Milano nel 1919 e divenuto immediatamente la quintessenza della violenza prevaricatrice, del sopruso e della cattiveria molesta unita ad un affarismo tipico di chi assume il potere nel nome dell’interesse nazionale e poi ingrassa le proprie tasche senza se e senza ma.
Il saggio storico di Grippa e Volpini traccia una linea di continuità tra l’ieri e l’oggi, passando per una sequela di narrazioni che non sono interpretazioni di sorta, ma solidi dati di fatto, comprovati e riscontrabili da tutti. Quindi l’indagine è mossa dalla domanda su cosa sia questo reato politico che ha attraversato i decenni e che ancora ora è oggetto di un dibattito veramente irrisolto e, forse, irrisolvibili con le premesse date di un Paese che è diviso, oggi più di ieri, dopo la vittoria meloniana nel settembre 2022, tra recupero di un insieme di valori espressi comunque dal fascismo e un antifascismo che ha bisogno di riconvertirsi su basi moderne, aggiornate al linguaggio delle giovani generazioni.
Che le radici del melonismo affondino nella tradizione missina non è certo un mistero. Vale forse ancora la famosa espressione coniata da uno degli esponenti più di spicco del MSI, da un fascista della prima ora quale Augusto De Marsanich: «Non rinnegare, non restaurare». Gli eredi del duce avrebbero quindi mosso i loro passi in un ambito democratico di cui si sarebbero serviti ma che non avrebbero mai accettato come prima nuova ispirazione della loro politica che si fatica a definire postfascista se non proprio in termini di confronto temporale tra il prima e il dopo il 25 aprile 1945. I missini sanno che è impossibile riportare l’orologio della Storia indietro e restaurare quindi il regime che gli è caro.
Ma sanno anche che questa può divenire un’occasione assai pretestuosa per mostrarsi come inclusi in un ambiente parlamentare che è, di per sé, il fulcro della democrazia pur lottando accanitamente contro il Parlamento stesso, contro l’idea del confronto civile e rispettoso. Anche se tutto ciò non è fatto mostrando fasci littori, esibendo fez o camicie nere o producendosi in saluti romani nelle Camere, chi può realmente affermare che non si tratti di apologia di fascismo. Certo, il reato descritto nella Legge Scelba è circoscritto con sufficiente chiarezza: si punisce chi fa propaganda per la ricostituzione del PNF, per chi ne tenta la riorganizzazione, per chi usa metodi violenti.
L’MSI non rientra nel reato di “ricostituzione del partito fascista“? Non porta il nome del vecchio partito, ma è un soggetto politico fatto da fascisti, che si dichiarano tali e che non rinnegano, appunto, nulla. Ma non vogliono restaurare e, dunque, il cavillo è bello e pronto. Almeno in punta di diritto. Politicamente il MSI rimane fuori dall’arco costituzionale pur avendo seggi in Parlamento. Non governa, ma trama a lungo contro la Repubblica, per sovvertirla, per alterarne gli equilibri precari del dopoguerra. Non ha mai organizzato colpi di Stato, ma alcuni suoi membri erano coinvolti nel “Golpe Borghese” e la sua internità alla “strategia della tensione” è ormai storicamente accertata.
Dunque non si può fare dell’apologia di fascismo una reductio ad unum, perché esistono molte interpretazioni e declinazioni di questo reato tanto nel passato quanto nel presente. Sono apologeti del fascismo coloro che hanno provato ad instaurare un regime autoritario e militare in Italia negli anni Settanta sulla scia dei colonnelli greci, quanto coloro che, più folkloristicamente, si vestono come le camicie nere e la Guardia Nazionale Repubblicana, sfilano fino alla tomba del duce, salutano romanamente e inneggiano a tutti coloro che sono morti per affermare un crimine come ideale nazionale.
Visto che i conti con il nostro passato non li abbiamo ancora completamente fatti, il saggio di Grippa e Volpini è più che mai utile per aprirsi a nuovi spunti tanto storici quanto politici. Per continuare un dibattito su ciò che siamo stati e su ciò che potremmo ancora essere se non stiamo attenti, se non proteggiamo la democrazia repubblicana da chi vorrebbe oggi dirsi interprete dei migliori valori costituzionali e che, nemmeno tanto privatamente, sogna premierati e pieni poteri per rimettere il governo al centro delle istituzioni, facendo delle Camere non più un “bivacco di manipoli”, ma magari un bivacco di interessati, nuovi patrioti dell’interesse personale. Nel nome della nazione, si intende…
APOLOGIA DEL FASCISMO
PASSATO E PRESENTE DI UN REATO POLITICO
DAVIDE GRIPPA, CLEMENTE VOLPINI
EINAUDI, 2025
€ 19,00
MARCO SFERINI
29 ottobre 2025
foto: particolare della copertina del libro
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