Partendo dalla considerazione che bisogna fare i conti con la realtà in cui ci si trova, si può, anzi si deve, proprio per questo motivo, domandarsi cosa è possibile concretamente mettere in essere per migliorarla. Non è una presunzione quasi archetipamente presente nella specifica natura di ognuno di noi. O, per meglio dire, lo è anche, visto che tendiamo comunque ad affrancarci essenzialmente dalle “fatiche” del vivere; ma, probabilmente, questa domanda proviene da una necessità a metà tra l’ideale e l’empirico, il concettuale e il pratico.
In molti pensatori, ritenuti a torto dei convertiti esclusivamente al filone politico, convive la passione per la conoscenza dell’esistente e, tramite questa, il tentativo di modificarne quei rapporti di forza che sono propri della configurazione tra il mondo per intero e il mondo concepito e strutturato secondo un ferreo antropocentrismo che, come è abbastanza sotto gli occhi di tutti nella tremenda involuzione innaturale che abbiamo imposto al pianeta e a tutti gli altri esseri viventi, risponde alle prerogative essenziali del sistema economico dominante.
Dunque, filosofia come amore della conocenza e politica come altro amore, ma per l’organizzazione della società, possono convivere molto liberamente, intersecandosi, scambiandosi tutti quei presupposti da loro producibili in termini di elaborazioni tanto teoriche quanto pratiche. La spasmodica ricerca della verità, al fin fine, è l’humus fecondo su cui germogliano tantissimi pensieri che sono passati ad essere concrete azioni di governo come di opposizione. Gli esempi sarebbero innumerevoli e spazierebbero un bel po’ trasversalmente dal conservatorismo fino al progressismo più rivoluzionario. Prendiamo quest’ultimo come esempio e proviamo a parlare di Bakunin.

Il giovane Michail Bakunin
Sì, del teorico e del pratico dell’anarchismo moderno: tra i suoi giovanilissimi scritti ne spicca uno intitolato proprio “Sulla filosofia“. Il figlio di una famiglia di nobili proprietari terrieri aveva frequentato la scuola di artiglieria in quel di Pietroburgo per poi scoprire che quella militare non era la sua strada e che, da “fanatico amante della libertà” (così appella sé stesso in un saggio su “La Comune di Parigi e la nozione dello Stato“) si era proprio messo di buona lena ad approfondire le letture filosofiche per comprendere anzitutto il valore storico di un termine che pareva potersi declinare in tante e tali sfaccettature, viziato da così infiniti tentativi di imitazione da parte del potere, da risultare quasi sbiadito, scolorito nella sua primigenia essenza.
Citando direttamente, scrive l’anarchico russo: «La filosofia è quindi la conoscenza della verità. Hegel, quando corona con il suo sistema il maestoso edificio della nuova filosofia tedesca, dice che è arrivato ora il tempo in cui la filosofia – da amore della saggezza, della verità – si deve trasformare in effettiva conoscenza della verità». Questa lettura della dialettica hegeliana pone l’accento non su una interpretazione filosofica del vero ma sul fatto concreto che mediante la speculazione stessa del pensiero si giunge al vero medesimo.
Una affermazione a prima vista molto ardita, ma in parte giustificata dal fatto che Bakunin attribuisce ad Hegel la conversione dell’ambito filosofico dalla mera interpretazione soggettiva alla logica interpretazione razionale del reale. Ciò che era praticamente tutto interno ad un empirismo piuttosto cupo ed oscuro, con Hegel diviene invece contesto di condivisione tra immaginazione e realtà, tra pensiero e osservazione concreta dei rapporti di interconnessione tra le forze, le tendenze, gli incroci dei tanti esseri viventi che sono più o meno protagonisti della loro esistenza nel qui ed ora.
Proprio in questa condizione di scoperta della possibilità di trarre dall’empirico il materiale per la riflessione filosofica e, quindi, mutare ciò che un tempo veniva considerato ininterpretabile, si situa la riconoscibilità di un procedimento dialettico che anche Bakunin apprezza e condivide: perché il pensiero dall’empirismo trae quei fatti che sono, in apparenza, oggettivi e li studia, li seziona, li astrae anche momentaneamente dal contesto per ricollocarveli una volta compresi e capiti con una dose di critica che, nemmeno a dirlo, risponde ad un principio dialettico in tutto e per tutto. Il Bakunin di questi anni è indubbiamente un gran sognatore, un idealista.
Ma la sua critica di un intellettualismo a dir poco scientifico, incapace di mettersi sotto la lente della critica speculativa, di una filosofia non astratta ma dedita all’essere pratico in un certo qual modo, sarà una premessa utile per i successivi sviluppi di un pensiero che affiderà al materialismo (certamente storico e certamente dialettico) quell’interpretazione libertaria del mondo che ne caratterizzerà la vita, l’attività culturale e politica. Tanto che, come confermano molti studi in merito ed anche diverse biografie sull’anarchico russo, nella sua maturità Bakunin diviene un accesissimo anti-idealista.
In quanto essere umano riconosce a sé stesso di non poter spingere la sua anti-metafisica fino al punto da eliminare dentro di sé qualunque traccia di spiritualismo, di pensiero che va oltre la logica razionale, oltre la dialettica hegeliana e oltre quella di una analisi del mondo che guarda essenzialmente al confronto e allo scontro fra le classi sociali in lotta per la prevalenza del profitto privato e del privilegio da una parte, per la giustizia proletaria dall’altra. C’è, infatti, nel giovane Bakunin, come del resto non poteva non essere per via dell’ambiente familiare e sociale in cui si era ritrovato a crescere, un sentimento profondamente cristiano nel suo primo approccio al mondo.
In una delle missive che scrive ai suoi fratelli fa addirittura riferimento al comunismo di cui si parla tanto, come di una traduzione ideale e pratica del Cristianesimo delle origini. In sostanza di quello vero. Le premesse della sua futura impostazione libertaria qui si possono chiaramente leggere tutte quante: il messaggio evangelico è universale, è l’egualitarismo per eccellenza, è la promessa di un mondo che, se letto con la lente di ingrandimento di una ermeneutica critica e non religiosa, deve realizzarsi nell’oggi e non nell’ultraterrenità, nel cosiddetto “Aldilà“. L’evento che dà una svolta alla vita di Bakunin è l’insurrezione di Dresda del 1849, quindi un qualcosa di estremamente calato nella concretezza del reale.

Il giovane Karl Marx
Siamo nel pieno delle rivoluzioni popolari europee del biennio Quarantotto-Quarantanove: quando si è ad un passo dalla conquista di diritti fino ad allora disconosciuti dal potere dei re e dei tanti sovrani che ancora sono disseminati tanto negli Stati tedeschi quanto nel resto del continente, si crede davvero di avere a che fare con una accelerazione data dalla volontà dei popoli alla propria storia e a quella del mondo intero. La prigionia che subisce da parte dei sassoni prima e poi dei russi, lo persuade che la semplicità non è una caratteristica delle lotte che, anzi, fanno emergere ciò che di più problematico esiste nella concretezza della realtà della vita quotidiana.
Questo duro approccio col pragmatismo dei bisogni sociali non gli fa dimenticare però il carattere libertario che assegna a quella che, prima e dopo la fuga dalla Siberia, diviene la sua missione di vita: la lotta per l’anarchia, per la fine di ogni potere dello Stato sulle persone, per la costruzione quindi di una società di federati e non invece come quella comunistica pensata da Marx ed Engels in cui il ruolo del potere è ancora esercitato dal proletariato nella fase di passaggio dallo Stato borghese allo Stato dei lavoratori e, infine, all’estinzione stessa dello Stato in quanto tale. Ma ciò solo nel momento in cui sarà impossibile distinguere classe da classe.
Qui riemerge, proprio nella polemica aspra con il Moro, tutta la differenza tra quello che sarà poi lo scontro storico tra movimento anarchico e movimento comunista. Nell’interpretazione marxiana – secondo Bakunin – la società che nascerebbe dalla rivoluzione «non sarebbe una società libera, non sarebbe un’autentica comunità vivente di uomini liberi, ma piuttosto un regime di insopportabile oppressione, un gregge di bestie messo insieme dalla costrizione, che non avrebbe di mira se non le soddisfazioni materiali e non saprebbero nulla di ciò che è spirituale e di tutte le gioie dello spirito».
Ecco che l’ancestrale spiritualismo delle sue origini, completamente assente invece in Marx ed Engels, ritorna come un’eco lontana che si aggancia al teoricismo anarchico più aggiornato: non si può del tutto dare torto a Bakunin se si fa una equiparazione piuttosto arbitraria e sempliciotta tra il marxismo come un tutt’uno indistinto di precetti (che infatti non è) e la sua traduzione statale negli esperimenti novecenteschi che pure, tra mille e mille contraddizioni e anche molti orrori, hanno dato a numerosi popoli una opportunità di riscatto rispetto ai precedenti regimi. Ma l’esegesi politica di Bakunin nei confronti del Moro non approda solo al negativo che egli vede nella prospettazione dell'”idea di una cosa…“.
La convinzione ostinata dell’anarchico è in gran parte sedimentata nell’opposizione al rapporto tra struttura economica e sovrastruttura statale. L’apparato burocratico finisce col soffocare l’istinto rivoluzionario, la sua propria natura di sovvertimento dell’esistente e di trasformarlo soltanto ma non di abolirlo. Qui l’immanenza dell’anarchismo si esprime in tutta la sua caratteristica affinità al materialismo che, del resto, non è estraneo alle altre critiche anticapitaliste. Ma, se si cerca nel profondo, si ritroverà pur sempre una qualche divergenza tra marxismo e bakuninismo (se così ci si concede di semplificare i grandi filoni della cultura di cui stiamo scivendo).
Questa diversità rimane ancorata ad uno spiritualismo che Bakunin immette nel suo essere anarchico e che, ovviamente, è stato tanto interpretato quanto accettato o respinto. Ma, in fin dei conti, non è il tratto distintivo del moderno otto-novecentesco libertarismo. Ne è una caratteristica e in quanto tale va appresa, discussa e rispettata.
MARCO SFERINI
8 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















