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Amras
Quanto tempo della nostra vita passiamo a lottare con noi stessi, per ciò che proviamo, per i contrasti che percepiamo interiormente e che riflettiamo sull’esterno o che, invece, dall’esterno si riflettono su noi? Tanto tempo, è la risposta più benevola. Quella meno indulgente e, forse, più veritiera, è che non passa giorno in cui ai momenti di serenità (e quindi di spensieratezza, di letterale assenza del pensiero che si aggroviglia su sé stesso) non si alternino quelli intrisi di una inquietudine che non ci abbandona praticamente mai.
Due vite occorrerebbero almeno: una per sperimentare il vivere ed un’altra in cui, fatte le dovute esperienze del caso, poter scegliere che strada intraprendere e come reagire alle avversità per cercare di limitare le sofferenze: sia quelle che ci arrivano dall’inconscio, quindi dalla nostra natura più profonda e, per questo, impenetrabile dal razionale, sia quelle che invece sono esogene e ci piombano tra capo e collo perché fanno parte degli eventi naturali, del corso dell’esistenza nel suo insieme.
Ma due vite non le abbiamo, almeno così pare: per quanto ne dicano coloro che credono nella trasmigrazione delle anime dopo la morte dei corpi, la nostra un po’ icasticamente rigida percezione razionale del qui ed ora ci dice che questa esistenza molto probabilmente finirà con la nostra morte e, quindi, della nostra autoconsapevolezza di essere e di esserci non rimarrà nulla; mentre le nostre molecole andranno a far parte di altri aggregati di materia qua e là nell’Universo. Fin qui la più che condivisibile descrizione scientifica del ciclo naturale della vita di ogni essere senziente.
Tuttavia rimane la grande incognita del non riuscire, nonostante l’ostinato studio di noi stessi su noi stessi e sugli altri, sul mondo e sul cosmo, nello spiegare la natura della natura medesima. L’insignificanza della vita è un margine di confine invalicabile: non c’è un senso oltre la volta celeste del cielo. Al di sotto tutto ha una ragione d’essere, perché – come ci ricordano i filosofi – tutto ciò che è reale e viene mediato dalla comprensione razionale appare come tale. Ma al di là questo limite non c’è più certezza, non c’è sicurezza alcuna e ogni cosa è impalpabile, sfuggente, misteriosa.
La condizione angosciosa è tipica di chi si è reso conto che non c’è soluzione all’enigma. Dunque, la vita ha un suo perché soltanto se è fine a sé stessa, se riguarda il nostro quotidiano qui ed ora: il mondo, per l’appunto, del “possibile“. Tutto ciò che trascende le possibilità di scegliere, va al di là di qualunque principio che non soltanto concerne l’afferenza con la razionalità, ma con il nostro rapporto rispetto al tutto, a ciò che è e che non dipende da noi. L’indagine esistenziale, gnoseologica, fisica e metafisica si nutre tanto di una prospettazione epistemologica, quanto di un’aura più spirituale, se vogliamo anche religiosa.
Prendendo spunto da Schopenhauer, Thomas Bernhard, tra i più grandi scrittori del travagliatissimo Novecento, pone la difficoltà dell’interpretazione del reale o, per meglio dire di una sua lucida (o quanto meno più nitida) attitudine alla comprensibilità, come una caratteristica strettamente correlata ad una sorta di stato di sanità mentale e fisica. Chi è tutto improntato a vivere nell’indispensabilmente stretto circolo del quotidiano, e non mette quindi in relazione l’asfissia del qui ed ora con l’iperbolica vertigine della proiezione nel non-senso dell’esistenza dato dall’elevazione oltre la volta celeste (anche puramente metaforica), non ha quella “veggenza” che invece possiede il malato.
La malattia intesa come restrizione delle capacità di onnipotenza di cui spesso e volentieri ci sentiamo investiti da una sorte che non ci deve abbandonare alla finitudine della morte. L’oltretomba è, quindi, non cessazione dell’essere, ma rimodulazione dello stesso in dimensionalità differenti e, per questo, inimmaginabili in questa vita terrestre. Leggere Bernhard non è consolante, se si cerca consolazione. Non è gnoseologico se ci si cerca una spiegazione. Non è epistemologico, se si cerca l’estremità della logica. Ma è, per chi vive questi stati d’animo, quindi della mente o, se vogliamo dire ancora altrimenti, della coscienza, una constatazione che queste domande non sono follia.
Sono una ricerca interiore di tante e tanti, molte volte inconfessabile per evitare di essere presi per folli moderni che si arrovellano su problemi antichissimi; altre volte non dicibile perché si preferisce – forse saggiamente – tenere tutto o quasi per sé stessi con una difesa così quasi istintiva di una propria ricchezza introspettiva, incomunicabile perché il tipo di comunicazione che abbiamo sino ad oggi sviluppato ha bisogno di categorie ancora altre per dare un minimo di “senso comune” a ciò che è comune nell’essere così particolarmente singolare. Ognuno di noi, infatti, pur condividendo la medesima sorte, vive l’esistenza del tutto differentemente da ogni altro.
Ed è un po’ quello che capita ai due fratelli K. e Walter nella torre oscura di “Amras” (Adelphi, 2026): poco più di un centinaio di pagine che raccontano la dilaniante sorte di una famiglia oppressa da una malattia localizzata nel Tirolo, che prende la madre, che avvinghia uno dei due figli, che finisce, tra le molteplici concentrazioni di cause, per devastare tutto e tutti: il suicidio collettivo non va come dovrebbe. I due fratelli sopravvivono e sono costretti ad un legame ancora più vicino rispetto a quello vissuto fino ad allora. La tragedia è il manifesto di avvitamento continuo dei pensieri e dei sensi di colpa, delle domande e delle loro inevase risposte.
K. e Walter non hanno nemmeno vent’anni, eppure hanno vissuto un vero e proprio olocausto familiare: tutto è crollato senza che vi fosse la possibilità di un recupero. Sono rimasti loro, salvati da uno zio, in una torre già proprietà del padre: buio creato dalle pareti materiali di una costruzione che pare proteggerli al momento, ma diviene la prigione delle loro in-coscienze e dei tormenti che esprimono senza soluzione di continuità. Lo mette bene in risalto K., che è l’io narrante: quella tenebra li custodisce ma, al contempo, costringe i due ragazzi a fare i conti con una domanda ossessiva: perché loro sono ancora costretti a vivere?
Qui il senso di colpa c’è e non c’è, visto che, anche prima del tentativo di suicidio collettivo, è l’intero nucleo famigliare a “sopportare” l’esistenza e a costringersi a vivere in qualche modo. Nella torre di Amras, resa dallo zio – per suo gusto – così tetra e angusta, priva di qualunque fonte luminosa, c’è una lunga notte senza sonno che K. descrive ripetendone l’effetto devastante che ha sulle loro menti che vorrebbero distrarsi, fuggire da sé medesimi; mentre, pur aprendo molti libri e cercando rifugio nei racconti d’altro, fare ciò era ogni volta «come scoperchiare una bara». Immediatamente dopo il funereo gesto della famiglia, la torre è per i due fratelli un luogo di salvezza.
Un luogo in cui provare a rimettere in moto un significato anche modesto dell’esistenza. Ma, ben presto, e non solo per il suo aspetto torvo, si trasforma in una prigione dell’animo e della mente e l’incubo riappare. Non più la malattia tirolese ma un’altra pagina di angoscia da scrivere e da rileggere. La torre di Amras è la metafora della separazione dal mondo incomprensibile, ingestibile razionalmente, in cui non vi è scampo: è riparo e rifugio ma, ci dice con nettezza Bernhard, non esiste nessun riparo, non esiste nessun rifugio in cui potersi sentire meglio e al sicuro.
Perché rinchiudersi non è una soluzione: semplicemente perché non c’è soluzione. Ogni percezione emotiva deve essere vissuta in quanto tale, per quanto male possa fare oppure per quanto bene. Se ci ostiniamo a cercare un po’ di verità, che ci renda più quieto l’animo, non la possiamo trovare nella luminosità incandescente della quotidianità, del possibile e del sensato: la possiamo trovare in quell’oscurità che è prezioso celamento dell’essenza più naturale che ci contraddistingue. Quello che percepiamo in superficie è ingannevole proprio perché deve essere razionale, senza alcun se e senza alcun ma.
Ma queste schematizzazioni non valgono per un animo umano che è invece privo di spigoli, mutevole nelle forme, inobbediente alle certezze e alle sicurezze tutte d’un pezzo. Nelle zone d’ombra vige l’anarchia dei sentimenti che non obbediscono alle convenzioni e alle tradizioni sociali, morali o alle imposizioni legali. Nella torre i due fratelli non conoscono però la quiete, lontani dal mondo che li circonda. Conoscono semmai l’esatto opposto: il confronto tra le due realtà e ciò che, pur nelle tante dicotomie, hanno in comune, ossia la putrefazione, il consumarsi di tutto, la mutazione e l’impossibilità di fermare questo processo.
È altresì vero che quella torre per i due fratelli, dopo la tragedia familiare, è l’unico luogo in cui è per loro accettabile continuare a vivere nel ricordo dei tempi passati che è il punto su cui verte anche l’omaggio che essi fanno ai loro affetti, alle persone che gli sono state care e, in un certo qual mondo, anche nei loro stessi confronti. Tutti loro non sono degli sconfitti: tutt’altro. Bernhard fa di queste anime in pena dei resistenti all’altrimenti vuota disperazione esistenziale o, peggio ancora, all’inconsapevolezza pressoché completa del dramma umano autocosciente.
Non è una visione pessimistica dell’essere e dell’esserci. È una presa d’atto del fatto che si può vivere senza troppa angoscia sapendo che l’angoscia pure c’è e ci può fare visita. Anche e, forse, soprattutto quando meno ce l’aspettiamo: perché troppe domande sono state soffocate dal “senso comune“, da ciò che si pensa sempre di poter affermare senza rendersi conto che tutto è già stato detto, ripetuto e che noi siamo i ventriloqui di generazioni passate. Ammoderniamo il linguaggio, ma la rappresentazione, pur cambiando gli attori, non cambia poi molto…
AMRAS
THOMAS BERNHARD
ADELPHI, 2026
€ 12,00
MARCO SFERINI
Foto di Marius Ispas
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