Marco Sferini
Amendolara. Due assassini e tanti, tanti responsabili
C’è una responsabilità collettiva, che tutte e tutti, che ognuno di noi dovrebbe avvertire, quanto meno presupporre, quando si verificano non gli “episodi“, bensì le costanti morti sul lavoro causate dalla mancanza di dotazioni di sicurezza, e quando succede che ci si trova davanti a veri e propri tragici, truculenti omicidi. Perché a provocare queste che paiono delle “circostanze” che hanno il carattere della non volontarietà solo apparentemente, visto che si fa di tutto per creare le premesse affinché avvengano (nel nome più che ovvio del profitto illegalmente aumentato), è un insieme di fattori che sono conosciuti alla società e che sono parte di un sistema legislativo profondamente carente.
Nonostante ciò, tutto questo non viene affatto rimesso in discussione, rielaborato ad esclusiva tutela di chi lavora o, sarebbe meglio dire, di chi è sfruttato in moltissimi casi, sfruttato e schiavizzato in moltissimi altri. Amin, Ullah, Safi e Waseem hanno trovato la morte in un minivan su cui viaggiavano con i loro concittadini pakistani: magari, qualche giorno prima della tragedia che si è consumata ad Amendolara, avevano raccolto insieme le fragole che arrivano poi belle lucide sulle nostre tavole. Poi qualcuno, un caporale di più alto grado degli altri, ha deciso che due di loro avrebbero assunto il grado di schiavi – vittime di un comando tutt’altro che finto. Due a dirigere, quattro a subire.
I quattro rimasti al grado di braccianti che avevano lavorato tre settimane in nero, per cui non erano nemmeno stati pagati, hanno osato chiede la loro paga e si sono opposti alla richiesta di versare una parte di quello che ancora dovevano ricevere per le spese del trasporto nei campi. La lite si accende e i due neocaporali non intendono cedere. Così, stando alle cronache basate sul racconto del quinto del gruppo riuscito a fuggire dal rogo nell’auto, sarebbe maturata la quasi istintiva decisione di dare loro una lezione. Presa la pistola erogatrice della benzina al distributore, puntata addosso, aperta. Poi un accendino lanciato dentro e la vampata luminescente inonda l’abitacolo e avvolge un diciannovenne, due ventinovenni, un trentacinquenne.
Una morte atroce, brutale, cui sfugge soltanto Taj Mohammad Alamyar che ha la prontezza di riflessi di abbassare il sedile e di uscire dal lunotto posteriore. Tutti gli altri sono già avvolti dalle fiamme. Venivano dall’Afghanistan e dal Pakistan. Dopo il ritorno al potere dei Taliban a Kabul, la rotta migrante verso l’Europa si è ingrossata parecchio: c’è un vero e proprio traffico di esseri umani che conferma, come del resto anche nei confronti della piattaforma africana, il coinvolgimento delle mafie di ogni paese. I migranti pagano migliaia di dollari per arrivare dove troveranno un lavoro che è schiavismo, nessun diritto riconosciuto, un trattamento disumano, l’essere praticamente alla mercé dei caporali e dei padroni dei terreni dove si coltivano agrumi, verdure, frutta di ogni tipo.
Amin, Ullah, Safi, Wassem e Taj avrebbero dovuto avere un contratto regolare… Una paga di quarantacinque ero per otto ore di lavoro: a conti fatti, cinque euro e mezzo all’ora. Più le spese di trasporto a loro carico. Per mettere insieme i soldi per ripagare i trafficanti che li hanno portati qui in Italia il cumulo di ore necessario ammonta almeno a mille, duemila. Il che vuol dire una decina di mesi nei campi senza la speranza di poter mettere via qualcosa da inviare alle loro famiglie. Tutti in Calabria sanno bene che l”ndrangheta controlla questi traffici, ma fino ad ora la macchina istituzionale non ha mosso un dito per mettere fine ad un questa perversa rete in cui si rimane intrappolati senza poter avere speranza alcuna di sfuggirle.
Il governo è sempre troppo impegnato a parlare di invasioni, ad accennare alle purezze etniche, alla difesa dell’identità nazionale e popolare. Siamo passati dai blocchi navali a tutto spiano in mare, mentre centinaia di innocenti perdevano la loro vita nelle acque gelide del Mediterraneo, ai lager di detenzione in Albania che sono stati quello che dovevano essere: un clamoroso fallimento perché frutto di una patetica propaganda razzista e xenofoba per raggranellare consensi elettorali e mantenersi a galla nella seconda parte della legislatura a carattere meloniano. Il caporalato è un vero e proprio sistema nel sistema, perché è figlio di una concatenazione di responsabilità che sono vicendevolmente coperte le une dalle altre.
Sappiamo tutte e tutti cosa succede nei campi di raccolta della verdura e della frutta: sappiamo che, soprattutto d’estate, si lavora sotto il sole per ore e magari si stramazza in terra con un colpo di calore che risulta fatale. Le denunce dei sindacati sono giornaliere: dalle bastonate prese dai lavoratori a Marsala fino alla morte di Bakari Sako… Abbiamo le prove abbondanti per sentenziare che esiste un sistema schiavistico e potenzialmente omicidiario in un mondo non del lavoro, bensì di un becero, schifoso sfruttamento di esseri umani che vengono trattati come se fossero vanghe, picconi, strumenti che, nel momento in cui non servono più, si gettano via e si lasciano morire ai bordi di una strada, davanti ad una porta di casa dopo una grave mutilazione.
La CGIL stima, secondo i numeri forniti dall’Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, che in Calabria i braccianti irregolari siano circa dodicimila. Una buona altra fetta di moderna schiavitù ha una qualche forma di contratto che però è solamente un’apparente regolarità: perché le vere ore di lavoro sono molte di più rispetto a quelle dichiarate sulla carta, i salari sono delle misere paghe ben al di sotto del previsto e assimilabili al cottimo. Per chi lavora in nero, senza nemmeno la parvenza di un minimo di legalità nel rapporto col proprietario dell’azienda agricola, vige sempre la ricattabilità data dalla mancanza del permesso di soggiorno e dalla effettiva mancanza di una alternativa.
Siamo sempre nell’eterno ritorno, questa volta marxiano, dell'”esercito industriale di riserva“… Non se ne esce mai perché il sistema dello sfruttamento estremo per conservarsi in quanto tale deve necessariamente attuare qualcosa di più della semplice (si fa per dire…) flessibilità: evidente che qui siamo oltre qualunque regolamentazione. Perché, ribadiamolo, i migranti sono trattati davvero come strumenti di lavoro e non sono considerati cittadini di nulla e tanto meno persone con dei diritti umani oltre che civili e sociali. Ci troviamo, dunque, nel deserto delle norme mancate, nel deserto di un deserto stesso che sulla Strada statale 106, nei pressi di Amendolara, raggiunge il punto più insostenibile. Di Amin, Ullah, Safi, Wassem rimane il racconto fatto da Taj, testimone oculare di una vera e propria strage.
Troppo facile e troppo sbrigativamente autoassolutorio far passare il tutto come una sorta di regolamento di conti fra migranti per chissà quale punto di privilegio, per chissà quale ruolo nella catena di comando. Si tratta di diritti negati da un intero complesso sistema politico, economico e sociale: chi doveva legiferare per eliminare la piaga dello schiavismo dato dal caporalato, non lo ha fatto, né nazionalmente, né regionalmente. Da un lato perché l’impostazione del governo meloniano è chiara, tanto economicamente quanto ideologicamente, ed è un evidente stare dalla parte di chi sostiene che questi qui con la pelle scura, in fin dei conti, qui non ce li vogliamo e che se ne devono tornare a casa loro (remigrazione, remigrazione!); dall’altro lato perché non esiste nessun collegamento tra una legislazione che non c’è e dei controlli che, di conseguenza, non vengono fatti.
Tutti gli esponenti della maggioranza di governo esibiscono le potenzialità ormai esaurite dei fondi del PNRR europeo: a disposizione per mettere mano alla vergognosa condizione di sfruttamento e di schiavismo del bracciantato agricolo vi erano almeno duecento milioni di euro. A queste lavoratrici e a questi lavoratori non sono stati forniti alloggi decorosi, non è stata assicurata nessuna copertura sanitaria e infortunistica; non è stato garantito nulla di nulla. Tanto meno un salario degno di questo nome. Parimenti non si è fatto ovviamente nulla per regolare i flussi migratori in un altro senso che non fosse quello che invece si attendono proprio coloro che controllano tutta questa rete di importazione delle merci umane pronte per essere spolpate all’osso.
Tutto si tiene come non mai: le tragedie nazionali nei continenti più poveri forniscono le prime cause per l’emigrazione e da lì si parte (letteralmente) per indirizzare migliaia e migliaia di dannati della Terra verso quei grandi uffici di collocamento che sono le organizzazioni criminali che hanno occhi, orecchie e servi obbedienti dappertutto. Studiosi attenti del fenomeno affermano che questi affari fanno registrare cifre da capogiro, al pari di una Legge di Bilancio dello Stato italiano. Si parla dunque di decine, centinaia di miliardi di euro ogni anno. Le chiamano le “agromafie” e sono, a quanto pare, un fenomeno in aumento. Il progetto delle destre, del resto, è e rimane al servizio di un neoliberismo aggressivo che oggi utilizza più di ieri il potere politico per farsi strada.
L’obiettivo è quello di fare profitti enormi con altrettanto enormi riduzioni o non riconoscimenti dei più fondamentali diritti dell’uomo e della donna, di ogni cittadino, dunque, di ogni lavoratore e di ogni lavoratrice. Sfruttamento, schiavismo, criminalizzazione politica e invocazione della remigrazione sono un quadrangolare perfetto per costruire il teorema della necessità dei migranti soltanto quando ci risolvono quei problemi di caratura nazionale e popolare (come la mancanza di badanti e di colf, oppure di chi deve chinare la schiena otto ore sotto il sole per raccogliere verdura e frutta…); per il resto sono un fastidio di cui sbarazzarsi rendendo loro la vita invivibile, l’esistenza inesistibile.
Nelle dichiarazioni ufficiali tutti condanneranno quanto avvenuto e nel modo più risoluto possibile. Nei fatti, ogni legge non approvata, ogni controllo non effettuato, ogni diritto nel concreto quindi negato sono la condanna di una complicità non più indiretta. Vedere l’orrore di Amendolara e i tanti altri orrori delle morti e degli omicidi sul lavoro e non agire per mettere mano ad un radicale cambiamento, all’introduzione di tutele che rispondo anzitutto alla dignità dell’essere umano oltre che del lavoratore, è corresponsabilità oggettiva. Il 2 giugno si sono festeggiati gli ottanta anni della Repubblica fondata su un fattore dirimente per tutti e ciascuno: un fattore che per i braccianti e i migranti è ancora una incognita, una vera e propria X.
Una croce sopra le loro miserabili vite che non sembrano dover rientrare nell’articolo 3 della Costituzione…
MARCO SFERINI
4 giugno 2026
foto: elaborazione propria



















