Politica e società
All’inseguimento degli elettori euroscettici
Per la prima volta la leader di FdI ha un nemico a destra, Roberto Vannacci. Anche a questo si deve il martellamento contro l’Europa
Non era la solita Giorgia Meloni quella che si è presentata ieri di fronte al parlamento. Le stilettate e i battibecchi con l’opposizione, certo, erano da copione. La capacità di sfruttare il contropiede, dopo la battutaccia infelice del pentastellato Silvestri sulle ginocchiere, era quella di sempre. Ma per la prima volta la leader di FdI ha un nemico a destra, Roberto Vannacci. Anche a questo si deve il martellamento contro l’Europa.
Non che ci sia solo la concreta minaccia elettorale rappresentata da Futuro nazionale. L’essere stata lasciata fuori dalla porta domenica scorsa a Londra, esclusa dal consesso dei grandi che considerano la guida del Vecchio continente cosa loro, è un affronto che Meloni non ha digerito. Il voltafaccia dell’amica Ursula, tornata armi e bagagli a credere in quel Green Deal che era stato il suo cavallo di battaglia ma che aveva poi mollato in omaggio ai desideri del Ppe e della destra, la manda fuori dai gangheri.
Il rischio di ritrovarsi a fare la parte della Cenerentola nel Quadro pluriennale finanziario dell’Unione la spinge e la costringe a dare battaglia. La flessibilità concessa all’Italia è del tutto insufficiente per affrontare la crisi energetica. Tante grazie però «la Difesa è importante ma senza energia non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi».
Dunque Meloni l’europeista smette l’abito formale, si rimette in divisa e mena fendenti da tutte le parti. Prima di tutto contro quel «procedere a tentoni con formati variabili» che produce solo «frammentazione, confusione e debolezza». In soldoni contro quei grandi Paesi che «hanno interesse a rappresentare da soli una prima fila e più si stringe meglio è»: quelli che per non condividere il timone bloccano la nomina di un plenipotenziario europeo incaricato di trattare con la Russia, al secolo Mario Draghi perché a lui si allude. Qui, peraltro, la premier incassa un assist prezioso: è lo stesso Mattarella a far filtrare, dopo il rituale pranzo pre-Consiglio sul Colle, il suo pieno assenso alla proposta.
Meloni si scaglia poi contro l’apparato burocratico europeo che «rimette in discussione o ribalta» le decisioni della politica. Contro un bilancio che vorrebbe dall’Italia «maggiori contributi in cambio di minori risorse». Contro la Commissione ridipinta di verde che progetta di penalizzare «intere categorie di investimenti ritenuti incompatibili con gli obiettivi ambientali». Contro una revisione dell’Etf, la tassa sulle emissioni, che non sarà affatto drastica come se la aspettava l’Italia.
Su ciascuno di questi tavoli la premier italiana avrebbe cercato di puntare i piedi anche senza Vannacci e le sirene delle elezioni imminenti. Ma lo avrebbe fatto con tutt’altro stile, puntando sull’immagine pacata e affidabile della donna di Stato che non intende perdere la legittimazione internazionale. La postura che la aveva convinta ad accettare di buon grado una revisione del patto di stabilità tutt’altro che favorevole all’Italia.
Vannacci fa la differenza, perché i punti percentuali che il suo partito promette di incassare potrebbero valere la sconfitta nello scontro diretto con il Campo largo. Quando ieri la leader del partito che fino a ieri non aveva nemici a destra si è scagliata contro il pistolero Pozzolo, accusandolo di votare «come Schlein, Conte e Renzi» e di fare il gioco della sinistra «come una vera destra non farebbe mai» ha dato il via a una campagna che, senza improbabile accordo elettorale con il generale, diventerà martellante. Quando i deputati di Lega e FdI hanno abbandonato l’aula mentre parlava la «traditrice» Ravetto trattavasi di dichiarazione di guerra in piena regola.
In questa guerra a destra Meloni semplicemente non può permettersi di apparire troppo europeista perché per quella fascia d’elettorato l’accoglienza nei salotti di Bruxelles è un’imperdonabile colpa, non un motivo di vanto. E dunque à la guerre comme à la guerre.
ANDREA COLOMBO
foto: screenshot tv ed elaborazione propria



















