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Alle origini di una strana Repubblica

La domanda è: “Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra“? C’è chi ritiene che oggi, dato il corso meloniano degli eventi, si possa persino ipotizzare che sia in rinascenza una cultura di destra.

Ma, a ben vedere, quello che sa produrre il conservatorismo italiano di matrice ex MSI è, più che altro, il tentativo maldestro di appropriarsi di una eterogenea e anche trasversale culturalità che vorrebbe presentare come nazional-popolare, includendovi Gramsci e Gentile, Berlinguer ed Almirante in un pantheon di condivisione sia della memoria sia dell’attualità che dovrebbe essere il fondamento di una nuova sorta di era saturniana della penisola.

Non c’è dubbio sul fatto che anche a destra possa prendere piede una cultura: ma la difficoltà nel farla crescere sta nella proposta di valori che sono nettamente in contrasto con quelli di una Costituzione repubblicana che è il prodotto finale di una lotta antifascista e resistenziale su cui si è fondata la nuova Italia del dopo Seconda guerra mondiale.

Su questo è oggettivamente impossibile prescindere: per cui la domanda del perché la cultura politica sia stata (e tutt’ora sia ancora) se non proprio di sinistra, quanto meno progressista, la risposta sta in un illuministico riferimento ad una serie di presupposti che, Meloni o no, devono essere considerati come pietre angolari della civiltà.

Uguaglianza sociale, diritti civili ed umani per tutti. La cultura è, per quanto genericamente intensa ed intendibile, il volto della coscienza di un popolo. Il crollo della dittatura di Mussolini e del nazifascismo dell’ultimo biennio del conflitto mondiale non poteva non rappresentare il definitivo tramonto di un impianto che aveva tratto i prodromi del suo potere oppressivo dal notabilato del Regno d’Italia ancora di matrice giolittiana e che aveva senza dubbio rivoluzionato il Paese, trasformandolo in qualcosa di completamente differente rispetto allo Stato liberale fino ad allora conosciuto.

Lo storico Roberto Chiarini esamina questa dualità tutta italiana che è un affascinante dilemma ancora oggi: anzi, soprattutto oggi, perché mai come in questo periodo si ritrova il contrasto netto tra impianto costituzionale ed eredi del MSI al governo di una Repubblica antifascista.

Nel suo “Alle origini di una strana Repubblica” (Marsilio, 2013), Chiarini pone più di un accento sulle ambivalenze della storia politica di una Italia che è, almeno in Europa, davvero un unico a cui guardare per evitare di commettere gli stessi errori. Siamo la nazione in cui il fascismo, come movimento che si sarebbe poi declinato in diverse forme in molti paesi del mondo, è nato e ha mosso i primi passi, ispirando – per sua stessa ammissione – Adolf Hitler nella costruzione del regime nazista.

Siamo, quindi, da questo punto di vista, un osservato speciale storicamente parlando, perché il nostro essere negativamente precursori di uno dei peggiori totalitarismi della Storia, fa di noi un caso da studiare continuamente. L’essere stato il primo paese fascista al mondo pone su di noi un’onta ma è anche il motivo per cui sarebbe opportuno fare una considerazione ad ampio raggio sui termini della questione.

Il fascismo, in quanto movimento politico che affondava le sue radici, ugualmente al nazismo, nella più vuota banalità prodotta dal disprezzo, dall’odio, dal contrasto primitivo basato su una sequela lunghissima di pregiudizi e preconcetti,  non si può negare che abbia rappresentato un filone culturale dell’Italia novecentesca. Nostro malgrado lo è diventato perché ha investito tutti i rapporti della società e ha permeato qualunque momento della vita quotidiana degli italiani. Nulla era concepibile al di fuori del regime, nulla era possibile se non entro il perimetro asfissiante del Partito-Stato o dello Stato-Partito se si preferisce…

La cesura con questo modello di anossia istituzionale, quindi con il progressivo abituarsi ad un corporativismo innervato da un mussolinismo sempre più rigido e intransigente, si è avuta proprio con il ritrovamento di una data di nuova fondazione dell’Italia unita e libera: il 25 aprile 1945.

Da allora la cultura del Paese è tornata a respirare a pieni polmoni, pur in mezzo a millanta contraddizioni e non poche difficoltà nella ricostruzione materiale, morale e civile del popolo stesso nel suo territorio devastato. Ma i conti con quella realtà non sono mai veramente stati fatti, perché una intera generazione di italiani ha preferito non riflettere su un ventennio di vita in cui tutto era sbagliato, in cui le più bieche comportamentalità erano emerse e pochi avevano avuto il coraggio di esprimersi apertamente contro e di subirne tutte le durissime conseguenze.

Tuttavia, l’antifascismo, che sembra suggerire la nuova cultura dell’Italia postbellica, è il prodotto invece di un lavoro di costruzione di un comune sentire che era già cultura condivisa da larga parte della popolazione: nel silenzio, nell’omertà di un timore costante, di una paura inespugnabile, malefica angelicità di un magnificare le sorti progressive di una Italia che, di lì a poco, sarebbe finita nella polvere della miseria, riscattandosi soltanto grazie al sacrificio partigiano di tutte le formazioni politiche costituenti il Comitato di Liberazione Nazionale.

L’unità delle forze antifasciste, complessa tenuta di visioni spesso dicotomiche sul futuro e sulla riconversione democratica nazionale, è stata la premessa fondamentale di un capovolgimento radicale, con tutti gli specifici tratti della moderazione sia ideologica sia pratica nel riassetto istituzionale del Paese. Dai monarchici ai comunisti, il passo obbligato era non la dimenticanza di ciò che era stato, ma il capovolgimento dello stesso: perché solo da un ribaltamento di centottanta gradi di tutto quello che fino ad allora aveva rappresentato la vita italiana era possibile trarre le condizioni di una vera rinascita culturale, sociale e civile della nazione.

Chiarini esamina i tratti della Repubblica Italiana: la repubblica imperfetta, strana, bislacca. Ma forse sarebbe stato più intellettualmente e storicamente onesto attribuire queste stramberie al Paese piuttosto che alla forma assunta dallo Stato dopo il 2 giugno 1946 con il referendum popolare a suffragio universale. Sacrosantamente vero che l’Italia del dopoguerra si muove tra queste diversità così nette, contempla l’antifascismo come “religione civile” e, concomitantemente, permette che i nostalgici neofascisti del Movimento Sociale Italiano possano costituirsi in partito e sedere in Parlamento.

Non difetti, ma pregi di una democrazia che, proprio perché tale, vive questa sua purezza iniziale consentendo anche a chi vorrebbe negarla nuovamente di giovare di tutti i riti nuovi contenuti nella Costituzione che è l’esatto opposto del regime mussoliniano. Semmai, infatti, sono i reduci di Salò a doversi confrontare con questa apertissima contraddizione e a vivere la marginalizzazione pressoché totale della pseudo-cultura di destra, di un fascismo che, in quanto ferita ancora sanguinolenta e putrescente, è la damnatio memoriae di una lunga parte della storia della cosiddetta “prima repubblica“.

La stravaganza dalle tinte fosche della Repubblica indagata da Chiarini è, quindi, indubbiamente figlia di un passato che non passa, ma è anche connotazione radicata nel presente, in una coevità di eventi che, con una velocità inaudita, hanno ritrasformato l’Italia e l’hanno consegnata ad un pressapochismo delle idee che si congiunge e simbiotizza con una pericolosa deformità sociale, un avanzamento della diminuzione dei diritti sociali che, nella sostanza, fa il paio con il processo di esclusione del Parlamento dalla centralità che gli spetta nella formazione della politica nazionale.

Primo scalino di questa discesa verso il pauperismo culturale dell’antipolitica, del populismo e del neonazionalismo è stata una recrudescenza dell’uguaglianza della diseguaglianza del valore del voto. Nel preciso istante in cui si è deciso, con un ricorso al consenso popolare (paradosso drammatico e tragico al tempo stesso…), di escludere la proporzionalità della rappresentanza parlamentare in relazione ai suffragi ottenuti, transitando quindi alla ineguale logica maggioritaria (a vantaggio delle forze politiche più forti e a svantaggio di quelle meno consistenti, il che è il contrario esatto di un principio democratico di compensazione e di tutela delle minoranze), si è decretata una nuova cesura.

Questa volta nei confronti di tutta quella costruzione del pluralismo e dell’uguaglianza che avevano uniformato, pur con molte difficili lotte in particolare delle opposizioni comuniste e della nuova sinistra, il carattere di un diritto positivo investito di una vera e propria cultura da diritto quasi naturale nel secondo risorgimento del Paese. L’emergere del leaderismo è stato, poi, una conseguenza esplicita, preannunciata dal protagonismo craxiano, dalla rivoluzione di Tangentopoli che aveva disfatto il sistema pentapartitico creando una diaspora di soggettività che si sono reincontrare sotto varie sigle, all’ombra delle comode finanze di nuovi speculatori della politica.

Il saggio di Chiarini va letto con alcune premesse proprie: quelle di chi sa che può imparare prima di tutto dalla propria storia dentro la società italiana. Questa anteposizione concettuale è, ovviamente, influenzata dall’età di ciascuno e, quindi, dall’esperienza che si è potuta consumare dentro l’evolversi degli eventi in questi decenni e, magari, ancora prima dell’avvento del XXI secolo. Ciò non toglie nulla al prezioso studio fatto che, infatti, merita di essere scorso riga per riga con il rigore di una lettura attenta, perché siamo innanzi ad uno studio storico e non ad un semplice racconto di quello che è avvenuto in Italia dal 1945 in poi.

ALLE ORIGINI DI UNA STRANA REPUBBLICA
PERCHÉ LA CULTURA POLITICA È DI SINISTRA E IL PAESE È DI DESTRA
ROBERTO CHIARINI
MARSILIO, 2013
€ 19,50

MARCO SFERINI

6 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria


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