Un regime autoritario lo si riconosce senza ombra di dubbio da una serie di caratteri, per così dire, “primari“, quelli che saltano subito all’occhio perché sono mutazioni radicalmente opposte rispetto alle consuetudini su cui si fonda invece una democrazia: la riduzione del parlamento o dell’assemblearismo in generale ad una mera appendice del governo; lo stabilimento del decisionismo di una persona o di un gruppo di persone che si pongono al di sopra di tutto e di tutti, fingendo di mostrare rispetto per costituzioni e diritto, ma nella pratica li surclassano ad ogni occasione buona; la fine, quindi, della separazione dei poteri de facto, della loro equipollenza, del vicendevole rispetto tra le istituzioni dello Stato.
Questi sono alcuni dei tratti più distintivi di una irreggimentazione autoritaria, di una voltura dallo Stato di diritto al diritto solo dello Stato su cittadini che non diventano “sudditi” soltanto perché le repubbliche restano repubbliche e non cambiano la loro forma in quella della monarchia. Ma i re possono esistere anche senza un trono e i dittatori moderni possono fingere di essere dei presidenti a capo di imperi che non hanno più alcun legame con il costituzionalismo democratico, ma diventano dei grandi potentati locali, o per meglio dire “regionali”, che giganteggiano nella ormai acclarata competizione mondiale che prende un nuovo avvio nel multipolarismo erede di un tentativo fallito da parte degli Stati Uniti d’America di essere gli unici egemoni sull’intero pianeta.
Esattamente, quindi, che sono oggi gli States? Si possono ancora considerare una “democrazia liberale” o sono una democratura, un regime oligarchico in cui pesi e contrappesi dei e nei poteri hanno un valore puramente simbolico e, quindi, drammaticamente trascurabile? Con la fine della presidenza di Joe Biden, la sconfitta elettorale di Kamala Harris e l’affermarsi del secondo tempo del trumpismo a tutto spiano, ci troviamo davanti ad passaggio epocale per la grande repubblica stellata: la stessa rottura politica tra Washington e Bruxelles realizza, nel suo prepotente divenire uno dei cardini della politica internazionale di The Donald, un qualcosa che sedimentava già da tempo e che attendeva solo la contingenza di fattori ottimale per emergere in tutta la sua esizialità.
Pare entrato definitivamente in crisi, in questo che molti definiscono come periodo-premessa, come anticipazione del vero e proprio post-modernismo, il concetto stesso di Occidente che si era consolidato sul finire della Seconda guerra mondiale, quando la saldatura tra Europa e America era nei fatti una conseguenza del conflitto, un avvicinamento tra la vecchia madre patria britannica e il grande impero erede del ribellismo anticoloniale, dell’indipendentismo poi coloniale nei confronti dei nativi spregiativamente chiamati “indiani” o “pelle rossa“. Se gli atti della costruzione della nazione a stelle e strisce sono intrisi di una coerenza mista ad un costante (e per certi versi consapevole) ricorso al tradimento della stessa nel nome della realpolitik realizzata nel “coast to coast“, il successivo espansionismo imperialista ha ben altri presupposti.
Uno è proprio quello della concretizzazione di un concetto quasi ancestrale di cui l’Occidente dovrebbe farsi portatore a tutto tondo, senza se e senza ma: la difesa dei valori liberali, dei diritti che non prescindono dai doveri, ma di questi ultimi impossibili da concepire senza una assoluta traduzione pratica di tutti quelli che sono i diritti negati nei secoli dei secoli del passato che si ripresenta puntuale nel rivendicare tante piccole o medie nemesi: così la Costituzione americana proclama libertà, uguaglianza e fratellanza, dispone che i poteri siano separati e che il diritto dei diritti sia quello alla felicità. Una terminologia piuttosto vaga oggi, forse meno all’epoca della redazione e dell’approvazione della carta fondamentale. Soprattutto negli ultimi decenni alcuni presidenti, come Ronald Reagan, George Bush, George W. Bush e infine Donald Trump l’hanno ampiamente strumentalizzata.
Differentemente dai suoi predecessori conservatori, il presidente-magnate va sempre più consolidando un aspetto radicalmente rivoluzionario dentro e oltre i confini statunitensi: Trump, pare ormai qualcosa di più di una semplice tesi, rinuncia ad un universalismo cui si era votato il Grande Paese fino a poco tempo fa, per dare dei limiti che vanno nella direzione di una ripresa di autorevolezza in chiave di autostima da un lato – con un forte segnale propagandistico verso l’opinione pubblica disorientata e sempre meno accondiscendente nei suoi confronti – e di rilancio economico-finanziario dall’altro. Il suo proporsi come presidente che può dire e fare ciò che più gli aggrada non fa che mettere in luce un tratto piuttosto distintivo di un autoritarismo che incede sempre di più e che, più avanza, più allontana l’America dalla narrazione – oramai appartenente alla Storia – della guida morale per il mondo.
Ciò che gli Stati Uniti avevano rappresentato nei cinquantanni seguiti alla chiusura delle vicende belliche, con le tragedie immani di Hiroshima e Nagasaki, dopo la fine della guerra in Europa, oggi sembra sempre di più un qualcosa di estraneo al carattere di una nuova società in cui esiste la novità del MAGA, del nuovo credo nazionalista fondato sui più inveterati pilastri di un conservatorismo in cui vale la volontà del presidente e vale, quindi, il suo richiedere al popolo americano e, in primis, alle istituzioni federali quanto a quelle statali di fare ciò che i nazisti chiedevano al popolo tedesco ed alle istituzioni della vecchia ex Repubblica di Weimar e che Ian Kershaw ha molto bene descritto nelle sue opere sulla figura di Hitler e del suo cerchio magico: lavorare incontro al capo, al cancelliere che diventa anche presidente e che, in questa sintesi di alte cariche, si trasforma nel “Führer“.
Il linguaggio utilizzato da Trump è di una retrività impressionante, di un primitivismo istituzionale che si scontra oggettivamente con il rispetto, tutto liberale e certamente democratico, nei confronti di chi gli è avverso, di chi lo critica, di chi gli rivolge anche solamente delle domande che hanno anche il vaghissimo sapore della stigmatizzazione di questo o quell’atto presidenziale: le sue risposte sono piccate, acide, quando non direttamente offensive nei confronti dei giornalisti che vengono ridicolizzati (in particolare se sono donne) e messi alla berlina anche sui suoi social. Cerca la scena, la occupa, quasi pretendendo, con un comportamento che va volutamente oltre ogni riga, di essere al centro del dibattito in patria e oltre i confini oceanici.
Ad una giornalista che gli fa una domanda su una sparatoria avvenuta a Washington, proprio nei pressi della Casa Bianca, il presidente risponde: «Sei una persona stupida, fai solo domande perché sei una persona stupida». Sull’Air Force One, sempre rispondendo (si fa per dire…) ad altre domande dei cronisti, li sbeffeggia con toni irriverenti: «Ho preso il massimo al test cognitivo, voi non ci riuscireste». In un post sul social da lui preferito, “Truth“, il capo della Casa Bianca se la prende con la giornalista Katie Rogers e le dà della «brutta, dentro e fuori». Parlando poi dei migranti non si contano le espressioni che li definiscono come degli inferiori rispetto al resto della popolazione. Poco prima della sua rielezione, durante un comizio a Dayton, in Ohio, afferma: «Non so se [i migranti] possono essere chiamate persone».
Ed oggi rincara la dose su quelli provenienti dalla Somalia: sarebbero solo “garbage“, “spazzatura“, provenienti da un paese pieno di problemi (come se gli Stati Uniti non ne avessero…). Testuale: «Il nostro paese andrà nella direzione sbagliata se continuiamo ad accogliere spazzatura». Non sono certamente soltanto queste fraseologie, pensate e ripetute per creare un senso comune di avversione nei confronti di chi non è puramente autoctonicamente americanissimo (pur avendo origine nell’emigrazione inglese, irlandese, spagnola e nelle tratte schiavistiche dall’Africa), a determinare lo scollinamento dal lato liberale e democratico della vecchia America un po’ “europea” (che faceva il paio con l’americanizzazione dell’Europa) a quello post-occidentale di oggi.
Ma è evidente che se Trump si permette di esprimersi così è perché la sua concezione dello Stato è altra da quella costituzionalmente intesa. Finisce qui l’era in cui si era creato il mito dell’Occidente, la sua missione salvatrice di una umanità considerata preda delle alternative comuniste e socialiste, finite peraltro molto malamente in una deriva autoritaria che ancora oggi deve far riflettere sul rapporto tra rivoluzione e potere, tra masse e rappresentanza politica. Termina un periodo molto lungo di costruzione di un unipolarismo contraddetto prima dalla Guerra fredda e poi dalla reazione all’imperialismo a stelle e strisce che tenta l’occupazione del Medio Oriente, che conserva un ruolo di indubbia egemonia sulla NATO, che relega ai margini le Nazioni Unite, che disconosce il multipolarismo come nuova stagione globale.
La concezione trumpiana dell’America moderna, quella della super grandezza vagheggiata nella teorizzazione bislacca del MAGA, vede nel popolo americano un nuovo popolo eletto, un insieme di combattenti, di sognatori, di lavoratori dediti al benessere anzitutto economico di un paese che deve di nuovo mostrare l’altezza morale, anzi la sua superiorità in questo senso. Gli europei, ad esempio, sono solamente dei «parassiti». Non viene concessa nessuna dignità al legame dei Ventisette Stati che formano l’Unione e qui il rimando storico, il paragone con i fatti del passato assume una connotazione quasi di richiamo, di eco lontana: sembra davvero di essere tornati alla fine del Settecento, quando le tredici colonie assumono su di sé il compito di dichiararsi altro dalla madrepatria inglese, ispirando con la loro rivoluzione tutto quello che avverrà nel Vecchio Continente negli anni a seguire.
La domanda rimane quindi aperta: che cosa sono oggi gli Stati Uniti d’America. La coerenza logica, il galateo istituzionale, il rispetto della divisione dei poteri, della libertà di opinione e di stampa sembrano altro dal pensiero trumpiano o, meglio, dalla pratica quotidiana di questa impostazione autocratica che è interessata ai risultati pratici: poco importa quali frasi occorre spendere per arrivare all’obiettivo. Poco importa quale morale si deve sacrificare. Poco importa quali valori si devono aggirare. Il fine giustifica qualcosa di più dei mezzi: finisce col rendere accettabile qualunque mossa. E quando vale solamente questa volontà indiscussa e indiscutibile, puoi anche affermare di vivere ancora in una democrazia, ma finisci con l’essere consapevole che l’apparenza è qualcosa di riscontrabile quasi oggettivamente quando si parla di difesa dei diritti tutti, per ognuno, per chiunque.
Possiamo forse dire non cosa gli Stati Uniti d’America sono oggi, ma quello non sono più. Le risposte in merito ci parlano della fine del mito occidentale, della fine stessa del concetto di Occidente, del trumpismo come fenomeno che rischia di andare oltre Trump stesso, temporalmente e, quindi, eredità a chi succederà al presidente-magnate. Un mondo è finito: non solo quello dell’Europa che abbiamo conosciuto fino a pochi decenni fa. Ma è finito il mondo del sogno americano, degli States come esempio di liberalismo, ed anche di oppressione e di imperialismo per come ci è toccato conoscerlo. La nuova era è tutta in divenire. Per questo è difficile dire che volto ha l’America di Trump. Se quello del presidente coincide perfettamente a quello del Grande Paese. Le premesse sono tutto tranne che buone.
MARCO SFERINI
4 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














