Marco Sferini
Alla ricerca di un distributore… di voti
Come si dice: oltre al danno, la beffa. Ed eccoli serviti tutti e due nel giro di pochissime settimane. Il primo è la grande guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro l’Iran e che si sta allargando a macchia d’olio coinvolgendo qualcosa di più della sola regione mediorientale e provocando l’aumento dei carburanti e delle fonti energetiche a dismisura. La seconda invece è la riduzione delle accise varata dal governo con un decreto che avrà una validità di venti giorni soltanto. L’ultimo disperato tentativo di raggranellare qualche voto in vista del referendum del 22 e 23 marzo prossimi.
Un tentativo, peraltro, fatto con i nostri stessi soldi: quelli che abbiamo versato fino ad ora ogni volta che abbiamo fatto benzina o gasolio in questi giorni di rincari che hanno visto il costo al litro aumentato fino a cinquanta centesimi in più al litro rispetto a poche settimane fa. Quindi ci tutelano dopo che non sono intervenuti tempestivamente e lo fanno sotto il monito del ministro Giorgetti che chiarisce ai suoi colleghi di Palazzo Chigi: «La misura non può che essere strettamente temporanea». Pare che altrimenti si debba attingere da risorse che sono già bloccate: soprattutto quelle destinate all’economia di guerra.
Tutto si tiene, tutto va nella consueta, solita direzione del colpire nella grande massa degli utenti di servizi che sono all’ordine della quotidianità: chiunque lavori, studi o abbia necessità di spostarsi per altri motivi, non può non utilizzare mezzi pubblici o mezzi privati. E, in quest’ultimo caso, i costi sono aumentati tanto da allarmare persino il governo meloniano, vista la contingenza tra esponenziale salita del prezzo dei carburanti e vicinanza del voto per il referendum costituzionale. Cosa non si fa per provare a risalire la china che dà la posizione confermativa in svantaggio. Lo si vedrà lunedì pomeriggio, allo spoglio delle urne. Ma i fatti parlano chiaro.
Ed i fatti dicono che se la crisi internazionale è iniziata quasi un mese fa, il provvedimento dell’esecutivo delle destre arriva con almeno due settimane di ritardo. Lontanissimi sono i tempi in cui Giorgia Meloni, dalle fila dell’allora opposizione, tuonava contro le accise sulla benzina e, con un video teatralizzante, mostrava come ai distributori andasse ben poca cosa rispetto a quello che andava in tasse proprio allo Stato. Non solo il decreto è tardivo, non solo arriva in punta di piedi sul limitare di un voto importantissimo, ma ha un carattere di temporaneità che non lascia adito a nessun dubbio.
È fatto con la captatio benevolentiae di chi sa di giocarsi un consenso che va oltre un’eventuale sconfitta referendaria sulla controriforma di Nordio. Qualcuno afferma che la luna di miele tra Meloni e gli italiani che l’hanno sostenuta dandole la maggioranza relativa dei consensi elettorali sia quasi lì lì per finire. È presto per poterlo francamente affermare: i sondaggi le sono sfavorevoli sul referendum, ma i consensi delle destre rimangono comunque piuttosto alti e certamente concorrenzialissimi rispetto alla compagine del campo largo progressista. Di certo c’è che l’onnipotenza del governo, se dovesse passare il NO, sarebbe non solo ammaccata ma messa letteralmente in discussione.
Iniziando dalla propaganda di una concezione autoritaria del potere che è stata molto bene espressa in tutte queste settimane di campagna referendaria in cui gli esponenti della maggioranza altro non hanno fatto se non esprimersi con compiacimento nell’affermare che la Magistratura si comporta come il potere politico, fa politica e vuole quindi impedire all’esecutivo di governare. Hanno volutamente scambiato la prerogativa dell’amministrazione della giustizia in nome del popolo con una limitazione di una prerogativa che invece il governo non ha: quella di essere intangibile, legibus solutus, capace quindi di rispondere solo ed esclusivamente a sé stesso e a nessun altro del proprio agire.
Quando Giorgia Meloni lamenta che vi sono giudici che non le consentono di governare mostra in tutta evidenza una concezione del diritto costituzionale altra rispetto a ciò che realmente è. Oppure dichiara, proprio latae sententiae, che la sua intenzione è esattamente quella: una volta approvata la riforma Nordio si potrà dare seguito a leggi attuative che sono certamente già state scritte o quanto meno impostate per evitare un confronto con le opposizioni e per andare dirittamente nudi alla meta, ossia fare in modo che, con una serie di modifiche apparentemente indolori, il controllo del governo su magistrati e pubblici ministeri divenga un qualcosa di ineludibile.
Il disegno di una elevazione del ruolo del governo al di sopra di quello degli altri poteri dello Stato, legislativo e giudiziario, è in tutta evidenza connaturato ad una controriforma in cui la questione della separazione delle carriere è irrilevante, mentre è centrale lo spezzatino del Consiglio Superiore, quindi dell’organo che, lungi dall’essere perfetto e immacolato, è comunque il garante dell’autogoverno della Magistratura. Ne consegue che l’obiettivo è da sempre stato soltanto questo: fare in modo che giudici e PM non possano più autogestire il loro lavoro, rimanendo indipendenti fondamentalmente dal potere esecutivo, ma debbano essere eterodiretti da una “ispirazione” di chi esercita il potere in quel preciso momento.
Ciò corrisponde perfettamente alla dichiarazione fatta dal ministro Nordio che è la più chiara, lampante e inconfutabile ammissione dello scopo vero di questo tentativo di sovvertimento della Carta costituzionale: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». C’è davvero tutto qui, in questa frase dal sen fuggita o detta con la sincerità di chi ritiene che non contenga poi nulla di così tremendamente trascendentale rispetto alle funzioni democratiche, all’equilibrio dei poteri, alla stabilità del contesto civile, sociale, politico ed anche economico della nazione.
Quando i magistrati, a detta di Giorgia Meloni, si sono permessi di non convalidare l’arresto di questo o quel migrante accusato di crimini efferati, non hanno solo – secondo la sua logica di sottomissione della giustizia al volere del governo – dato prova di una pessima interpretazione delle norme ma, prima ancora, hanno mostrato e dimostrato che il diritto lo applicano quasi a loro piacimento, seguendo quindi – perché questo è stato il ragionamento capzioso distribuito a pieni polmoni con dichiarazioni ad ogni mezzo stampa – un preciso dettame politico e non invece seguendo una corretta deontologia professionale oltre che il rigore delle norme.
Da un lato, dunque, il governo che avrebbe represso con determinazione, con decisione i crimini di chi è nemico della Patria e del vivere civile; dall’altro i giudici che, per contrapposizione indotta dal presupposto meloniano, non farebbero altro se non dare torto all’esecutivo, smontando quello che vuole fare nel nome dell’interesse comune. Così come concepiscono la loro controriforma sulla Magistratura, altrettanto interpretano il lavoro dei magistrati e dei pubblici ministeri: non sinceramente, ma con un secondo fine, tradendo le funzioni che rappresentano, incarnano e ogni giorno ricoprono nell’ambito dell’architettura istituzionale. C’è una visione dell’altro speculare rispetto a sé stessi: non possono ritenere che qualcuno faccia il suo dovere senza opportunismo.
Così, per tre settimane il governo ha temporeggiato sull’intervento riguardante la diminuzione delle accise sui carburanti. Ha traccheggiato basandosi su un attendismo che veniva saldato all’andamento di una guerra che, in fin dei conti, non sarebbe durata tanto e, quindi, la crisi sarebbe rientrata e così gli aumenti alle pompe di benzina. Poi, però, il conflitto non è terminato, anzi si è tanto espanso da divenire incontrollato e incontrollabile: persino da parte dello stesso Trump che oggi si trova incagliato nello stretto di Hormuz e chiede vanamente aiuto all’Europa, alla NATO e a chiunque glielo possa fornire per impedire che l’Iran blocchi il transito delle petroliere e delle navi gasiere.
Ed è per questo che, di fronte all’impennata dei costi, il governo Meloni tenta di correre non tanto al riparo per quanto riguarda la tutela dei cittadini, prevedendo un prolungarsi della guerra e emanando un decreto che ne copra i risvolti esorbitanti sulle tasche di noi tutte e tutti, quanto semmai cercare di attenuare i risvolti negativi nel brevissimo periodo della fine della campagna referendaria, del voto che ne seguirà e di ciò che potrebbe accedere immediatamente dopo. Una commistione di fattori che non gioverebbero sicuramente alla tenuta di una maggioranza che sarebbe costretta a proseguire sapendo, in caso di vittoria del NO, di non avere più quel consenso che riteneva di avere, di non avere certamente più quello del 2022.
Se, invece, prevarrà il SÌ, non c’è dubbio che si rafforzerà una narrazione fondata sul mutamento dell’intero quadro istituzionale, partendo appunto dalla Magistratura e, magari, riproponendo l’altra grande controriforma: quella del premierato, unitamente ad una legge elettorale che, per come è già stata annunciata, favorirà la compagine di governo nel 2027 con un premio di maggioranza che, ancor di più rispetto ai precedenti per il contesto in cui si viene ad inserire, sarà la dimostrazione della voglia di svolta autoritaria da parte degli eredi del MSI, quindi del neofascismo italiano. Riesce davvero molto difficile poter separare la matrice originaria da ciò che è oggi il partito di cui è leader Meloni.
Ma, del resto, per prima è lei, così come La Russa e altri esponenti di Fratelli d’Italia, a non disconoscere quelle radici che affondano in una concezione politica assolutamente convinta della necessità dei “pieni poteri“, delle leggi ferree, della dura repressione poliziesca di ogni dissenso, del ristabilimento della legge, dell’ordine secondo non tanto la Costituzione repubblicana, ma un principio altro che le è precedente, che deriva direttamente dall’ultimo, grigissimo periodo del fascismo mussoliniano. Quello che, conscio della sua fine imminente, diede il peggio di sé nella più spietata efferatezza dei seicento giorni di Salò.
Ogni volta che qualcuno tenta di manomettere la Costituzione della Repubblica non si può non avere il dubbio che dietro vi sia non tanto, come in questo caso, la separazione delle carriere e delle funzioni tra magistrati e pubblici ministeri, bensì un’intenzione non detta di voler superare l’impianto istituzionale nato esattamente in opposizione al regime dittatoriale e, in senso più lato, concepito per proteggere l’intero popolo italiano dalla riproposizione di un rischio anche solo velatamente simile. Votare NO oggi significa anche questo: difendere ad ogni costo quei confini tra i poteri che non possono essere travalicati.
MARCO SFERINI
19 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














