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Il portico delle idee

Alla ricerca della verità nella grande molteplicità di religioni e culti

Molti anni fa sulle pagine di una rivista critica nei confronti dei fenomeni religiosi e, nello specifico, dei fanatismi che ne derivano allorquando si tratta di stabilire la verità di uno di questi e, quindi, quale sia il dio vero (rispetto a tutti gli altri che, pertanto, sono falsi), comparve un acuto, profondo ragionamento che, proprio al riguardo, paragonava le vecchie credenze elleniche e romane o, comunque, di fedi politeistiche sorpassate e, quindi condannate al rango di espressioni miticheggianti della cultura umana, all’attuale credenza nell’unico Dio del Cristianesimo, dell’Islam, dell’Ebraismo.

L’articolo in questione poneva il tutto entro la premessa del come la questione del «Dio vero da Dio vero» (che si trova nel testo del “Credo” niceno-costantinopolitano) riguardasse propriamente gli insegnamenti catechistici che ci vengono sottoposti fin dalla più tenera infanzia. Mentre le storie delle antiche divinità dell’Olimpo ci sono presentate per quello che realmente sono, ossia favole mitiche e miti favoleggianti, su cui peraltro si è aperto un buon dibattito riguardo la trasposizione psicologica del mito e dal mito (quindi della costruzione immaginifica a fini di lenimento delle sofferenze esistenziali), contemporaneamente ci viene detto e ripetuto che il Dio delle tre più grandi religioni monoteistiche è l’unico.

Ma soprattutto, in quanto unico, è vero. E non c’è discussione che tenga, a meno che non ci si voglia proclamare agnostici in un caso, atei nell’altro. Se si intende credere, se ci si vuole affidare ad un entità superiore cui rivolgere suppliche, preghiere e offrire voti, fioretti e pentimenti più o meno dolorosi, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio di David, di Maometto e di Gesù (che nel caso del cattolicesimo è anche una delle tre persone della Santissima Trinità, quindi è Dio esso stesso), è Dio. Punto e basta. Detta in termini filosofico-teologici, si tratta del principio monoteistico per antonomasia: un principio fondamentale cui non si può prescindere.

Parallelamente alla certezza fideistica viaggia ovviamente quella che si potrebbe definire una “manifesta invisibilità” della divinità. Sacerdoti, rabbini e imam ci possono lungamente intrattenere riguardo le prove dell’esistenza di Dio date da quello che viene definito “il Creato“: ossia noi, gli animali non umani, la Natura e l’Universo. Effettivamente basta immergersi nella straordinaria geometrica epifania dell’armonia frattalica dei petali di rose e molti altri fiori, osservare l’intreccio dei rami di un pino silvestre, oppure ammirare un’alba, un tramonto, la luce del Sole o della Luna che splendono sul mare, per rimanere incantati e pensare che dietro tutto questo c’è per forza una intelligenza.

C’è, quanto meno, quella che Pasolini rendeva molto bene, proprio sul piano emozionale, come “senso del sacro“: ed il sacro, si sa, è assolutamente divino. Non è sacro altro se non Dio e ciò che è afferente a Dio medesimo. Ciò che invece è pertinente a noi, esseri del “Creato“, è al di qual del sacro, perché si trova nella condizione dell’imperfezione, della fallacità, della marcescenza, della caducità. Mentre la sacralità è pienezza di grazia, è protezione ultraterrena, è il contrario di tutto ciò che è corruttibile. C’è da sottolineare però che questo senso pasoliniano non è trascendente ma immanente: non eleva all’incontro con Dio, ma semmai rimpicciolisce l’essere umano entro i confini della sua agghiacciante finitudine.

La sacralità, dunque, è propria di tutte le confessioni religiose in quanto è caratteristica che le identifica come emanazione del divino, sovrastando così qualunque altra narrazione sulla ricerca del senso dell’esistenza, della vita in quanto proprietà della materia che si evolve al punto da divenire cosciente ed autocosciente di sé medesima con i sapiens. In un certo qual modo, essa diviene un attributo che le viene dato da chi si fa interprete della volontà trascendente e si proclama diretta emanazione della “parola di Dio” che – ammoniscono i sacerdoti cattolici – si ascolta in silenzio.

Non si tratta soltanto di rispetto – che è ovviamente richiesto – da parte di chi intende rivolgersi all’Onnipotente, al Padre celeste. Somiglia molto, come metafora pratica e praticata, ad una riverenza anche nei confronti di chi la celebra con la messa, con la ritualità che diventa tanto ripetitiva da essere litania delle litanie: le contiene e lo è quindi per antonomasia. Nell’Ebraismo, come nell’Islam e nel Cristianesimo, ma pure nelle altre due grandi religioni, ossia Induismo e Buddismo, l’iterazione delle preghiere è induzione all’estraniamento dalla realtà circostanze, all’elevazione ascetica, seppure momentanea.

Ed anche questa particolarità è rintracciabile in tutte le grandi fedi più o meno antiche, certamente quelle che attraggono il maggior numero di fedeli in un mondo in cui, nonostante tutto, su otto miliardi di animali umani si stima vi sia un abbondante miliardo e mezzo di non credenti suddivisi tra agnostici, atei, semplicemente spirituali e in connessione con quel “senso del sacro” pasoliniano che poco sopra si citava. Ed una delle principali, più gettonate obiezioni che si fa alla veridicità di una religione sta nel fatto che non ne esiste una soltanto; soprattutto che, non esistendone una, o sono vere tutte o non è vera nessuna. Un argomentazione altamente logica.

Una argomentazione che, però, si scontra con le abilità teologiche (e teleologiche) che padri della Chiesa e pensatori anche meno addentro le faccende clericali hanno messo in atto per confutare la questione della dimostrazione che un dio è più vero di un altro e che, dunque, una fede ha priorità rispetto alle altre e può dirsi quella corrispondente alla realtà del vero e inoppugnabile. Il punto da cui parte la confutazione è proprio il riconoscimento da parte di tutte le fedi dell’esistenza di un “Creatore“. Nella “Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane“, papa Paolo VI esprime una valutazione rivoluzionariamente positiva dei culti altri rispetto al Cristianesimo.

Siamo nell’ottobre del 1965 e il significato dato dal Concilio Vaticano II al dialogo interreligioso è di certo una delle grandi novità che il mondo cattolico mette in campo per affrontare le sfide della globalizzazione anche culturale, etica e religiosa, oltre che socio-economica. La trattazione della problematica della pluralità dei culti è condensata nella questione – peraltro vera – della ricerca di un senso esistenziale. Scrive la Chiesa cattolica a questo proposito: «Gli uomini aspettano dalle diverse religioni una risposta all’enigma insoluto dell’esistenza umana, che oggi più che mai tocca profondamente i cuori».

Si mette sul tavolo della discussione interconfessionale il punto dello sviluppo culturale, della presa di consapevolezza sempre più vasta che milioni e milioni di persone non credono più a ciò che gli uomini dicono di Dio, ma lo provano a trovare concretamente nell’esprimere il bene nei confronti dei propri simili, degli animali non umani, della natura, della conservazione del pianeta Terra come unica, sola casa do una umanità su cui pende sempre l’enorme, gigantesco punto interrogativo del “perché” siamo, siamo qui e se siamo soli nell’Universo. Gioca a favore della soluzione fideista, della risoluzione dell’enigma con il creazionismo, proprio l’irrisolvibilità delle domande esistenziali.

Contestualmente però si sviluppano anche filoni agnostici e ateisti che dimostrano come vivere nel rispetto etico e nella comunanza dei valori non è un privilegio dei credenti, ma è un modo di comportarsi nel corso della vita che può e deve essere proprio di tutte e tutti. In sostanza, la primazia morale delle religioni entra in crisi laddove aumenta la consapevolezza che le contraddizioni possono essere accantonate con un punto di fede ma, appunto, solo accantonate. La risposta creazionista pare fin troppo semplice per spiegare tutto ciò che ci circonda e, tuttavia, nessuno può affermare che non esista un principio primo, una origine al tutto… Così come è impossibile negare che ha tutta la dignità del caso l’ipotesi che l’esistente sia sempre esistito o, per meglio dire, non conosca il tempo.

Siamo noi nel possibile, nella temporalità, in un andirivieni stagionale che è dettato dalla conformazione del sistema solare, dalla distanza tra la Terra e il Sole e dall’inclinazione dell’asse del nostro pianeta. Si può, certo, concludere che ogni cosa che accade è volontà di Dio. Ma se tutto fosse già così prestabilito, che fine farebbe la casualità che è opportunità anche di scelta, che è quindi un possibile sinonimo della libertà? Ogni religione ci proporrà la soluzione che meglio le conviene per perpetuarsi. Rimane comunque in piedi l’asserzione, quanto meno utile alla diminuzione delle lotte tra le fedi per una veridicità assoluta delle stesse e dell’una sulle altre, per cui proprio in questo contesto di sviluppo della cultura moderna, laica e critica, le religioni «cercano una risposta agli stessi interrogativi».

Il che, a ben vedere, non è poi così lontano, come percorso, dagli interrogativi che può porsi tanto un agnostico quanto un ateo: ciò che è importante è rifuggire la dogmaticità, sempre, senza se e senza ma. L’ateo può affermare di non credere nel dio proposto dai suoi simili. Ma non può affermare che la non esistenza di Dio sia un dato di fatto. Ci troviamo in una condizione di inconoscibilità che non ha soluzione. Per questo la posizione agnostica è quella preferibile: non è opportunistica intellettualmente, non si pone al di sopra di nessuna parte, ma constata che ciò che possiamo sapere arriva fino ad un certo punto ed oltre è impossibile andare.

Poi, certo, si può ricorrere agli stratagemmi – anche sinceri – di un Agostino che, a chi gli chiedeva della veridicità del Cristianesimo, come culto vero, del vero e unico Dio, rispondeva affermando che la religione nata con l’avvento di Gesù Cristo era in fondo sempre esistita e che quello era il nome che aveva preso in quel dato momento della Storia il seguire la volontà del Creatore. Un modo per dire che l’istintiva propensione umana alla ricerca del senso della vita nell’ultraterrenità e nell’oltretomba faceva parte del più intimo sentimento individuale e collettivo e che, quindi, aveva anzitutto un che di ancestrale: un innatismo ideale, un po’ platonico, che raggiunge il suo scopo.

Non si può soprassedere però riguardo le conseguenze che le religioni, come fenomeni divisivi, hanno avuto nel corso della Storia dell’umanità. Effetti della causa della rappresentazione del vero in quanto pietra angolare dell’investitura da parte di Dio per poter fare qualunque cosa in suo nome. La Chiesa stessa è un potere tutt’oggi temporale oltre che una congregazione spirituale. Qui si aprirebbe un capitolo non a parte, ma molto lungo, sulla possibilità di separare il le fedi dal potere e viceversa. Un argomento interessante su cui non mancherà occasione di scrivere.

MARCO SFERINI

17 maggio 2026

foto: elaborazione propria

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