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Il portico delle idee

Aderenza e inaderenza tra “cogito” cartesiano ed essenza

Cartesio risolve piuttosto semplicemente il problema della fuoriuscita dell’io dal “cogito”: da identificazione tra pensiero ed essenza, che è prodotto comunque del dubbio in quanto processo di acquisizione sempre maggiore della propria autocoscienza, si passa alla necessità di affermare l’esistenza non di absurdum privo di qualunque senso che, quindi, l’io non riesce a determinare, bensì di un contesto in cui il dualismo intrinseco tra “res cogitans” e “res extensa” si tenga quasi logicamente.

In realtà sappiamo che quella dell’introduzione di Dio nel processo del “cogito” è una necessità oltremodo legata ai tempi ma non di meno necessitata da una voglia di chiudere il cerchio e di fare in modo che, ricorrendo altresì al famoso (molto abusato) “argomento ontologico”, si possa permettere alle proprie idee di farsi largo laddove altrimenti non avrebbero avuto un benché minimo accesso.

Dunque sostiene Cartesio che il nostro essere non è altro se non il nostro pensare: noi siamo l’io pensante, che riflette, che si esprime mediante la fisicità in tutta una serie di emozioni che gli provengono comunque dall’interiorità, dall’imponderabile e sconosciuto che è in noi e che si produce di momento in momento. Un sempre nuovo che la psicoanalisi soprattutto junghiana studierà a lungo, convenendo che la fissità delle idee è nevrosi, mentre l’abbandono alle emozioni è libera fruibilità dell’essenza più recondita che ci fa noi stessi e di cui noi, in qualche modo, pensiamo di essere gli assoluti padroni.

In realtà, per quel che si suppone ancora oggi, l’inconscio è indomabile razionalmente, proprio perché non appartiene alla sfera del conscio, del ponderabile, del dicibile. Se davvero si esprime attraverso l’immaterialità onirica di immagini incomprensibili, regalandoci delle metafore di ciò che vorremmo e che ci neghiamo nella vita di ogni giorno, rimane una ipotesi affascinante su cui però, va detto e ripetuto, si sono riscontrate tante ragionevoli guarigioni e poche smentite.

Torniamo al pensiero così come inteso da Cartesio: che cos’è questa capacità del pensare? Pare persino banale scriverne per descriverla, ma non sempre la risposta è scontata… Diciamo che è la “coscienza di sé stessi”. Su che cosa noi pensiamo prima di tutto: su ciò che dobbiamo fare, su come dobbiamo agire e, il più delle volte, lo facciamo in modo istintivo. Si dice a questo proposito “senza riflettere”. Perché la riflessione è un momento ulteriore di approfondimento del proprio pensiero.

Diviene la separazione per un attimo dall’identificazione con sé stessi e, pur dal di dentro, ci si guarda e, appunto, ci si “riflette”: che cosa dico? È giusto quello che sto pensando che, in potenza, è il presupposto di ciò che magari sto per fare? Ecco, la coscienza di sé stessi elevata a coscienza interrelazionale (con gli altri e col resto dell’esistente che ci circonda) è questa estensione dell’io non oltre sé medesimo, ma appena fuori il proprio essere presente esclusivamente a sé stesso.

Nell’atto di pensare, riflettere ed anche immaginare, Cartesio vede comunque una produzione del “cogito” in quanto fondamento dell’”ergo sum”, della certezza dell’esistenza che viene ottenuta attraverso l’esercizio del dubbio metodico che consente l’individuazione di quello che è evidente distinguendolo da ciò che invece non lo è di cui, per l’appunto, si deve continuare a dubitare. La realtà non dovrebbe ingannare nel mostrarsi a noi, ma anche i sogni sono, seppure nella nostra oniricità, reali. Il loro contenuto, le immagini che rappresentano, però, non sono qualcosa di tangibile.

Non sono, quindi, affidabili alla percezione sensoriale come strumento di elaborazione del processo distintivo tra vero e falso. Solamente il dubbio è metodologicamente utile allo scopo, poiché è come una premessa utile ad evitare tanto argomenti pregiudiziali, ipoteticità fittizie ma, al contempo, serve a mettere in guardia dall’accettazione subitanea, dalla facilità con cui ci si può gettare tra le braccia dell’ovvio e dell’oggettivo al primo impatto. Il punto qui diviene il “commettere l’errore“.

Come si può evitarlo? L’affidamento del nostro pensiero alla perfezione divina potrebbe essere un argomento fin troppo facile per Cartesio: un artifizio per cavarsela senza entrare troppo nel merito della questione filosoficamente e scientificamente dibattuta per secoli e millenni. Se il nostro pensare è parte della creazione divina e questa è perfetta, sillogisticamente se ne potrebbe dedurre che l’errore va scartato a priori, visto che là dove esiste la perfezione non può trovare spazio il non corretto, il non giusto, quindi l’imperfetto e, dunque, ciò che è erratico.

Ma siccome invece noi siamo pienamente consapevoli di incappare negli errori e molto spesso, o per lo meno in tutto ciò che noi consideriamo errore (anche magari quando dipende esclusivamente da un punto di vista, da un pregiudizio etico, politico, culturale, sociale… eccetera…), dobbiamo risolvere il problema che ci si presenta: se affermiamo cartesianamente che il pensiero umano è radicato in Dio, allora l’errore è impossibile. Eppure non è così.

Per conoscere la verità servono due facoltà: l’intelletto e la volontà. “Intelligere” è verbo latino che significa propriamente cercare di comprendere il senso di qualcosa. Quindi, in sostanza, avere alla fine una conoscenza in più rispetto al momento in cui si prova a disarticolare un qualunque fenomeno esistente. Per Cartesio l’intelletto è ridotto a apprendimento delle idee che, di per sé, non sono né vere né false: dipende dall’aderenza con la realtà oggettiva.

Non viene tentata dal Nostro nessuna ontologizzazione dell’idea in quanto tale, ma semmai viene subordinata al giudizio che ne consegue nel momento in cui il confronto tra l’idea e l’essere delle cose, delle entità viventi si realizza e si determinano due tipi di reazioni: una contraddizione evidente oppure no. Tutto ciò che noi facciamo – dice Cartesio – è frutto della nostra volontà. E fin qui siamo persino nel banale. Il giudizio che diamo sulla veridictà dei fatti, dell’afferenza tra idea e realtà, è frutto anch’esso di questa volontà.

Tuttavia la volontà c’è nel momento in cui non vi è una costrizione esteriore a comprimerla, ad ostacolarla: ogni forza che ci sovrasta impedisce l’esercizio della volontà e, quindi, anche il processo di acquisizione della verità ne subisce dei contraccolpi non da poco. Ma le idee non sono tutte così chiare da permettere di evitare il giudizio e così, siccome l’intelletto è nella finitudine e nell’impossibilità di avere un discernimento oggettivo quasi a priori, ecco che l’errore è possibile, per quanto la nostra mente sia emanazione del divino.

Il problema fondamentale sta nell’immediatezza della concezione ideale: noi siamo in grado di valutare di volta in volta le idee e non tutte quante insieme per sapere che sono assolutamente vere. Dunque, il giudizio è necessario proprio per saper valutare quelle che sono le idee vere e quelle che sono invece soltanto immaginazioni e fantasie. Di per sé, come si è detto per i sogni, vale la regola della realtà, dell’esistenza in noi: il che però non significa che possano dirsi vere in quanto corrispondenti a fenomeni oggettivamente esterni a noi e parte dell’esistente concreto, materiale.

Quando è che si commette un errore? Quando non si fa uso del metodo della ponderazione, si precipita l’osservazione e non si ricorre alla volontà come primo punto di partenza del cammino del giudizio. Soltanto le “idee innate” hanno un carattere differente da quelle che si percepiscono mediante l’osservazione esterna della realtà (le cosiddette “idee avventizie“) o quelle che noi stessi creiamo per vagheggiare qua e là con la mente (non per nulla classificate da Descartes come “fittizie“): sono parte di una naturalità che ci riguarda e che è insondabile fino in fondo.

Noi siamo certi dell’esistenza delle idee, perché abbiamo come la sensazione atavica che fanno parte del nostro essere, del pensiero stesso. Ma, come già sottolineato prima, non possiamo affermare che tutto ciò che è pensato automaticamente si ritrovi nella corrispondenza del reale, sia appunto esistente. Il dilemma divenne, per alcuni detrattri del razionalismo cartesiano, il posto da assegnare al pensiero e all’esistente. Chi viene prima? Il pensiero determina l’esistenza o questa determina il pensiero in quanto tale?

Pare un po’ il giochetto del chi è nato prima tra l’uovo o la gallina. Sappiamo grazie alla scienza che la risolvibilità di questo paradosso è determinabile con l’argomentazione dell’esistenza dell’uovo ben prima della comparsa della gallina sul pianeta Terra. Ma il punto paradossale semmai rimane sempre un po’ a fare capolino: prendiamo l’uovo di per sé e la gallina di per sé. Chi può dimostrare quale dei due ho prodotto per prima l’altro? Ecco, simul stabunt, simul cadent

Più facilmente, la soluzione all’enigma dell’antecendeza tra pensiero ed essenza è riponibile nella coevità massima possibile: nell’istante, nel preciso momento e, dunque, nell’identificarsi vicendevolmente, nel prodursi in quanto coscienza dell’esistere e del principio ontologico dell'”esserci” nella complessità evolutiva della materia che si è dinamizzata nell’essere vivente, senziente: il regno animale nella sua interezza. L’essere cartesiano è l’essere del “cogitare”, dell’azione imperterrita che si dimena nella mente e non ha sosta.

Se smettiamo di pensare, caso mai fosse possibile questo benefico paradosso, smettiamo forse di esistere? No di certo. Ma poi, noi che pensiamo siamo proprio noi i soggetti che animano il pensiero o, piuttosto, non facciamo altro se non riferirci ad altri pensieri e, quindi, siamo attraversati da questi senza che vi sia la possibilità di ordinrare per davvero una volontà sincera, indipendente quasi esclusivamente da tutte le influenze possibili e immaginabili?

Il “cogito ergo sum” di Cartesio non è tanto una affermazione tradotta quasi volutamente (con un particolare interesse psico-somatico nel voler avere quella determinazione precisa di esistenza) come “penso, dunque esisto“, ma è semmai un “io sono pensante“. Letteralmente certo che vuol significare l’esistenza del soggetto che pensa. Ma latamente, più veritieramente, è la voglia di dimostrare che l’essere è pensante e per questo può dirsi esso stesso un “essere”, tra tanti, differenti e afferenti al tempo medesimo.

Siamo nella “sostanza pensante“, nella “res cogintans“, che contiene l’atto del pensare e quindi è un’essenza immateriale ma riconoscibile da ciascuno di noi in ogni momento. Sappiamo se pensiamo fino a che abbiamo la consapevolezza che siamo pensanti. Se, in tarda età, sopraggiunge la demenza per l’appunto senile, noi esistiamo prescindendo dal nostro pensiero. Ovverossia: noi pensiamo comunque, ma non abbiamo più la coscienza piena dei nostri pensieri.

L’esistenza da sola non dimostra l’essenza prima dell’esistere stesso. Mario che a trent’anni pensava e rifletteva era un Mario tra i molti che si sono succeduti dopo. L’ultimo, quello che fissa la finestra in una casa di riposo, vive, esiste, ma è privato dalla malattia della sua intrinsecità di un tempo, di tutte le connessioni con l’interiorità e l’esteriorità. Non si può spingere alle estreme conseguenze pseudo-etiche queste considerazioni, affermando magari che gli anziani sono così solo degli esseri non pensanti.

Pensano in modo diverso da quando il cervello era in grado di stabilire tutte le connessioni del caso. Provano tutte le emozioni che provavano quando avevano contezza di sé medesimi, così come le provano gli altri esseri viventi: ma le vivono in un contesto completamente mutato. Per questo, di per sé, il pensiero è da includersi nell’essenza. Non ne viene prima o dopo, ma ne è riguardato. Mentre l’essenza è riguardata dal pensiero solamente se l’essere è cosciente e sà di essere.

Noi che cosa siamo, allora? Non siamo solo il nostro estenderci nello spazio. Siamo anche sostanza pensante. Siamo mente, cuore, psiche. Siamo una unità unica, molto speciale che è capace – come affermava Margherita Hack – di capire (o tentare di capire) l’Universo. Dovrebbe bastarci questo per apprezzare il fatto di perpetuare la nostra esistenza sulla Terra: non andrà oltre i cinque miliardi di anni che il Sole le permetterà ancora di vivere, ma se tendesse a superare il naturale ciclo di una specie, per non lasciare morire l’intelletto, il pensiero e la coscienza, sarebbe, questo sì, un degno capolavoro dell’essere dei “sapiens“.

MARCO SFERINI

13 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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