Marco Sferini
A Leoncavallo sgomberato, Leoncavallo e mezzo
Manu militari, lo schieramento oplitico si posiziona davanti agli ingressi del Leoncavallo. Emblema sociale, civile, democratico, antifascista e antisistema da cinquant’anni a questa parte; spauracchio invece per la destra, da sempre: icona negativa del centrosocialismo in cui l’illegalità sarebbe stata manifesta fin dall’occupazione dello stabile, proseguendo per la fomentazione dell’antiproibizionismo cannabinoide e, senza dubbio, per le tanti attività sovversive che si sono svolte al chiaro della luce mnemonica per Fausto e Iaio che, ironia della sorte proprio per neofascisti e securitari di tutti i tempi, vennero assassinati perché denunciavano lo spaccio di eroina nei quartieri di Milano.
Negli anni della giovinezza politica del Leonka, persino l’attuale ministro delle infrastrutture Salvini ne elogiava se non la mitezza quanto meno la tranquillità: «Conosco quei ragazzi, i violenti sono pochi». A sentirlo ora, mentre tuoneggia: «Afuera!», pare di stare davanti ad un clinicissimo caso di schizofrenia molto politica e tanto poco cerebrale. Si cambia o, per meglio dire, ci si adegua ai tempi: propri e degli altri. Così chi padaneggiava prima oggi nazionalistizza (ma non nazionalizza nulla, anzi privatizza e basta e pensa a grandissime opere tra Messina e Reggio Calabria…) e chi definiva i murales delle opere da “Cappella Sistina della modernità” è finito poi a commentare “Bulli e pupe” in televisione.
C’è da dire che lo sgombero non arriva intempestivo, se non di qualche settimana. Era preannunciato per il 9 settembre. Il governo, senza avvisare nessuno, nemmeno il sindaco di Milano, ha deciso di fare piazza pulita del centro sociale più famoso e attivo d’Italia. Un vero e proprio anfiteatro sociale e culturale, capace di inserirsi nella vita di una metropoli appiattita sul camparismo industrialista e affaristico prima, quello per intenderci della città “da bere“, e su un craxismo-berlusconismo seguente che ha ipotecato il presente e il futuro dell’intera Lombardia, nonché di un nord esibito come mitteleuropa necessaria ad un’Italia altrimenti costretta al pauperismo meridionale.
Il Leonka è stato e rimane un qualcosa di molto più alto di un aggregato di persone: verrebbe da paragonarlo ad una alternativa di città nella città, ad una Milano innovativa, magari anche priva di qualche scrupolo, ma sempre e soltanto nell’interesse di una socialità altrimenti fagocitata dal rampantismo capitalistico degli anni nati dal fracasso del Sessantotto, di quelli del terrorismo che imperversava mentre si costruivano città finte piene di laghetti artificiali e prendeva il via la prima televisione privata via cavo e via cassette creando i “networks“. Pregio del leoncavallinismo è stato dare una casa comune a tutte e tutti coloro che volevano pensarla altrimenti, senza farsi avviluppare dal pensiero unico del mercato.
Diversamente da ora, in quegli anni di fine Novecento, la spersonalizzazione passava, davvero paradossalmente, per un individualismo esasperato: la deflagrazione del concetto di socialità e di società al tempo stesso era affidata alla riabilitazione dell’americanissimo “self made man“. Così, dalla politica di palazzo a quella di piazza, il centro di tutto diventava la capacità di esercitare una leadership incontestabile, creando quei “capifortuna” che Rino Gaetano metteva alla berlina tanto dal centro, quanto da destra e da sinistra. I centri sociali erano stati sinonimizzati al pari di luoghi in cui, pensi contessa, di libero amore si facea professione o, appunto, ci si drogava, si spacciava, e via discorrendo…
Non c’è dubbio che lì circolassero le droghe leggere ma, diversamente dai buoni salotti della Milano da bere, viamontenapoleonici o selvaticamente grattacieliggianti, non si scambiava il rispetto con l’aspetto: ci si mostrava per quello che si era e si è, in parte, rimasti. Al Leonka trovavano sempre posto tutte e tutti: astemi ed alcolisti tutt’altro che anonimi; analfabeti funzionali o meno e intellettuali della miglior risma; comici, teatranti, cultori del cinema d’essai, a volt pure qualche conservatore che voleva conservare delle marmellate e non certo i retaggi del passato che non passa. Casa dell’antifascismo militante, il vero nocciolo della questione era il rappresentare ciò che si voleva invece evitare.
È stato facile farne l’antitesi della rispettabilissima e perbenista società dei consumi e degli affari legali: in superficie tutto appare così. Nel doppiofondo della multistratificata morale dei politicastri, i leoncavallini erano degli eversori, degli antipatici fenomeni punkabbestianti, appestati dal morbo del sinistrimo nella migliore delle ipotesi e dell’anarchismo bombarolo dall’altro. Si è fatto un minestrone indigestibile per chiunque abbia un po’ di reazione critica e un sussulto gastrico non abbisognante di confetti o antidispeptici di sorta. La destra neofascista l’ha sempre vissuto male, malissimo: come il fumo nero negli occhi sbarrati di un cameratismo di nuovo retaggio. Boia chi molla il manganello e qualche coltello…
Le provocazioni non sono mai mancate e non sono mancati nemmeno i tentativi di sgombero: qualcuno ne ha contati più di centotrenta! Gli attentati ai peggiori tiranni totalitaristi della Storia arrivano al numero di trenta, quaranta al massimo. Non che il Leoncavallo possa vantarsi di ciò, ma di sicuro, se tentanto di farti fuori per così tante volte, sotto tanti colori politici e decine di amministrazioni, forse un qualche obiettivo lo hai centrato: forse sei una spina nel fianco. Se non del potere in senso lato, quanto meno di chi lo interpreta di volta in volta per vili, sporchi, squallidi affari del tutto privati e personali. Tutto il contrario del mondo leoncavallino.
Il pregiudizio, si sa, fa da padrone là dove è facile innestarlo nella malapianta del sospetto rispetto ad una morale comune fatta di legge e ordine, di sicurezza, di securitarismo a tutto spiano: i drogati sono tutti uguali, tutti spacciatori, tutti violenti, tutti eroinomani e lo sono diventati perché fumavano le canne… Ad avercene pazienza scientifica anzitutto, intellettuale e politica poi, per dimostrare, numeri alla mano, che non è così. C’è chi non ha mai varcato la soglia di un centro sociale ma, sempre e soltanto dal di fuori, ha anatemizzato savonarolescamente gridando ingiurie e spergiuri, recitando rosari infiniti di richiami al pentimento per peccati che i superiori invece stavano, proprio in quell’istante, commettendo.
C’è però chi ha saputo riconoscere il valore del sincretismo culturale, sociale, politico, volontaristico e militante del centrosocialismo: una certa sinistra di alternativa, certamente di più di quella moderata che tenta, vista la bontà di una lotta e il seguito che ha, di intestarsi quasi la primogenitura delle idee e delle nascite… Il Leonka ha evangelizzato laicamente una Milano degradata nelle sue periferie, l’ha ricondotta al rispetto di sé stessa, sostenendola, aiutandola fin dove era possibile ed anche oltre. Spesso si è trattato di quartieri dimenticati dall’irrefrenabile accelerazione palazzinara, dall’edificazione di stabili e di bisogni fittizi.
La celebrazione repressiva che oggi il governo Meloni fa della conquista di uno spazio esibito come il cuore dell’illegalità è degna della peggiore destra repressiva: quella che mette le svastiche al braccio inventando motivazioni esteriormente carnascialesche e condividendone lo spirito nell’intrinseco, ancestrale conscio dell’ormai confessabile, sdoganato sogno di rivincita; quella che tiene in casa i busti di Mussolini come soprammobili vendicanti l’itterizia patita nei decenni di predominante, costituzionale laica religione antifascista dell’Italia repubblicana e democratica. L’esultanza degli esponenti di governo è paragonabile alle sceneggiature dei film pecorecci degli anni Settanta e Ottanta.
Pazienza per il “galateo istituzionale“, ma qui si fa torto ad una intelligenza che, ad onor del vero, mica si può rimproverare poi più di tanto a chi interpreta il suo ruolo come ad una egotica rivincita sulle frustrazioni del vuoto dell’esistenza riempito solo con l’odio per qualunque cosa gli sia nettamente differente. Il Leonka se ne va dalla sua storica sede per far posto alla campagna elettorale nella Milano di un Sala che ha il suo da fare con le inchieste giudiziarie e una destra pronta a prendersi la capitale del Nord. E se ne va per fare posto a nuove speculazioni edilizie, sogni di nuova gloria di palazzinari che chissà cosa intendono costruire al posto dell’edificio della socialità condivisa e della cultura altrettanto condivisa.
Il Comune gli cercherà un posto in periferia. Là dove il Leonka è sempre stato, spostando il suo baricentro dal centro e divenendo tanti centri per tanti malesseri, per smarrimenti e non luoghi in cui, altrimenti, avrebbe prevalso un degrado ancora maggiore. C’è chi costruisce in cemento e fa affari, c’è chi costruisce in comunità e prova ad essere un sasso nell’ingranaggio di una ruota che muove potente il verso di una Storia che non è mai scritta del tutto e che si può cambiare. C’è una Milano e c’è un’Italia che sa comprendere tutto questo e può tradurlo nei fatti concreti di una alternativa tanto all’esecrabile governo autoritario di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini quanto alla anti-società del liberismo dominante.
Senza una strenue critica al capitalismo moderno non c’è vera possibilità di costruzione dell’alternativa appena citata. Per questo l’appello deve essere rivolto alla sinistra che può rappresentare un cambiamento concreto, ma solo se è disposta a cessare la sua attitudine al compromesso tutt’altro che storico, piuttosto attualistico e, per questo, molto pericoloso. Il Leoncavallo ci ha insegnato a parlare lingue diverse dalle nostre: magari lo abbiamo anche ampiamente frainteso nel corso dei decenni. Ma gli riconosciamo quel valore che gli spetta: l’essere stato e il voler continuare ad essere un pezzo di Paese che non si arrende allo svilimento dell’individuo nella sua unicità esaltata dal mercato.
Contro la grettitudine della concorrenza a tutto spiano, invece la condivisione delle differenze, delle esperienza più disparate, per generare nuove idee e nuove proposte, nuove realtà in un mondo plurale, fatto di specificità che non sono in lotta fra loro ma che, anzi, sono le premesse per una ricchezza vera: quella sociale, quella di una cultura inclusiva, di una solidarietà che non è tolleranza, ma vicinanza e prossimità. Per tutti, con tutti, di tutti. Un Leoncavallo in ogni grande città d’Italia come obiettivo propriamente socio-cultural-politico: sarebbe un segnale di rinascita anzitutto partecipativa in un Paese tanto depresso, demoralizzato e sfiancato dall’affarismo a tutto tondo. Si diceva un tempo: a brigante, brigante e mezzo…
A Leoncavallo sgomberato, Leoncavallo e mezzo. E anche di più…
MARCO SFERINI
22 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















