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Marco Sferini

A larghe falcate verso il superamento della democrazia italiana

Siccome il computo finale delle elezioni regionali non gioca a favore della maggioranza di governo, e siccome soprattutto mostra alcuni limiti che Fratelli d’Italia avrebbe, su una ripartizione nazionale, nell’acquisizione dei seggi utili per continuare ad essere non solo il partito di maggioranza (molto) relativa, ma pure il dominus in quel di Palazzo Chigi, ecco che i suoi esponenti corrono prontamente ai ripari. La proposta è quella che già si conosce: legge elettorale da cambiare immantinentemente, con indicazione del premier sulla scheda, un po’ come accade oggi proprio nelle tornate elettorali regionali, e poi calendarizzazione della riforma delle riforme: il premierato.

Se non è una accelerazione verso la pienezza dei poteri, poco ci manca davvero. Per quanto sembra davvero difficile che Giorgia Meloni possa venire cotta a fuoco lento in quest’anno e mezzo di distanza temporale e politica che la separa dalla fine della legislatura, non c’è dubbio su un fatto: il ringalluzzimento della Lega dopo il voto veneto è sotto gli occhi di tutte e tutti. Salvini vorrebbe gongolare, ma è Zaia ad aver preso oltre duecentomila preferenze, ad aver garantito il successissimo di un Carroccio che, infatti, si appresta anche ad un ritocco nel simbolo: non più il riferimento premieristico al vecchio “capitano“, ma qualcos’altro che ancora deve essere deciso.

Chiaro: la guida della coalizione e del governo da parte di Giorgia non si discute nemmeno. Del resto, nonostante le prime crepe registrate alle ultime elezioni, il partito meloniano rimane saldamente ancorato nei sondaggi oltre il 30% dei consensi, quindi, spiega Salvini, ormai il riferimento al suo potenziale essere “premier” va messo definitivamente in soffitta. Almeno questa è una buona notizia. Ma per una che se ne riceve, due ne arrivano di pessime. Perché l’allarme nel centrodestra è suonato: si parla di “pareggio” in caso di ricorso al voto anticipato e, in prospettiva, chissà che il campo largo non riesca davvero nell’impresa di surclassare l’attuale compagine di governo, mandarla a casa e dare finalmente all’Italia un governo non mediocre.

I “pieni poteri“, quindi, sono lo spettro che si aggira per un Paese in forte difficoltà economica: lì le incertezze delle giovani generazioni sono alimentate da un ricorso sempre maggiore ad una economia di guerra che non sembra voler venire meno. L’Europa guidata da von der Leyen è la più accanita sostenitrice di un riarmo a tutto spiano: la Germania si appresta a costruire il più grande esercito continentale dalla fine della Seconda guerra mondiale (suona vagamente sinistra come intenzione…) e a spendere oltre 108,2 miliardi di euro in armamenti. A cominciare dai droni di attacco. La guerra, vista in prospettiva breve, allunga la gittata dei suoi missili, di ogni tipo di equipaggiamento e si dispone a fronteggiare una Russia che discute il piano Trump senza troppo entusiasmo.

Dopo tre anni di governo, Giorgia Meloni ha capovolto tutte le patriottiche promesse elettorali fatte: non ha immunizzato l’Italia dalle influenze economiche e finanziarie della BCE e dell’Unione Europea nel suo complesso. Non ha puntato i piedi a Bruxelles rivendicando maggiore autonomia gestionale. Ha utilizzato i fondi del PNRR per salvare il salvabile sul fronte della spesa pubblica e del contenimento di una recessione che, altrimenti, sarebbe veramente il problema dei problemi oggi. Quindi, a crescita letteralmente zero, millanta di aver fatto progredire l’occupazione. Ma sempre e soltanto in larga misura con incentivi fiscali ad aziende che assumono con contratti sempre più precari.

Il malessere è evidente che lo si avverta nelle zone già abbondantemente depresse, storicamente arretrate e in cui l’economia di guerra vi si rovescia come l’ennesimo disastro annunciato: tagliando quei pochi servizi rimasti, pauperizzando i settori chiave del sociale, le garanzie e le reti di protezione dei ceti più disagiati e deboli di una società in cui, spesso e volentieri, l’ufficio di collocamento più gettonato è quello della criminalità organizzata e del lavoro in nero, visto che il governo non mette mano ad una seria politica di rimodulazione complessiva dei diritti per chi è occupato, dei doveri per chi possiede i mezzi di produzione. Si calcola che, nel decennio 2025-2035, l’Italia spenderà in armamenti oltre 963 miliardi di euro.

Si tratta del tristemente famoso 5% del Prodotto Interno Lordo richiesto dall’Alleanza atlantica per sostenere tanto lo sforzo bellico in Ucraina quanto un piano di più generale “difesa” del Vecchio continente dalla presunta minaccia russa nei confronti degli Stati dell’Unione Europea. Il governo Meloni si è uniformato senza battere ciglio, anzi con un piglio decisamente entusiastico, al dettame neoimperialista dell’Occidente: i vecchi, triti e ritriti discorsi comiziali di stampo missineggiante sull’indipendenza dell’Italia rispetto ai blocchi esistenti un tempo ed a quelli attuali, sono ormai sotto natfatlina. In un contesto sociale profondamente solcato dalla crisi internazionale, con un mondo produttivo che tenta di competere con i giganti emergenti nella fase multipolare, il governo non mette a tutela nessun diritto.

Pretende da chi ha già meno, perché è numericamente maggiore (e di moltissimo) rispetto alla ristretta cerchia di persone che detengono redditi ultramilionari, possidenti di rendite da capitale altrettanto tali e che sono i sostenitori di uno status quo di cui l’esecutivo si è fatto arbitro, nume tutelare e custode sacrale. Proprio mentre la produzione, soprattutto in armamenti, accelera prepotentemente, tutto un sistema di tutela e di difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori viene progressivamente meno: mancano i controlli ispettivi nel settore agricolo (soprattutto nei campi in cui sono impiegati i braccianti presi dal ricattabilissimo mondo dei migranti); così come si scopre (si fa per dire…) enormemente fragile la condizione del lavoro delle donne che, spesso, trascurano la propria salute e le cure per non essere licenziate.

Il governo aveva promesso maggiori incentivi all’Ispettorato del lavoro ma, dopo anni, alla riforma dell’ente non è seguito nessun atto concreto che ne potenziasse le qualità, la formazione del personale, le capacità di intervento diretto nei settori più a rischio: dai cantieri edili alle fabbriche dove la produzione espone oggettivamente a condizioni di lavoro tutt’altro che in sicurezza. La direzione in cui prosegue il governo Meloni, quella della sempre maggiore ampiezza della forbice tra ricchezza e povertà, non può non esigere la pienezza dei poteri, perché con le sole regole democraticamente date è impossibile gestire una politica di autoritarismo economico: solo un governo che non deve rendere conto al Parlamento e alla Magistratura, tanto meno alla Presidenza della Repubblica, può permettersi di agire indisturbatamente.

Il Presidente del Senato, trascurando la sua terzietà, non ha mancato di far conoscere la sua opinione, paventando per l’appunto il rischio del pareggio elettorale tra le coalizioni e, quindi, mettendo nella discussione l’argomentazione della necessità di una riforma della legge elettorale così da avere piena stabilità nell’azione di governo. La solita manfrina è servita: il pretesto non serviva nemmeno andare a cercarlo. Basta riesumare qualche ferrovecchio del passato e il gioco è già fatto. Il referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà nella primavera del 2026, sarà, del resto, un passaggio di non poco conto e più Meloni tace in merito, più tutto questo appare come un viatico stretto da cui comunque ritiene di poter passare, facendosi più forte in vista delle politiche.

Rimettendo un po’ tutti i tasselli in ordine, pare sempre più evidentissimo che ciò che è entrato in profonda crisi è il sistema di equipollenza dei poteri, del rispetto della loro separazione e, dunque, in parole povere, è la democrazia stessa a trovarsi davanti ad un bivio: rimanere zoppicante per essere curata e ristabilita almeno nei cardini fondamentali, oppure essere superata nel nome del premierato, della centralità non più del Parlamento nella Repubblica ma del governo. Se la riforma Nordio dovesse disgraziatamente passare, tassello si sommerebbe ad altro tassello: i giudici gli uni contro gli altri e il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo. Due più due fa quattro e quindi, Palazzo Chigi avrebbe una direttissima influenza non solo sulle Camere, ridotte a ratificatrici degli atti previsti da Meloni e ministri, ma anche sulla Magistratura.

Se non è una verticalizzazione della crisi della democrazia questa, cosa altro mai dovrebbe esserlo? Il referendum confermativo della riforma Nordio viene fatto passare come una sorta di plebiscito o meno sulla figura della Presidente del Consiglio e del suo governo: una investitura a sempre maggiori piani elevati nel contesto istituzionale, oppure una bocciatura sonora (per quanto Meloni abbia premesso che, comunque vada, non si dimetterà). L’estrema politicizzazione del quesito, molto tecnico e molto complicato da esporre in campagna referendaria ad un italiano medio che segue distrattamente le questioni che riguardano la giustizia e il diritto, potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Per tutti.  Ma è pur vero che non siamo davanti ad una semplice riforma della giustizia stessa, quanto alla riscrittura dell’architettura costituzionale.

Ogni proposito di revisione delle norme della Carta del 1948 viene fatto dal governo Meloni nella esplicita direzione di una progressiva mutazione genetica della democrazia repubblicana, rafforzando l’azione di governo a scapito degli altri poteri dello Stato. L’allarme generato dal consenso popolare che tende a spostarsi a cominciare dai territori, impedendo con le attuali regole una vittoria a tutto spiano della coalizione di maggioranza, induce Fratelli d’Italia a correre ai ripari, senza farsi alcuno scrupolo del rispetto delle regole stesse. La consuetudine ormai è data da tempo: se la legge elettorale non permette di rimanere al potere, si cambia la legge, mica si accetta la volontà popolare. Non c’è più il rischio di autoritarismo.

C’è una marcia verso una torsione in quel senso della Repubblica, della sua Costituzione, dei suoi fondamentali cardini che sancivano (e ancora ora, nonostante tutto, sanciscono) un equilibrio fra quei poteri che, insieme, sono lo Stato italiano. Mentre il governo Meloni si pensa come se fosse lui, da solo, lo Stato. Qui sta il nocciolo della questione, qui risiede il principio di una concezione neobonapartista che, apparentemente, sostiene il suffragio universale, persino il ritorno alla proporzionale per quanto riguarda la legge elettorale, ma che poi evidenzia tutti i suoi progetti autoritari nel momento in cui impone un premio di maggioranza che non è finalizzato alla buona idea della stabilizzazione delle maggioranze nell’interesse comune e dell’intera Repubblica, quanto al mantenimento di sé stessi a Palazzo Chigi.

È sempre più allarme antidemocratico, antisociale, incivile e immorale. Perché questo governo è di una spaventosa mediocrità in tutti i sensi, da qualunque lato lo si colga, lo si osservi, lo si percepisca. Chi non lo vede, sottovaluta, trascura, volontariamente o meno, il più grande pericolo corso dal regime repubblicano. Se non in tutta la sua storia, quanto meno nei primi venticinque anni del nuovo millennio.

MARCO SFERINI

27 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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