Due ordini di problemi: il primo riguarda l’emergenza democratica in senso stretto, ossia la tenuta del complesso quadro istituzionale che è chiaramente contrapposto (e non collaborativo come dovrebbe invece essere) con larga parte della popolazione che vive e sopravvive in uno stato socio-economico in cui prevalgono scelte governative che indirizzano le risorse verso il ceto medio-alto e verso le voci che riguardano il riarmo e le pulsioni belliche. Il secondo, invece, concerne un’altra emergenza che è più politica e partitica, ma non per questo di secondaria importanza.
Le destre di governo, giorno dopo giorno, passano da un gradino all’altro nella scalata ad un potere che intendono come possesso del tutto personale, esclusivo e non condivisibile con il resto delle forze in campo, con un Parlamento che, oggettivamente, è ridotto a mero sottoscrittore degli atti che fuoriescono da Palazzo Chigi, con una Magistratura che ingombra il cammino della torsione autocratica (ed autoritaria) e, da ultimo, con una Presidenza della Repubblica che è tollerata perché la stragrande maggioranza della popolazione la percepisce come veramente terza e rappresentativa dell’unità nazionale.
Se non si colgono questi due ordini di problemi, se non si ha ben chiaro il tipo di pericolo che sta correndo il regime repubblicano e democratico, non si è di conseguenza in grado di cogliere la portata quasi storica del mutamento politico e sociale in corso. Per quanto il vecchio centrosinistra abbia rappresentato gli interessi più del mondo dell’impresa rispetto a quelli del lavoro, creando un vulnus di non poco conto proprio nell’ambito della sinistra moderata e, di riflesso, in quella radicale, non si può negare che abbia mantenuto un sostanziale rispetto dei poteri dello Stato, della loro equipollenza, del loro essere l’uno per l’altro l’architrave della Repubblica.
Gli errori del centrosinistra sono stati tanti e tali da impedirne, lungo un “cursus dishonorum” piuttosto spalmato nel tempo, negli ultimi vent’anni circa, di essere via via considerato come un punto di riferimento del mondo del lavoro, dei ceti meno abbienti, di quelli più bisognosi di reti di servizi che il vecchio stato-sociale in un certo qual modo garantiva e che, con la logica delle privatizzazioni, è venuto progressivamente meno, consumandosi con l’affermarsi del neoliberismo visto come la nuova occasione di espansione economica per tutte e per tutti. Niente di più ipocrita e falso.
Sarebbe sufficiente questo per affermare, come del resto è stato fatto tante e tante volte, che non ci può essere nessun accordo con i moderati, che si deve battere il governo Meloni solo da sinistra e che ogni alleanza allargata è nociva ad uno status sociale già ampiamente debilitato. L’analisi è corretta, niente da dire. Ma, allora, come fare per impedire che questo governo prosegua a passo romano verso una ristrutturazione completa dell’assetto costituzionale, lasciando intatti gli articoli della prima parte e smantellando praticamente quasi tutta la seconda?
Non si può pensare di farcela da sinistra-sinistra, mettendo insieme solamente i partiti della galassia comunista, radicale, ecologista e anticapistalista. I tentativi di formazione del terzo polo, alternativo ai blocchi esistenti, sono falliti tanto dal centro quanto dal fronte populista pentastellato allora guidato da Casaleggio e Grillo. I tentativi sono falliti anche quando si è provato con la Federazione della Sinistra, con le altre liste messe insieme alla bell’e meglio per affrontare tornate elettorali che piombavano tra capo e collo dopo le repentine crisi di governo.
Negli ultimi trent’anni, gli unici tentativi riusciti di scalzare le destre berlusconiane da Palazzo Chigi sono riusciti con le alleanze prodiane de l’Ulivo e de l’Unione. L’una differente dall’altra: la prima più ragionatamente politica, la seconda un caravanserraglio che andava da Rifondazione Comunista all’UDEUR di Mastella, includendo pezzi di destra moderata, ecologisti e antiecologisti, libertari e liberisti. Tutti insieme molto poco appassionatamente. Ed infatti, le spinte centrifughe (opportuniste per alcuni, rispettose della propria coerenza per altri) fecero implodere la creatura.
Oggi il quadro generale della condizione politica, istituzionale e socio-economica dell’Italia è molto più articolato da un lato dei rapporti internazionali, senza dubbio alcuno, e disarticolato dal lato dei rapporti interni. La destra, lo sappiamo, si ricompatta agevolmente nel momento in cui affronta il voto e cementa così la rappresentanza diretta degli interessi del mondo delle imprese, della finanza, del ceto medio-alto cui dedica le leggi di bilancio. I progressisti (chiamiamoli genericamente così…) non riescono a fare altrettanto e, peggio ancora, non si mettono nemmeno nella condizione di poterlo fare.
C’è una tendenza storica in tutto ciò che, tuttavia, non è un moloch inamovibile, ma che riguarda la timidezza delle forze moderate, il loro non volersi completamente raffrontare con un mondo del sociale, del lavoro, della scuola, del disagio diffuso che ha una domanda inespressa da molto tempo riguardo l’esigibilità dei diritti che gli spettano secondo il dettame costituzionale, prescindendo non una tantum dagli interessi del mondo delle imprese e facendo di questi una variabile dipendente dalle condizioni lavorative, salariali, pensionistiche, del pubblico nel senso più completo del termine.
Questo coraggio di scegliere da che parte stare realmente è uno dei problemi che ha la sinistra moderata italiana e che, obiettivamente, non si possono ascrivere al centro politico che, in fin dei conti, ha tutt’altra missione. Eppure, lo stato di salute generale del Paese esige questa scelta di campo: il mondo del lavoro ha per molti decenni vagato alla disperata ricerca di un punto di appiglio, di un nuovo referente che potesse dargli una qualche speranza di risollevamento delle miserande condizioni in cui versava e in cui andava peggiorando.
Se oggi la destra riesce ad essere maggioranza relativa, pur in presenza di leggi elettorali che favoriscono una delega assolutamente impropria nel rapporto tra numero di elettori e numero di eletti (ma questo varrebbe, ovviamente, anche per il centrosinistra o per il fronte progressista che dir si voglia), ciò è possibile per la mancanza di coesione tra le forze politiche che le dovrebbero essere di netto contraltare. Questa omogeneità di intenti non può, però, essere solamente enunciata ed evocata come la risoluzione quasi aprioristica di tutte le storture e i mali che riscontriamo nei confronti della democrazia e dei ceti sociali più fragili.
Senza una reale propensione sociale della sinistra, senza una scelta di campo netta e duratura, ogni coalizione è destinata ad un ennesimo naufragio, ad un tracollo prima del voto se raffazzonatamente messa in piedi per effetto di contrasto; ad una vita breve se dovesse, caso mai, superare quella attuale di governo e arrivare quindi alle soglie della concreta possibilità di reinvertire la rotta e di amministrare avendo come bussola l’interesse primo del mondo del lavoro e di tutti quei mondi che si citano sempre appresso e che sono la vera spina dorsale dell’economia italiana.
Quanto è accaduto nella diatriba tra “La Verità“, Fratelli d’Italia, Palazzo Chigi e il Quirinale è sintomatico davvero: può anche essere che la regia possa aver valutato il tutto come un’arma di distrazione di massa da ulteriori prese di posizione sulla legge di bilancio (contro cui peraltro sono previsti due scioperi generali nazionali: uno dei sindacati di base il 28 novembre e uno della CGIL il 12 dicembre), ma è sinceramente molto più credibile l’intenzione di iniziare qui ad aprire un contenzioso sul ruolo del Colle non tanto oggi, quanto nel prossimo futuro. Assolutamente credibile. Perché la riesumazione della riforma del premierato, unitamente alla riproposizione degli standard di autonomia differenziata per le Regioni, va in questa direzione.
Chiaro che l’utilizzo propagandistico in vista del voto in Veneto, Puglia e Campania nei prossimi giorni è evidentissimo. Ma comunque risponde ad un disegno più generale di una accelerazione dei processi di modificazione della struttura costituzionale per arrivare, scalino dopo scalino, alla spianata di un nuovo potere presidenziale (tanto del Consiglio dei Ministri quanto della Repubblica), di un generale assetto delle istituzioni in cui il Parlamento non sia più al centro delle stesse, come Legislatore in tutto e per tutto, ma sia una doppia camera di consultazione e non di discussione e decisione sulle norme che devono andare ad informare il Diritto italiano.
Al di là delle interpretazioni di comodo, la voce fuggita dal sen del consigliere Garofani è servita come grimaldello per sollevare un polverone non tanto sul collaboratore del Presidente della Repubblica, quanto sul Quirinale, adombrando il sospetto – che difficilmente potrà essere completamente allontanato dal più alto colle – che in fondo vi sia una qualche ostilità lassù nei confronti di Palazzo Chigi e che, se Meloni dovesse perdere nel 2027 le elezioni politiche, poi tutto tutto regolarmente non sarà stato fatto. Più ancora, questa partita aperta dai veleni giornalistici, che comunque hanno colto un’occasione per fare uno colpo vero e proprio, si innesta nel solco dell’elezione del Capo dello Stato nel 2029.
La fine del secondo settennato di Sergio Mattarella, anche per motivi di età certamente l’ultimo (quand’anche la Costituzione preveda un settennato ma non vieti esplicitamente la rielezione dell’inquilino del Quirinale), coinciderà con due probabili scenari: una maggiore forza delle destre ritornate al governo dopo il voto politico di due anni prima, oppure la ricerca di una figura di garanzia che parta da una maggioranza parlamentare progressista. Inutile dire che, per il bene della Repubblica parlamentare e democratica questo secondo è l’unico scenario auspicabile e per cui vale la pena di spendersi.
Soprattutto da sinistra, considerando il ruolo delle forze che intendono aumentare le garanzie per il mondo dei più deboli, per il ruolo pubblico dello Stato, per la sinergia tra tutte le forze sociali, politiche, sindacali, culturali e civili, come un ruolo di espansione delle tutele, più vicino all’impostazione di un socialismo americano alla Mamdani che ad un liberismo democratico alla Clinton o alla Harris. Ci vuole un po’ di coraggio, ma soprattutto occorre scansarsi d’addosso certe terre di mezzo in cui permangono interessi contrastanti tra le classi e da cui non ci si vuole schiodare per mantenersi in equilibrio tra lavoro e imprese, per avere il mito della governabilità a tutti i costi, perdendola poi quando è il momento di dimostrare di poterlo fare.
I segnali dell’urgenza sono ormai completamente evidenti e chiari. Almeno dovrebbero esserlo. Si spera che lo siano. La costruzione di un fronte progressista, oggi di opposizione e domani di governo, deve poter essere all’ordine del giorno: da Rifondazione Comunista fino ai radicali. Spingersi troppo oltre è pericoloso. Liberare il Paese da queste destre letteralmente eversive dell’ordine parlamentare e democratico vale qualche sacrificio. Ognuno rimarrà ciò che è, ma ognuno deve essere pronto a fare un passo indietro per farne due avanti. Insieme, dalla parte di chi è sempre più sfruttato, comperato, usato.
MARCO SFERINI
20 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







