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1945. Otto giorni a maggio

L’Armata Rossa si trova nei sobborghi di Berlino in quella fine di aprile del 1945. Si approssima il compleanno del Führer. Ha quasi cinquantasei anni, diverse patologie causate dallo stato di nervosismo permanente che vive, disfatta dopo disfatta su tutti i fronti. Il suo medico, Theodor Morell gli pratica ogni giorno iniezioni di tranquillanti che hanno sempre meno effetto su un fisico debilitato, preda di stati parkinsoniani, ma che di sicuro ottenebrano ancora di più la già precaria lucidità del dittatore. 

Asserragliato nel bunker sotto la Cancelleria del Reich, scruta le mappe, analizza l’andamento di una guerra che non si ostina a definire come tale: pensa sempre, davanti agli occhi incredulissimi dei suoi comandanti, che il ribaltamento sia possibile fino alla cacciata completa dei russi dal territorio tedesco. La catastrofe non è più soltanto qualcosa di imminente: è già lì, intorno. La Berlino che sta sopra il complesso mega rifugio in cemento armato è un cumulo di macerie. La gente si sfama uccidendo i cavalli che portavano, fino a poco tempo prima, eleganti carrozze. I tram dal colore giallo e bianco sono inutilizzabili, se non come barricate contro i panzer russi che avanzano.

La Germania da sud a nord, da est ad ovest, è invasa o, per meglio dire, liberata pezzo per pezzo: l’avanzata russa è più veloce rispetto a quella anglo-franco-americana. C’è in gioco la partita del dopoguerra, dell’occupazione militare, della spartizione decisa a Yalta e, quindi, chi si aggiudica maggiore penetrazione nel cuore dell’Europa può sperare di avere maggiori influenze proprio nel momento in cui, caduto definitivamente il regime hitleriano, toccherà ridisegnare i confini di molti degli Stati del Vecchio continente.

Se la storia della caduta del Reich è stata oggetto di grandi analisi e ricostruzioni dettagliatissime da parte di storici come Joachim Fest, Ian Kershaw, Richart Evans e William Shirer, meno si è prodotto storiograficamente su una piccola porzione di tempo che va dalla morte del Führer alla resa incondizionata della Germania siglata a Reims e a Berlino quasi simultaneamente. Il libro di Volker Ullrich “1945. Otto giorni a maggio” (Feltrinelli, 2021), il cui sottotitolo è “Dalla morte di Hitler alla fine del Terzo Reich“, permette di colmare in parte questa lacuna. In parte perché la narrazione è senz’altro avvincente, ma probabilmente occorrerebbe uno studio ancora più meticoloso per poter affermare di avere qualcosa di uguale alle monumentali opere scritte sulla fine della Germania nazista.

Tuttavia è un testo cui spetta una doverosa attenzione, proprio perché apre uno squarcio su un un dopoguerra che si da per scontato sia conteggiabile come tale dal doppio suicidio di Hitler e di Eva Braun, mentre i fatti raccontano tutta un’altra storia. Ossia che, non appena Bormann e gli alti gerarchi presero atto dell’avvenuta dipartita del loro capo, si concretizzò, con ovvio maggiore impeto, una lotta, del tutto distaccata dalla realtà che stava vivendo in quel momento il popolo tedesco, l’Europa e il mondo intero, per una successione ad un trono che era crollato insieme al suo edificatore.

Poche ore prima della morte del dittatore, è il capo della Luftwaffe ad inviare un telegramma ad Hitler. Hermann Wilhelm Göring lo informa che, data la situazione in cui versa Berlino, praticamente circondata dall’Armata Rossa, vi sono reali possibilità che il centro di comando nel bunker resti isolato dal resto del paese e che, quindi, le forze armate per prime rimangano senza un diretto controllo, così come l’intera amministrazione civile. Il primo guardiacaccia tedesco, dunque, non si propone nemmeno, ma dispone sé stesso come erede di Hitler (cui peraltro era designato), in grado quindi di assumere il potere.

Himmler, nel mentre, sta cercando contatti con gli alleati per una resa che gli consenta di ingraziarsi Eisenhower, per avere un ruolo con le sue SS nel dopoguerra. Bormann progetta di mantenere il controllo del NSDAP (“Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei“), mentre Speer si preoccupa di evitare il sabotaggio delle infrastrutture per evitare che la Germania cada in un nuovo Medioevo, in un pre-industrialismo che la renderebbe irriconoscibile quale grande potenza era prima della guerra. Ullrich tinteggia il quadro fosco di quei giorni mettendo in fila, una per una, le tessere di un mosaico che non consente veramente più di distinguere tra vittime e carnefici. 

Quel popolo tedesco che plaudiva sperticandosi le mani nelle grandi adunate oceaniche, quando Hitler parlava per ore e ipnotizzava letteralmente la folla, ora si aggira per le vie delle città piene di buche, ricolme di cadaveri sepolti sotto le macerie: a Dresda i morti sono decine di migliaia. A Berlino  si aggirano gli ultimi (?) nazisti ostinati che fanno giustizia casa per casa: prelevano i delatori e i traditori, li massacrano di botte, li appendono ai lampioni con cartelli appesi al collo con sopra scritta la loro “colpa“… Le autostrade nazionali sono devastate, le perle urbane della grande nazione tedesca sono irriconoscibili.

I campi di concentramento e di sterminio sono ancora misconosciuti e chi sapeva e sa, ora tace. Forse un po’ per colpa e per vergogna, ma certamente per paura. Si teme la reazione dei russi più di quella degli americani e degli inglesi. Si temono i francesi per l’umiliazione fatta loro subire in quel vagone ferroviario a Compiègne. I confini del Reich non esistono praticamente più. La nazione tedesca è in balia dei vincitori che hanno tutta l’intenzione di mostrarne al mondo gli orrori commessi: da una cricca di megalomani che, tuttavia, poteva essere interpretata da molti altri che non sono arrivati fino alle soglie di quel potere.

Gli alleati capiscono la portata epocale di un passaggio che avviene proprio negli otto giorni di maggio che conducono alla resa incondizionata della Germania del Terzo Reich. Il nuovo Führer non c’è, perché, morto Hitler, le cariche di Presidente e di Cancelliere del Reich sono state separate, come ai tempi di Weimar, e affidate l’una al grandammiraglio Karl Dönitz e l’altra a Joseph Goebbels. Ormai si tratta di un potere effimero, quasi solo sulla carta, capace soltanto di essere il rappresentante della disfatta. Non porta in dote con sé niente altro se non il prodotto finale di un conflitto che ha desertificato la nazione. Goebbels che ne è più avveduto rispetto a Dönitz, anche per essere stato molto più afferente ad Hitler rispetto all’eroe dei mari, si suicida ventiquattro ore dopo Hitler.

I suoi figli li ha avvelenati la moglie Magda, così che non dovessero vivere in un mondo senza più il “meraviglioso” ideale nazista. I coniugi Goebbels trovano la morte nel cortile del bunker, mentre ancora le cannonate dell’Armata Rossa  si fanno sentire e mentre Krebs va a trattare la resa, per ora condizionata, con l’Alto Comando Sovietico. Dönitz rimane da solo alla guida di un paese in cui manca tutto. A cominciare dalla gerarchizzazione un tempo gloria ed onore del carattere tedesco. Mentre si cercano i superstiti nei campi di concentramento e di sterminio, fuori dai lager infuria un altro tipo di smarrimento, di disperazione: quella di chi non immagina un futuro, di chi sa di non averlo più per via del fatto che l’appartenenza al partito nazista è un marchio in quel momento indelebile.

Parimenti a Kershaw, che descrive molto bene questo disagio popolare molto diffuso nei primi mesi del dopoguerra, Ullrich lo fa rivivere a lettrici e lettori quando raffigura i caratteri di una società che appare sulle soglie davvero di un anno zero, di un ricominciamento di cui non si vede, proprio nel maggio del 1945, la benché minima subitanea prospettiva perché mancano tutti i punti appoggio politici, sociali, economici ed anche culturali per poter affermare che una Germania esiste ancora. Non esiste più quella di Weimar, cancellata dal totalitarismo hitleriano. Non esiste più quella di Hitler stesso. Quale Germania, quindi, può dire di sopravvivere alla disfatta totale?

Nelle vie delle grandi città teutoniche e nei piccoli centri urbani e di campagna, il tacere delle cannonate e delle bombe pioventi dalle grandi fortezze volanti americane induce e considerare un silenzio che sembra innaturale. L’abitudine alla conflittualità, al terrore hitleriano, alla militarizzazione di ogni momento della giornata ora fa i conti con una nuova era che si apre alla Germania e all’Europa. La responsabilità della guerra, del resto, è del dittatore, della sua cerchia megalomanicamente malefica, ma attenzione a non farne un alibi con cui scrollarsi d’addosso il tutto e pensarsi candidi e privi di colpe.

Chi entra, come Marlene Dietrich nei campi per cercare i propri parenti dispersi, saggia con la cruda freddezza di una primavera che ha tardato ad arrivare, la capacità tutta umana di autoanicchilimento, di crudeltà gratuita, di sadismo, di orrore a tutto spiano. Chi rimane fuori dai quelle mura di filo spinato fa i conti con un’altra storia che non è, tuttavia, separabile da quella dei lager. Il mondo interno non la può ignorare. Gli otto giorni dopo la morte di Hitler sono, da un lato, uno spietato gioco di finto potere nel mortifero, residuo cerchio magico nazista, e dall’altro una apertura di un debito grande, enorme che una intera società ha verso il mondo ma, prima di tutto verso sé stessa. Riconoscersi umana dopo la disumanità.

Questo è il compito più impegnativo per la rimessa a posto dei pezzi di un mosaico che è pavidamente crollato sotto il peso del giudizio certo delle armi ma, ancora di più, sotto quello della coscienza, forse, ritrovata…

1945. OTTO GIORNI A MAGGIO
DALLA MORTE DI HITLER ALLA FINE DEL TERZO REICH
VOLKER ULLRICH
FELTRINELLI, 2021
€ 13,00

MARCO SFERINI

19 novembre 2025

foto: particolare della copertina del libro


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