1° novembre alla Whirlpool: prendetevi la fabbrica

Si fa strada con fatica, in mezzo ad ogni prima pagina occupata dalla velocità con cui il virus si diffonde e confonde, la notizia della fine della Whirlpool di...

Si fa strada con fatica, in mezzo ad ogni prima pagina occupata dalla velocità con cui il virus si diffonde e confonde, la notizia della fine della Whirlpool di Napoli, della chiusura degli impianti e del licenziamento di 400 operaie e operai. Covid, scontri teppistici nel centro di Firenze contro il DPCM, le elezioni presidenziali americane e poi, forse, compare anche qualche articolo su una moderna lotta di classe che si combatte da sempre, che è così tremendamente particolare per chi, in mezzo alla pandemia e con le feste di Natale che si avvicinano, si ritrova letteralmente per strada.

Non c’è appello per le maestranze della Whirlpool di Napoli: l’annuncio della chiusura era stato dato a fine maggio. Risaliva a quasi due anni prima l’impegno dell’azienda di ristrutturarsi ma di rimanere aperta con un piano triennale che l’avrebbe rilanciata sul mercato. Non una semplice manifestazione di intenti, bensì un vero e proprio accordo firmato con i sindacati e siglato al Ministero dello Sviluppo Economico.

Ironia della sorte, mentre il governo prolunga fino a marzo il blocco dei licenziamenti, tra poche ore gli operai della Whirlpool saranno espulsi dal loro posto di lavoro: ne hanno definitiva notizia con un semplice messaggino di testo sui telefonini. Addio e nemmeno grazie per tutti i profitti che hanno generato per l’azienda americana in difficoltà sia con il virus sia con Trump che le ha sbarrato ogni investimento produttivo in Cina.

Erano previsti ampliamenti, nuovi stabilimenti sul cui depennamento ha qualche ragione anche la pandemia ma, principalmente, la partita mondiale dell’economia che si gioca tra poli opposti, tra America, Europa ed Asia, con queste due ultime in aparta competizione tra loro sulle delocalizzazioni, impatta fortemente sulle realtà considerate minori e non necessarie allo sforzo concorrenziale in atto per mantenere alto il livello dei profitti.

Dei 250 milioni di investimenti previsti per i siti Whirlpool, a Napoli erano previsti stanziamenti per 17 milioni. Soldi che non sono mai arrivati. Nemmeno i 120 milioni pronti ad arrivare dal governo e i 20 milioni dalla Regione Campania hanno fatto cambiare idea ai padroni dell’azienda con sede nello Stato del Michigan. Nonostante tutto, la mobilitazione rimane alta: i dipendenti della produttrice di elettrodomestici sono oltre 5.000 in Italia, ripartiti negli stabilimenti di Varese, Comunanza, Siena e Melano.

Il punto è la completa ignoranza dell’accordo del 2018: quando una multinazione si può permettere di fare finta di nulla e di non rispettare i sacri patti che ha sottoscritto, allora in pericolo sono tutte le sue aziende. Nessuno può più sentirsi al sicuro dalla volontà imperatrice di un capitalismo che stringe accordi sindacali e governativi e poi fa spallucce, si volta e se ne va.

La crisi pandemica ha posto fine ad una tendenza della globalizzazione che, forte dell’espansione cinese sui mercati, produceva un livellamento delle quote di profitto destinate ai salari: se in Europa e nei cosiddetti “paesi occidentali” questo fenomeno si manifestava per lo più al ribasso, generando un maggiore disagio nelle categorie sociali più deboli, nella stragrande maggioranza del lavoro dipendente, nel resto del mondo l’effetto era opposto.

Tutti gli indicatori economici confermano che la reazione capitalistica alla crisi generata dal Covid-19 è di estrema difesa degli ambiti produttivi su base settoriale, continentale e persino nazionale: ogni grande e media impresa intende difendere senza alcun indugio i suoi privilegi di classe e lo fa a costo di sacrifici che, ovviamente (perché è naturale che sia così nel sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo), si riversano sulla grande massa dei salariati.

La protezione sociale è il tema attorno a cui la politica italiana (magari in una più estesa visione europea) deve farsi carico per riequilibrare i rapporti di forza e permettere ai lavoratori di esercitare il diritto di sciopero, di opposizione a gestioni aziendali totalmente arbitrarie che declinano il liberismo nel migliore dei modi, quindi nella peggiore delle conseguenze per i moderni proletari.

Il blocco dei licenziamenti fino a marzo 2021 è una buona notizia, una misura che i sindacati sono riusciti ad ottenere dopo una lotta serrata con Confindutria, con la linea dura di Bonomi che è il rappresentante dell’intransigenza padronale, dell’assolutizzazione dei princìpi merceologici sopra ogni altra variabile, contro tutto e tutti, forse persino contro il virus. Una partita a perdere se contro quest’ultimo, visto che persino il Fondo Monetario Internazionale ammette che è in atto una grande revisione globale del sistema economico e che anche gli imprenditori dovranno fare i conti con tutti i mutamenti in atto.

I conservatori del vecchio capitalismo liberista si troveranno alle prese con una concentrazione dei profitti sempre maggiore: già in questa fase di recrudescenza della pandemia si può fare una analisi su quanto i movimenti borsistici e i flussi finanziari siano cambiati. Gli spostamenti di enormi somme di denaro sono state così influenzate dal virus e dalle geopolitiche mondiali (compreso l’auspicabile e possibile cambio di presidenza nella Repubblica stellata d’America) che, aumentando una tendenza già presente negli anni scorsi, la densità del capitale azionario si è attestata nelle mani del 2% degli azionisti per un buon 80%.

Una sproporzione enorme, quasi impensabile, che ricalca sempre la ineguale distribuzione delle ricchezze sull’intero pianeta: è ovviamente un caso (o forse nemmeno poi tanto…) ma 80 e e 20 ricorrono spesso come numeri in questi frangenti. Ancora oggi circa per l’appunto l’80% delle ricchezze globali è nelle mani del 20% dei paperoni della Terra. Il restante 20% se lo spartisce quell’80% di popolazione mondiale che, infatti, vive nell’indigenza più completa.

I lavoratori della Whirlpool di Napoli mostrano, parafrasando Marx, soltanto lo scenario possibile che potrebbe investire tante altre aziende, in diversi comparti concorrenziali e non: mostrano, in pratica, il futuro di una crisi che si cadrà sopra milioni di salariati, sopra altrettanti milioni di precari, disoccupati, nuovi chiavi di tempi tristemente moderni.

La soluzione c’è: è semplice e altrettanto di difficile da mettere in pratica. Socializzare le imprese, abolire il monopolio del capitale privato nell’economia. Sogno, utopia? Cosa c’è di peggio di questo capitalismo disumannizzante e deteriorante il resto del pianeta? Eppure questa la chiamiamo realtà e la pensiamo immutabile, mentre quella che potrebbe essere la vera umanità rimane una chimera.

Per cambiare servono i rapporti di forza che facciano da leva anche sulle coscienze. Le leve però bisogna iniziare a costruirle, piano piano. Prendetevela la fabbrica, operaie e operai della Whirlpool. Occupatela, non lasciatela. Cercate l’appoggio degli altri lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Della vostra gente, lì a Napoli dove il virus impazza e aggredisce la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie sull’orlo dell’inesistenza.

Prendetevi la fabbrica, convertinene la produzione, inventate qualche nuovo brevetto che sia solo vostro: di tutti. Sociale. Non è facile, può sembrare impossibile… Ma cosa avete da perdere? Soltanto le vostre catene, come concludeva “Il manifesto” di Marx ed Engels. Avete una vita da guadagnare. Questa volta per voi stessi, non da far guadagnare ad altri.

“Dato che non può riuscirvi mai /
un salario buono di pagarcelo /
D’ora in poi le fabbriche noi le guideremo /
dato che a noi basta, mentre con voi no!”
(“La risoluzione dei comunardi“, P. Paolo Pietrangeli)

MARCO SFERINI

31 ottobre 2020

foto di Marco Sferini

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