Voto e rappresentanza politica

La crescita delle astensioni comunque verificatasi tra le elezioni politiche 2013 e quelle 2018 (seguendo il criterio della comparazione tra elezioni omogenee) e l’estrema volatilità elettorale palesatasi il 4...

La crescita delle astensioni comunque verificatasi tra le elezioni politiche 2013 e quelle 2018 (seguendo il criterio della comparazione tra elezioni omogenee) e l’estrema volatilità elettorale palesatasi il 4 marzo con massicci trasferimenti di voti da un partito all’altro e anche (fatto abbastanza inusuale) da uno schieramento all’altro hanno rappresentato fenomeni oggi oggetto di analisi (anche allarmistiche, al riguardo di un presunto pericolo per la “tenuta democratica”) nelle più disparate tribune di dibattito: giornali, TV, social network.

Si sprecano le indagini sociologiche intorno al tema dello “sfrangiamento sociale”, dell’individualismo dominante, della condizione di emarginazione di interi settori come quelli giovanili che rappresenterebbero i fattori della disaffezione complessiva prima e del voto alle formazioni indicate come “populiste” (parlanti cioè alle “pance” e non alle “teste) poi.

In questa occasione si provvede, attraverso una ulteriore valutazione statistica, a misurare il valore del consenso elettorale non in relazione al totale dei voti espressi ma sull’intero corpo elettorale nella convinzione che, attraverso la dimensione della partecipazione al voto, si possa definire la solidità complessiva del sistema.

Un metro di misura, probabilmente opinabile e che suscita interrogativi ma che comunque val la pena di adoperare tenendo in ogni caso ben a mente la diversità di ruolo e di peso che, rispetto al periodo nel quale la partecipazione al voto in Italia superava il 90% (eseguiremo in questa sede i relativi riferimenti), hanno i partiti e l’insieme dei corpi intermedi. In particolare i sindacati che, nel periodo centrale del XX secolo, con i partiti avevano un rapporto molto stretto (addirittura si teorizzava la cosiddetta”cinghia di trasmissione”) oggi invece (a giudizio della stessa segretaria generale della CGIL Camusso) ormai del tutto inesistente.

Entriamo allora nel merito dei numeri.

ELEZIONI POLITICHE 2018

Come si è già avuta occasione di riferire per quel che riguarda l’Italia (esclusa la Valle d’Aosta e lasciando fuori iscritte e iscritti all’estero) il 4 marzo 2018 risultavano aventi diritto: 46.505.499 persone.

Tra queste hanno espresso un voto valido (riferimento all’uninominale per la Camera) 32.825.399.

Restano prive di espressione di voto (astenuti, bianche nulle)13.680.100 unità pari al 29, 41%.

Verifichiamo allora le percentuali dei principali partiti sulla base del totale degli aventi diritto al voto.

Movimento 5 stelle 10.725.703 voti pari al 23,06% in luogo del 32,68% riferito al totale dei voti validi.

Partito Democratico 6.110.159 voti pari al 13,13% in luogo del 18,71%

Lega (senza Nord) 5.679.528 voti pari al 12,21% in luogo del 17,39%

Forza Italia 4.581.736 voti pari al 9,85% in luogo del 14,03%

Fratelli d’Italia 1.422.321 voti pari al 3,05% in luogo del 4,35%

Liberi e Uguali 1.104.032 voti pari al 2,37% in luogo del 3,39%

Potere al Popolo 371.921 pari al 0,79% in luogo del 1,13%

Casa Pound 312.100 pari al 0,67% in luogo dello 0,95%.

Forniti i dati torniamo però al tema del loro valore sistemico.

I tre principali partiti Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Lega assommano a: 22.515.390 voti pari, sul totale dell’universo degli aventi diritto al 48, 41% .

In sostanza un governo formato dai tre maggiori raggruppamenti parlamentari (tralasciando la formula: è possibile che si vada verso una riedizione dell’antico governo delle astensioni anni’70) conterebbe nel paese sul consenso di meno della metà del corpo elettorale.

Qualcuno oggi ha avvertito di non costruire “maggioranze sulla sabbia”. Appunto.

Nel 2013 il totale dei voti validi fu di 34.005.755 su 46.905.154 aventi diritto. Non si espressero oppure si espressero non validamente 12.899.399 pari al 27,50%: l’1,91% in meno rispetto al 2018.

I primi tre partiti (riferimento sempre all’Italia esclusa la Val d’Aosta, per ragione di diversa formula elettorale) raccolsero in allora :

 Movimento 5 stelle 8.691.406 voti pari al 18,52% sul totale degli aventi diritto (25,56% sul totale dei voti validi), PD 8.646.034 voti pari al 18,43% sul totale degli aventi diritto (25,43% sul totale dei voti validi), PDL 7.332.134 voti pari al 15,63% sul totale degli aventi diritto (21,56% sul totale dei voti validi).

Nel complesso i tre partiti alle elezioni 2013 avevano ottenuto 24.669.574 voti pari al 52,59% del totale degli aventi diritto.

Da questo punto di vista un arretramento del 4,18% tra il 2013 e il 2018, come segnale – almeno a mio giudizio – di ulteriore indebolimento del sistema democratico – parlamentare.

Insomma, tra crescita delle astensioni e volatilità elettorale ci sono poche vittorie da celebrare per tutti: tanto più che dichiarato incostituzionale il sistema con il quale si è votato nel 2013, ci sono buon possibilità che eguale sorte tocchi anche al sistema con il quale si è votato nel 2018.

Un clima complessivo di instabilità democratica (da non confondere con l’instabilità di governo) tale da provocare ulteriori fenomeni di disaffezione.

Proprio per fornire un paragone “storico” con il momento più alto di tenuta del sistema dei partiti (in una fase caratterizzata da fortissime tensione: crisi economica, inflazione, terrorismo) può essere utilmente svolta una comparazione con l’esito delle elezioni del 1976 (quelle che – appunto – determinarono il formarsi del “governo delle astensioni”).

Una comparazione offerta per mero dato statistico, senza addentrarci in una analisi sull’esito politico di quella fase (della quale si discute molto anche in questi giorni ricorrendo il quarantesimo anniversario del rapimento Moro, vero e proprio punto di spartiacque in quel momento).

Il 20 giugno 1976 il numero degli aventi diritto era di 40.426.658.

Il totale dei voti validi fu di 36.707.578.

La somma di astenuti, bianche, nulle fu così di 3.719.080, pari al 9,19%. Tra il 1976 e il 2018 il “non voto” complessivamente ha avuto un incremento del 20,22%.

I primi tre partiti allora ebbero questo risultato numerico:

DC 14.209.519, PCI 12.614.650, PSI 3.540.309 (risultato questo del PSI giudicato molto deludente che portò allo sconquasso dal quale uscì segretario Bettino Craxi).

Nel complesso i primi tre partiti raccolsero 30.364.478 voti pari al 75,11% degli aventi diritto con un incremento del 26,70 (un quarto dell’intero corpo elettorale) rispetto al 2018.

All’epoca aveva un senso ragionare sulle percentuali, adesso per capire come stanno le cose è bene riferirsi alle cifre assolute.

Concludo con una deviazione dal piano originario della comparazione rigorosa tra elezioni omogenee. Per ricordare la “grande bufala” del 40% renziano alle Elezioni Europee del 2014.

In quell’occasione il totale degli aventi diritto era di 49.256.169 elettrici ed elettori.

Depositarono nelle urne voti validi: 27.371.747.

Le espressioni di “non voto” (astensione, bianche, nulle) furono così: 21.884.422 pari al 44,42% ( in luogo del 27,50 del 2013, e del 29,41% del 2018)

I principali partiti raccolsero questi voti: PD 11.172.861 (pari al 22,68% sul totale degli aventi diritto in luogo del 40,82% calcolato sul totale dei voti validi), Movimento 5 stelle   5.792.865 voti (pari all’11,76% sul totale degli aventi diritto in luogo del 21,16% calcolato sul totale dei voti validi) Forza Italia 4.605.331 (pari al 9,34% sul totale degli aventi diritto, in luogo del 16,83% calcolato sul totale dei voti validi).

La somma dei 3 principali partiti alle elezioni europee del 2014 è stata quindi di 21.571.057 per una percentuale del 43,79% del totale degli aventi diritto.

Una percentuale ben al di sotto del 50%: un indice di debolezza sistemica del tutto sottovalutato mentre si celebrava una vittoria che presto, proprio per le ragioni appena esposte, si sarebbe rivelata di una estrema fragilità del governo

In conclusione, come giudizio complessivo, ci troviamo di fronte ad una fase nella quale la priorità non è soltanto quella della formazione del governo, ma di una debolezza complessiva del sistema democratico che, in assenza di robusti soggetti di intermediazione, potrebbe lasciare spazio anche a non preventivabili tentativi di avventura.

FRANCO ASTENGO

11 marzo 2018

foto tratta da Pixabay

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