Uno spunto di riflessione da e su Toni Negri: “Galera ed esilio”

Nella personale consapevolezza dei limiti presenti nella capacità di espressione di un’adeguata critica ho tentato egualmente di intervenire annotando l’ultimo lavoro di Toni Negri. Lo scopo di questo lavoro...
Toni Negri in Parlamento, deputato del Partito radicale

Nella personale consapevolezza dei limiti presenti nella capacità di espressione di un’adeguata critica ho tentato egualmente di intervenire annotando l’ultimo lavoro di Toni Negri.

Lo scopo di questo lavoro è stato semplicemente quello di offrire, rispetto all’analisi presente nel volume di Negri, una possibilità di confronto con – almeno – uno spicchio d’identità offerta, all’epoca, all’interno del comunismo italiano.

Un pezzo di visione alternativa dunque sia rispetto a quella offerta dall’autore, sia a quella espressa – all’epoca dei fatti – all’interno della linea del “compromesso storico”, in un frangente che può ancora essere definito come di cesura epocale nella storia più recente.

Ho ravveduto questa necessità essenzialmente perché il lavoro di Negri rappresenta, in sostanza, la cronaca di una sconfitta.

Una sconfitta verificatasi – a suo dire – semplicemente per via della ferocia dell’apparato repressivo (elemento che naturalmente c’è stato e in una misura molto ampia) e per le vie imperscrutabili di un destino “cinico e baro”.

Leggere “Galera ed Esilio” laddove Toni Negri sviluppa il suo ricordo intorno ai temi terribili della repressione, del terrorismo, della tragica temperie degli anni’70, deve essere fatto oltrepassando la cortina fumogena dell’impressione suscitata dal tono agiografico (quasi d’impropria “santificazione”) che promana da quel testo al riguardo del suo ispiratore e autore.

Non vi si legge, infatti, un solo cenno di autocritica rispetto all’errore strategico compiuto da parte del movimento riconosciutosi in Autonomia in quel periodo.

Un errore strategico attraverso il quale – elemento fondamentale – è stata concessa l’egemonia della contestazione alle Brigate Rosse: Brigate Rosse che, nel lavoro di Negri, escono valutate per quello che erano. Una follia esercitata sulla base di una suggestione fuorviante: un giudizio che mi permetto di formulare ancor oggi nonostante la similitudine elaborata, a suo tempo, da Rossanda con “l’album di famiglia” che, oggi come allora, non mi è mai parsa convincente.

Al di là del punto appena enunciato, che rimane del tutto decisivo al fine di comprendere ciò che accadde, fa comunque oggi impressione rileggere del “teorema Calogero”.

Il “teorema Calogero” era fondato sull’ipotesi del centro dirigente unico tra Autonomia e BR: teorema che, va ricordato ancora una volta, ben oltre la sua validità processuale (smontata molto presto) rappresentò la base del contrasto militarizzato deciso dallo Stato verso il dissenso.

Una militarizzazione dello scontro esaltata dalle leggi Cossiga e resa fattore fondamentale del processo “pentitista” attorno al quale si dimostrò tutta l’arrogante fragilità soggettiva del progetto brigatista fondato su di un’irrealistica visione della società così come questa i dirigenti delle BR se la erano, colpevolmente, auto descritta.

Una militarizzazione della repressione del dissenso che contrastava però con le dinamiche del quadro politico proprio perché insorta nel momento in cui l’asse DC – PCI andava in frantumi, contrariamente all’analisi sviluppata da Autonomia al riguardo di quella fase.

Da subito inoltre si era inserita fin dalla gestione (e gestazione?) del rapimento Moro la frazione piduista (in perfetta sintonia con il prosieguo dello stato di “sovranità limitata” assegnato all’Italia).

Gestione piduista che, esaurita la fase della solidarietà nazionale, avrebbe poi condotto al pentapartito e al CAF.

Riassunto ciò in estrema sintesi rispetto alle vicende dell’epoca riferendomi a ciò che Negri non scrive, rimane da esplorare un punto di teoria che – appunto – il post – operaista Negri, sulla via dell’elaborazione sull’Impero e le moltitudini, solleva nella stesura del testo preso in esame.

Teoria delle moltitudini portata da allora alle estreme conseguenze dettate dall’analisi delle contraddizioni post – materialiste fino al punto da scompaginare definitivamente, nella visione dell’autore, i confini della dimensione di classe.

Una visione della frammentazione di classe esasperata e fuorviante fino a far considerare del tutto marginali le lotte sociali rispetto al “come” si andavano modificando, per molteplici ragioni, i termini dell’agire politico. Una sorta di “autonomia del vuoto” nell’omologazione verso la crescita dell’individualismo consumistico quale base della disgregazione sociale.

Tornando al periodo analizzato nel volume si tratta, almeno dal mio punto di vista, dell’individuazione del tipo di scontro che, a quel livello e in quel frangente, era stato sollevato in allora, almeno a giudizio dell’autore.

Secondo Negri lo scontro era quello tra Spinoza (cui lui dedica un lavoro specifico, esposto con grande accuratezza nel libro) e Hobbes: individuando proprio nel Leviatano, cioè nello Stato, il “mostro” da combattere.

Non si può replicare ricordando Machiavelli, bensì può essere ancora possibile (e utile), esprimere un’opinione circa l’erroneità dell’individuazione del tipo di scontro verificatosi in quel tempo proprio a livello teorico e cercando anche di esprimere un assoluto rammarico per l’occasione perduta, in allora, dall’area comunista italiana.

Occasione perduta segnatamente dal PCI tutto preso dal politicismo di un’errata applicazione della linea dei “fronti popolari” così come era stata intesa la proposta di “compromesso storico”.

La proposta di compromesso storico risultava, infatti, così come era pervenuta “all’hic Rhodus, hic Salta” della sua applicazione nella “solidarietà nazionale”.

Un’applicazione meramente difensiva, avulsa da un’analisi concreta della società italiana e soprattutto sbagliata nell’analisi riguardante il partito interlocutore di quella strategia, inteso come rappresentante di una (invece) fittizia “unità politica dei cattolici”erroneamente pensata come orientata in una direzione comunque “progressista”.

Nella solidarietà nazionale la sinistra ma segnatamente il PCI (mentre il PSI compiva, abilmente sul piano tattico un’operazione di sganciamento dalla quale emerse il confronto tra “fermezza” e “trattativa”) risultò, inoltre, incapace di verificare i risvolti (decisivi) di come l’operazione legata al terrorismo s’inserisse sul piano internazionale (passaggio, invece, ben compreso dai servizi segreti deviati e dagli epigoni della P2 presenti in tutti i gangli dell’apparato repressivo).

Intendiamoci: dei se e dei ma non sono soltanto piene le fosse ma ne va sottolineata anche l’assoluta inutilità nell’espressione politica.

Pur tuttavia mi sia consentito, a tanti anni di distanza, e tentando di interloquire con il testo “di” e “su” Negri di affermare ancora una volta che quel frangente avrebbe dovuto consentire all’area comunista italiana di esprimere uno degli elementi portanti della sua identità: il cosiddetto “genoma Gramsci”.

Il vero confronto non avrebbe dovuto verificarsi tra Spinoza e Hobbes; ma tra Hobbes e il “moderno Principe”.

Mancò, in allora, il dato fondamentale di espressione di una capacità egemonica posta sul piano del rinnovamento dello Stato: ciò nonostante il dato di rappresentanza acclarato che i comunisti esercitavano rispetto alla classe operaia e la pervasività della loro presenza politica in tutti i rami del contesto culturale del Paese, oltre al dato considerevole della forza della presenza istituzionale, al centro come in periferia, consentisse un’impostazione del genere.

A questo punto, non tanto e solo come risposta a Negri (pur dovuta, considerati i danni che le sue teorie hanno recato in allora come oggi) ritengo si tratti, da parte nostra, di aprire una riflessione attorno ad un elemento di fondo: quello di ciò che ha rappresentato storicamente in Italia l’espressione politica della sinistra comunista.

Si tratta di compiere un’operazione, tante volte invocata ma mai realizzata, di rilettura complessiva proprio sul piano storico delle vicende italiane, almeno dal dopoguerra, dal “partito nuovo” di Togliatti e dalle dinamiche sociali e politiche che ne sono sortite, sul quadro internazionale segnato dal bipolarismo e dalle proprie, rilevanti, dinamiche interne sulle quali si poggiò quello che considerammo il “caso italiano”.

E’ stato scritto, recentemente, che la “dannazione del comunismo italiano abbatte uno dei pilastri storico – politici della nostra storia: quello su cui era stata eretta la Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

In sostanza: un progetto di ricostruzione di una storia, fuori dalla vulgata corrente, per tentare non solo di ripristinare alcuni passaggi storici ma anche per invitare ad un più adeguato fronteggiamento dell’attacco capitalistico in atto nel presente e dei suoi esiti assolutamente disastrosi.

Il punto di partenza non potrà che essere nell’eseguire questa operazione di ricostruzione insieme culturale e necessariamente politica, almeno a mio giudizio, quel “genoma Gramsci” e che è stato lucidamente individuato da Lucio Magri nel suo “sarto di Ulm”.

Senza dilungarmi in particolare quella storia della sinistra comunista italiana che fu bruscamente interrotta al seminario di Arco (modifico, in questo, un mio giudizio di allora alla luce dei fati di oggi: quella storia non finì, ma fu interrotta).

Scaturì da Arco un’ipotesi di prosecuzione/rinnovamento della presenza comunista in Italia del tutto inadeguata, come abbiamo ben visto, al riguardo della prospettiva politica futura.

Un’inadeguatezza sancita non tanto e non solo dall’incapacità di risolvere il dilemma: governo o opposizione (tradotto nell’incapacità di scegliere tra autonomia e subalternità) a ogni crocevia che questo dilemma si è presentato, ma soprattutto per via di due scelte tragicamente sbagliate che hanno segnato irrimediabilmente il destino di quel che rimaneva della presenza politica del comunismo italiano: l’accettazione del modello maggioritario – presidenzialista e la confusione tra autonomia del politico e movimentismo.

Una confusione che ha avuto nella subalternità dell’espressione movimentista verificatasi nell’occasione del G8 di Genova nel 2001 e poi condotta incredibilmente in una strettoia di tipo “governista”, il suo punto di vera e propria irrimediabile rottura, portato poi fino al compimento dell’espressione di una sostanziale irrilevanza sul piano politico.

Risolvere questi punti avviando una riflessione profonda non è dovuto soltanto alla necessità di replicare alla ricostruzione della storia di “Autonomia” spinta, nell’occasione del testo di Negri, fino a giustificare la teoria della moltitudine indistinta.

L’idea che deve spingerci, nel ricostruire la nostra storia, deve essere ancora quella della ricostruzione di una soggettività comunista.

Una soggettività comunista che rimane strumento indispensabile per affrontare i termini della tragica complessità che ci troviamo davanti ad un “moderno” tutto da esplorare.

Nella considerazione finale che davvero oggi il quadro è radicalmente mutato e che si impone sul piano politico una nuova capacità di rappresentazione immediata dei bisogni sociali.

Una capacità di rappresentazione tra il politico e il sociale che richiede con un’urgenza l’elaborazione di un nuovo passaggio di radicale rinnovamento nell’organizzazione della soggettività.

Quest’ultimo paragrafo relativo al radicale rinnovamento della soggettività politica contiene però un implicito discorso che ci porterebbe, nel frangente, troppo lontano.

Per questo motivo di semplice economia del discorso nel contingente interrompo (ma non dismetto) questo barlume di discussione che mi è parso di avere il dovere di impostare.

FRANCO ASTENGO

25 febbraio 2018

foto tratta da Wikipedia

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