Una unità spontanea e non “a tutti i costi”

Se anche Giuliano Pisapia, per una serie di contingenze che si dovessero venire a creare in Parlamento, riuscisse ad imporre la sua idea di “primarie del centrosinistra”, finirebbe col...

Se anche Giuliano Pisapia, per una serie di contingenze che si dovessero venire a creare in Parlamento, riuscisse ad imporre la sua idea di “primarie del centrosinistra”, finirebbe col confrontarsi (lui o chi per esso) con un Renzi che dichiara in queste ore che in molti hanno tentato di fargli le scarpe (c’è da credergli, almeno in questo frangente) e che non ci sono riusciti (in merito a ciò, ce ne siamo purtroppo accorti).
Quindi, un Matteo Renzi risoluto, deciso a non mollare la presa delle redini del suo partito e a definire “democraticamente” la decisione sulla presidenza del consiglio come elemento dipendente dalla volontà popolare, ma non è poi del tutto vero: secondo quella Costituzione che proprio non gli riesce di non interpretare, Renzi dimentica (non dimentica! sic!) che il mandato per la formazione del governo lo dà il Presidente della Repubblica Italiana, non il popolo.
Dettagli. Ciò che conta è quell’ “investitura popolare” che Renzi cerca nuovamente per poter andare a sedere a Palazzo Chigi, solitario, senza alleati, senza coalizioni, senza nemmeno supposizioni di “premi di coalizione”.
Lo ribadisce e, per ora, blocca l’avanzata di ipotesi come quelle di Pisapia concernenti il rifacimento di un centrosinistra di nuovo modello, imperniato sulla centralità del PD, sia come centro di coalizione sia come partito centrista che ancora oggi pensa di potersi definire “di sinistra” nonostante l’attacco costante ai diritti dei più deboli della società in ogni campo nominabile dell’ex stato-sociale.
Dunque, stando così le cose, sembra che tutto sia rimandato a settembre e ottobre, quando le porte delle due Camere si riapriranno e si andrà a discutere di legge elettorale, il che, ovviamente, ha la sua enorme importanza nel teatrino – balletto dei posizionamenti anche a sinistra del PD.
Ciò un tempo, ed anche oggi, ha distratto dal coltivare un progetto che oggi potrebbe esistere e sarebbe magari radicato in molte zone del Paese e avrebbe la possibilità di essere l’alternativa a tutte le altre forze politiche: dal PD alle destre, dal grillismo alle presunte sinistre che vogliono essere un nuovo centrosinistra.
Ma questo progetto, che avrebbe potuto essere creato anche un lustro fa, è tutto da inventare e oggi è prigioniero – per molti versi – di un tatticismo mediocre che guarda soltanto al Parlamento non come luogo di espressione futura di una nuova opposizione di sinistra antiliberista, ma come luogo dove esercitare sempre e solo azioni di governo.
Per chi crede in una idea esclusivamente governista della sinistra, quindi tutta volta a costruire riforme contingenti, sull’attualità, senza progettare un cammino di più lungo corso, di cambiamento sociale, politico ed economico, è certamente utile sedersi al tavolo di una partita a scacchi con la morte della sinistra stessa in nome del compromesso (compromissorio) marcato come “realismo”, “pragmatismo politico”.
Per chi invece pensa che rientrare in Parlamento sia importante ma che, attualmente, non vi siano le condizioni (i rapporti di forza) per esercitare una qualche incisività nell’ambito governativo, ma che ciò possa servire a costruire proprio le condizioni mancanti attualmente, l’attuale incertezza tutta presente a sinistra non è tattica, ma miopia politica, un muro contro cui sbattere infruttuosamente.
Non possiamo dunque continuare a far finta che le strategie e le tattiche subordinate siano tutte riconducibili ad una unica sintesi perché sono, in tutta evidenza, condizionate da progetti e programmi – quindi da analisi e interpretazioni della realtà – molto differenti.
Procedere come se tutto fosse unificabile è frutto di una miopia politica che soggiace al culto dell’unità a tutti i costi. Sia quel che sia. Ciò che conta è il “partito unico” della sinistra. Senza aggettivi, mi raccomando. L’aggettivo qualifica in questo caso e quindi comincia a privilegiare un progetto piuttosto che un altro, un ambito di riconoscibilità anche ideologica rispetto ad un altro.
Da queste incertezze dobbiamo uscire: non sono più ammessi tentennamenti, fughe in avanti e passi indietro. E parimenti pericoloso è l’attendismo di chi aspetta l’agire dell’azionista di maggioranza di un ipotetico rinascimento di un centrosinistra molto centro e per niente sinistra.
Da queste incertezze bisogna venire fuori con le assemblee a settembre: quelle che si ispireranno al motivo politico suonato al Brancaccio. Una unità che provenga dal sociale e dalla base popolare, che includa senza tradire l’alternatività tanto alle destre quanto al PD e ad ogni idea di “centrosinistra”.
Una unità spontanea e non “a tutti i costi”.

MARCO SFERINI

30 luglio 2017

foto tratta da Pixabay

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