Una certa idea del comunismo, fatto di libertà e non di militarismo

Vorrei provare a spiegare perché ritengo non annoverabile tra i valori che devono (o dovrebbero) ispirare il movimento comunista il militarismo e, in particolar modo, l’esaltazione della potenza militare....

Vorrei provare a spiegare perché ritengo non annoverabile tra i valori che devono (o dovrebbero) ispirare il movimento comunista il militarismo e, in particolar modo, l’esaltazione della potenza militare.
Parto ovviamente dal caso di questi giorni, ampiamente enfatizzato dai giornali che creano la tanto celebrata “opinione pubblica”: la Corea del Nord.
Ho avuto modo di scrivere alcuni “stiletti” e anche degli articoli in cui ho manifestato tutta la mia criticità verso un modello statale e sociale che non ritengo ascrivibile ad una espressione tanto ideale quanto pratica di socializzazione della produzione, di superamento del capitalismo e, quindi, di cambiamento radicale della società.
Non critico lo stile di vita del popolo nordcoreano. Probabilmente il nostro stile di “non-vita” occidentale, tutto capitalistico è peggiore, intriso di egoismo, di esaltazione della spietata concorrenza tanto delle merci quanto di ogni altro elemento commercializzabile: quindi, praticamente ogni cosa capiti sotto le grinfie del capitale.
Penso, però, che se le comuniste e i comunisti devono avere dei modelli cui fare riferimento, per la naturale ispirazione da una naturale volontà liberatrice del movimento anticapitalista, non si possa assumere la Corea del Nord a modello di libertà perché non risolve – e così non lo risolvono la Cina e la Bielorussia, mentre un discorso a parte andrebbe fatto per Cuba – il problema del ‘900: la coniugazione del socialismo con tutte le libertà sociali e civili.
Praticamente con quelle libertà considerate di “seconda mano”, meno importanti del diritto al lavoro o alla salute, ma che sono altrettanto essenziali se si intende far progredire i diritti sociali nel loro insieme.
Senza diritto di sciopero non vi sarebbe stato avanzamento e miglioramento delle condizioni generali delle lavoratrici e dei lavoratori lungo un secolo e mezzo: a partire dalle memorie dei “libri blu” su cui Marx per primo aveva studiato l’organizzazione della fabbrica, lo sfruttamento della forza lavoro e l’accumulazione del capitale che ne derivava.
Il diritto di sciopero, ad esempio, è diritto al dissenso. E, infatti, sosteneva Rosa Luxemburg che “la libertà è sempre quella di pensarla diversamente” rispetto al potere di turno, al condottiero di ieri, di oggi e di domani.
Soffocare il dissenso è già negare il movimento comunista e la sua aspirazione al superamento del capitalismo in una realizzazione socialista della società.
Io non credo alle rappresentazioni coreograficamente truci che alcuni giornali riportano quando parlano di cani strangolati, di generali uccisi perché s’erano addormentati ad una parata o ad un discorso del leader supremo.
Credo però che il quadro complessivo che viene fuori di un paese, certamente accerchiato e minacciato dalla più grande potenza militare che via sia al mondo, sia quello di un regime che si tramanda intanto familisticamente, quindi con tutte le caratteristiche di una dinastia, di una monarchia repubblicana, dove i diritti civili sono molto spesso negati e dove, a quanto è dato capire, pur in presenza di una molteplicità di partiti – comunque tutti riconducibili alla “filosofia” della Juche e del Songun, quindi ad una autarchia espressa da una forte presenza del militarismo in tutti gli ambiti della nazione.
Ecco, accetto l'”accusa” di essere un “comunista francescano”: è, a questo punto, un sacrosanto complimento. E lo traduco nella definizione che preferisco darmi di “comunista libertario”. Sostanzialmente il movimento comunista di questo nuovo secolo non può rinascere come speranza di alternativa di società nel mondo sulle fondamenta di una rigidità che permea ogni atto dell’essere umano.
“Se si è attaccati ci si deve difendere”. E’ ovvio. Ma la mia domanda ora è questa: agli Stati Uniti d’America fanno paura i modelli sociali espressi dalla Corea del Nord o i missili nucleari che ha sviluppato e che, si dice, siano in grado di colpire le coste della California e magari andare più in là?
Una minaccia “socialista” è meglio di una “minaccia capitalista” e imperialista? Ma davvero si può arrivare a pensare che sostenere la contrapposizione stando da una parte piuttosto che da un’altra, soltanto perché Pyongyang si definisce “comunista”, favorisca il processo di evoluzione dell’umanità verso un orizzonte di liberazione dell’uomo dalla schiavitù del capitale e dal gioco imperialistico statunitense?
E’ una spirale di bellicismo che nulla ha a che vedere con la costruzione sia delle coscienze critiche verso questa società, sia nei confronti del più pragmatico dei metodi per arrivare al superamento di tutta una serie di convenzioni e di preconcetti radicati da millenni.
Qualcuno molti secoli fa, ed anche oggi, ha pensato e pensa di invocare dio per benedire le guerre. Dio resta un concetto che non mi appartiene, almeno nella forma in cui gli uomini l’hanno diversamente raccontato fino ad oggi. Ma dio resta comunque un concetto positivo e, pur essendo stato inquinato dalla disumana umanità tutta dedita all’acquisizione di potere, di denaro, di egemonia e di dominio, non è venuto meno il principio secondo cui rivolgersi ad una divinità sia un momento di riflessione estraniante dal mondo per alcuni, di pace interiore per altri, di magari maggiore immersione in una comprensione profonda dell’animo umano attraverso la trascendenza spirituale.
Tutto ciò per dare un senso a tutto ciò che un senso non lo ha e sembra davvero impossibile poterlo avere sul piano del progresso umano se si guarda ciò che l’essere umano produce ogni giorno e si pone su una bilancia, manicheisticamente forse, da una parte il bene e dall’alta il male. Da una parte la preservazione della specie e dall’altra l’autodistruzione.
Così, al pari del concetto di dio, anche per il comunismo si pensa di poterlo ridurre tra le quattro mura della forza non di classe ma militare, per mostrare al mondo chi può dare vita ad una società nuova ma non diversa da quella rappresentata da Donald Trump e dagli Stati Uniti d’America, oppure da altre forme di autoritarismo di differente espressione.
Invece, per me, il comunismo è solo libertà e negazione di ogni sopraffazione, di ogni conflitto, è dimostrazione di forza laddove rinuncia ad usare gli stessi mezzi dei capitalisti per garantire le tante false promesse di pace e di esportazione di presunte culture democratiche.
Il comunismo è libertà e non vi può essere scissione in merito. Se anche per un attimo il comunismo, come movimento che abolisce lo stato di cose presente, devia e diventa “eccezione” al suo essere radicalmente alternativo, completamente differente a tutto ciò che esiste, allora non è più comunismo ma magari un nuovo tipo di “socialismo reale” che ha certamente apportato miglioramenti per i popoli che l’hanno vissuto, ma che non è riuscito a garantire la libertà di appropriarsi dei frutti del proprio lavoro e di condividerla con quella di esprimersi in totale autonomia, senza condizionamenti, senza dover giurare “fedeltà” a questo o a quel “partito di Stato”.
E quindi, come vedete, questa idea del comunismo è molto differente da quella di chi si fregia di bandiere sovietiche, da chi vuole dimostrare di essere comunista perché adopera spesso con i suoi interlocutori la parola “compagno”, piuttosto che chiamare chi ha vicino col suo nome, oppure celebra il culto di Stalin, di altri “padri” del socialismo “realizzato” del ‘900…
E’ una idea differente. E’ l’idea che ancora una volta, come nel 1848, nella sanguinosa repressione della Comune di Parigi e nell’assassinio di Rosa Luxemburg dopo la sconfitta spartachista del 1919, dopo la Spagna divisa tra antifascisti stalinisti e antistalinisti, dopo i martiri di Chicago, dopo Sacco e Vanzetti, dopo Peppino Impastato e mille e mille altri esempi di libertarismo comunista, di anarchismo (con cui rimaniamo sempre coerentemente in polemica non solo ideologica…), dopo tutto ciò possa ancora esservi una e più generazione che abbia voglia di rivoltare questo mondo e di farlo senza dover pensare per forza di doversi affidare ad un capo, ad un unico condottiero.
Senza merci, senza profitto, senza salario, senza miti. Il comunismo è concretizzabile solamente così. Tutto il resto chiamatelo anche “comunismo” ma, per favore, mettete sempre, prima e dopo, le virgolette.

MARCO SFERINI

19 aprile 2017

foto tratta da Pixabay

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