Giappone in rosso

Le elezioni politiche in Giappone hanno confermato la maggioranza parlamentare al Partito Liberal-democratico di Shinzo Abe, il quale ha ottenuto il 61% dei seggi benché abbia raccolto solo il...

Le elezioni politiche in Giappone hanno confermato la maggioranza parlamentare al Partito Liberal-democratico di Shinzo Abe, il quale ha ottenuto il 61% dei seggi benché abbia raccolto solo il 33% dei voti nelle liste proporzionali. Il successo è stato principalmente dovuto al 48% raccolto nella componente maggioritaria, grazie alla quale ha potuto ottenere 223 seggi (sui 295 complessivi attribuiti con questo sistema di voto).

La principale forza di opposizione, il Partito Democratico (frutto dell’evoluzione in senso moderato del Partito Socialista, un tempo su posizioni marxiste) ha raccolto il 22% nel maggioritario ed il 18% nel proporzionale.

Terzo partito per consensi si è collocato il Partito Comunista Giapponese che ha raccolto 7.000.000 di voti pari al 13,3% con i propri candidati nei collegi maggioritari e 6.000.000 di voti pari all’11,4% con le liste proporzionali. Sarà rappresentato in parlamento da 21 deputati, 20 eletti col proporzionale ed 1 solo, vincente in un collegio dell’isola di Okinawa, con il maggioritario. La sua rappresentanza è largamente sottodimensionata visto che corrisponde a meno del 5% del parlamento.

Il partito ha fatto registrare un significativo incremento di voti rispetto alle precedenti elezioni del 2012. Nella quota proporzionale, nelle precedenti elezioni, aveva raccolto il 6,2% e circa 3.700.000 voti. Dal punto di vista della serie storica si tratta del secondo miglior risultato mai ottenuto dal Partito, superato solo dal 13,1 del 1996. Nel parlamento uscente aveva solo 8 deputati, grazie all’incremento ottenuto avrà maggiori diritti di influenzare i lavori parlamentari, compresa la possibilità di presentare proposte di legge.

Il Partito Comunista Giapponese, nella campagna elettorale, ha focalizzato la propria iniziativa su 5 temi: opposizione all’aumento della tassa sui consumi, contrasto alla cosiddetta Abenomics (la politica economica del primo ministro conservatore Abe), la pace, opposizione all’energia nucleare e per un’isola di Okinawa libera dalle basi USA. Inoltre si è battuto per l’abolizione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti politici.

Anche al fine di correggere interpretazioni distorte del profilo politico-ideologico dei comunisti giapponesi è utile ricordare le posizioni che hanno assunto e che continuano a costituire per loro punti irrinunciabili in merito all’esperienza del socialismo sovietico e dello stalinismo.

Molto utile in tal senso è riprendere i passaggi più significativi della storia ufficiale del partito “Eighty Years of the Japanese Communist Party”, pubblicato nel gennaio 2014 dal Japan Press Service e in vendita sul loro sito ufficiale.

In riferimento ai rapporti tra il PCG e il Comintern (pag. 17) si afferma che il Comintern ha aiutato a fondare un partito comunista in ogni paese, riconoscendo il loro ruolo anche nei paesi dipendenti e coloniali e non solo in quelli capitalistici sviluppati. Il Comintern ha però anche commesso non pochi errori teorici e politici tra cui l’affrettata valutazione della situazione caratterizzata dalla frase “la rivoluzione mondiale è dietro l’angolo” ed anche la fondamentale negazione da parte di Lenin della possibilità di realizzare la rivoluzione conquistando la maggioranza in parlamento ed ancora la tendenza a cercare di uniformare le leadership in tutti i partiti. Negli ultimi anni della sua vita, Lenin stava realmente cercando una nuova strada per raggiungere l’obbiettivo di conquistare la maggioranza della classe operaia, ma dopo la sua morte nel 1924 la sua ricerca venne interrotta.

Inizialmente il Comintern aveva una vita interna sostanzialmente sana anche se non mancavano aspetti politici ed organizzativi aberranti derivanti dall’essere ancora nella fase iniziale del suo sviluppo. Alla fine degli anni ’30 però la politica autocratica di Stalin ha investito il Comintern che ha così iniziato a degenerare ed a diventare un ostacolo allo sviluppo del movimento in ogni paese.

Per quanto riguarda l’evoluzione dell’Unione Sovietica sotto Stalin, la questione è trattata alle pagine 49-52. Nei primi anni dopo la rivoluzione russa il governo sovietico ha contribuito al progresso della storia mondiale, comprese la realizzazione dei diritti dei lavoratori e l’indipendenza nazionale. Dopo la morte di Lenin tuttavia, Stalin ha abbandonato la linea della NEP (nuova politica economica), ovvero il tentativo di perseguire il socialismo attraverso un’economia di mercato, spingendo verso la collettivizzazione dell’agricoltura. Nel conflitto sociale che ne è seguito le politiche dispotiche e repressive di Stalin divennero dilaganti e l’Unione Sovietica degenerò in una società di autocrazia e oppressione. Il Comintern venne sottomesso alla politica estera staliniana degenerando e diventando un ostacolo al progresso del movimento in altre nazioni.

Viene ricordato il patto Molotov-Ribbentrop tra URSS e Germania nazista per sottolineare negativamente come, attraverso il Comintern, l’Unione Sovietica cercasse di imporre agli altri partiti la cooperazione con la Germania hitleriana. Un analogo patto, meno noto, venne sottoscritto da Stalin anche col Giappone, in questo modo l’URSS fu uno dei pochi stati a riconoscere il Manciukuo, lo stato fantoccio installato dai giapponesi nella Cina occupata.

Nel 1943 il Comintern venne dissolto con l’obbiettivo dichiarato di rimuovere una struttura che era diventata un ostacolo alla crescita del movimento, ma -scrivono ancora i comunisti giapponesi – Stalin non rinunciò all’intenzione di portare sotto il suo comando gli altri partiti comunisti, utilizzando a questo scopo il Dipartimento di Informazione Internazionale del PCUS.

In riferimento al XX° Congresso del PCUS viene riconosciuta la denuncia degli errori e della repressione dell’era staliniana ma questa rimase parziale e non diventò un denuncia compiuta dei mali dell’egemonismo. Sull’onda del 20° congresso i popoli di Germania, Polonia, Ungheria si sono sollevati uno dopo l’altro per la loro frustrazione dovuta alle interferenze dell’Unione Sovietica e alla burocratizzazione dei partiti al potere. Con l’intervento militare in Ungheria, avvenuto nell’ottobre 1956, l’Unione Sovietica ha perpetrato un oltraggio. In quel momento il Partito Comunista Giapponese accettò la spiegazione data dai sovietici ma oggi ritiene che sia stato un errore (pagg 123-124).

Nell’agosto 1968, le truppe sovietiche e di altri paesi invasero la Cecoslovacchia. La leadership sovietica considerava intollerabile  che il movimento di rinnovamento avviato nel gennaio 1968 liberasse il paese dalla subordinazione nei confronti dell’Unione Sovietica e da un sistema oppressivo di tipo staliniano. Il Partito Comunista Giapponese incoraggiò i comunisti cecoslovacchi a proseguire sulla propria strada e una volta avvenuta l’invasione la condannò apertamente. Il manuale di storia del PCG critica i partiti comunisti dell’Europa occidentale perché in quell’occasione la loro posizione non fu coerente perché condannarono l’invasione ma mantennero la solidarietà con il PCUS e non proseguirono la polemica su temi fondamentali per il socialismo scientifico (pagg. 182-184).

Nel tredicesimo congresso del 1973 il PCG decise di sopprimere la definizione di dittatura del proletariato dal proprio programma e di cessare di usare il termine “marxismo-leninismo” come definizione del socialismo scientifico (pag. 215).

Per quando riguarda l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, il PCG rivendica di essere stato all’epoca il solo partito comunista del mondo a condannarla. Il segretario del PC Francese Marchais si recò a Mosca per esprimere il proprio sostegno ed il PCI dopo averla criticata inizialmente prese poi una posizione complessivamente favorevole alla politica estera dell’Unione Sovietica. I mali dell’egemonismo sovietico si resero evidenti anche nella vicenda polacca che per i comunisti giapponesi era il frutto del burocratismo, della corruzione e della mancanza di indipendenza dei leader al potere in Polonia (pagg. 240-241).

Con l’emergere della perestrojka, i comunisti giapponesi hanno preso una posizione sempre più nettamente critica, in particolare a partire dal 1987, verso la politica collaborazionista dell’Unione Sovietica con gli Stati Uniti, una politica che metteva in discussione la natura dell’imperialismo e che si voleva imporre al movimento comunista come anche alle forze pacifiste e democratiche nel mondo (pag. 247).

Quando nel 1991 il Partito Comunista dell’Unione Sovietica venne dissolto il PCG pubblicò un documento nel quale si accoglieva con favore la scomparsa del partito che era considerato responsabile di errori storici colossali, di sciovinismo di grande potenza e di egemonismo. Il PCUS aveva prodotto danni immensi per un lungo periodo nel movimento comunista mondiale. Contemporaneamente il partito respingeva l’idea che il comunismo e il socialismo fossero crollati (pag. 251).

Sulla base di ulteriori analisi il partito giungeva ad una valutazione ancora più drastica sull’esperienza dello stalinismo. Nel diciannovesimo congresso del 1990 il partito affermava che l’URSS, dopo la morte di Lenin era degenerata in un sistema politico-economico caratterizzato dallo sciovinismo di grande potenza e dall’egemonismo nelle relazioni internazionali, e da un sistema burocratico di comando nella vita interna (pag. 256).

Il tema è stato nuovamente rielaborato nel ventesimo congresso del 1994 giungendo alla conclusione che lo stalinismo aveva trasformato l’URSS in un sistema completamente estraneo al socialismo, che il suo crollo era il frutto della bancarotta del dispotismo, burocratismo, egemonismo che lo avevano caratterizzato e che costituiva una deviazione dal socialismo scientifico. Il Partito rivedeva anche la tesi precedente secondo cui l’Unione Sovietica avesse rappresentato un sistema in fase di transizione al socialismo (pag. 276).

Ho richiamato questi punti non perché li condivida totalmente o perché non debbano essere sottoposti ad una valutazione critica quanto per rendere chiaro che questi sono elementi fondamentali nella definizione del ruolo e dell’identità del comunismo giapponese.

Un altro aspetto che va chiarito, basandosi sui fatti storici reali, è la convergenza del Partito Comunista Giapponese con il movimento dell’eurocomunismo. Nel luglio 1977 il Miyamoto Kenji, presidente del partito rilasciava un intervista al miglior corrispondente occidentale a Tokyo, Philippe Pons di Le Monde. Nell’intervista Miyamoto affermava a proposito dell’eurocomunismo: “Questo termine secondo noi è improprio perché è limitativo e lascia supporre che il fenomeno è specifico dei partiti europei, escludendo così il PC giapponese. Nei fatti, benché realtà differenti necessitino di soluzioni specifiche, il Giappone ed i paesi altamente industrializzati d’Europa si trovano in situazione fondamentalmente simili. E’ per conseguenze del tutto logico che i nostri orientamenti convergano. Se l’eurocomunismo significa il passaggio progressivo al socialismo seguendo una via indipendente, allora noi siamo ‘eurocomunisti’, benché, lo ripeto, questo termine sia improprio. L’intervista, intitolata significativamente “Il PC nipponico si colloca nella linea dell’eurocomunismo è citata in Lilly Marcou, “Le pieds d’argile. Le communismke mondiale au present, 1970-1996″, pagg. 124-125.

Questa significativa convergenza dei comunisti giapponesi con l’eurocomunismo sono confermato anche da una serie di dichiarazioni comuni sottoscritte a seguito di incontri con il Partito Comunista Spagnolo nel marzo 1976, e con il Partito Comunista Italiano nel gennaio 1977. La dichiarazione frutto dell’incontro tra PCI e PCG è riportata in prima pagina dall’Unità del 20 gennaio 1977 come si può verificare dall’archivio storico disponibile in rete. Per il rinvio all’incontro con il PCE si veda l’articolo di Peggy L. Falkenheim, “Eurocommunism in Asia: The Communist Party of Japan and the Soviet Union”, pubblicato da Pacific Affairs.

Richiamo questi dati di fatto anche per contestare la lettura strumentale che del successo dei comunisti giapponesi viene avanzata da Fausto Sorini su Marx21 il quale cerca di contrapporre la vicenda del PC Giapponese che non solo non si è sciolto, ma si è anzi rafforzato dopo il crollo del “socialismo reale”, alle posizioni eurocomuniste.

Il movimento eurocomunista fu una risposta necessaria ma insufficiente alla crisi già in atto del socialismo reale ed in generale di tutto il movimento comunista. Non fu liquidazionista ma cercò di ridefinire una strategia adeguata ai paesi capitalistici più avanzati e a prendere atto che non era più accettabile il carattere autoritario e repressivo dei sistemi dell’URSS e dei paesi socialisti.

Fu semmai la sua inadeguatezza ad affrontare tutti i nodi teorici e strategici che non consentì di rappresentare una reale alternativa al declino storico del “marxismo-leninismo” di impronta staliniana. E’ vero che una parte delle forze che si erano riconosciute nell’eurocomunismo si orientò alla fine degli anni ’80 verso posizioni liquidazioniste dei partiti comunisti, ma questo è altrettanto vero per molti partiti e correnti che nel conflitto eurocomunismo/marxismo-leninismo si schierarono dalla parte di quest’ultimo (basterebbe confrontare la lista di partiti e gruppi passati alla socialdemocrazia o al social-liberalismo a livello mondiale per averne chiara l’evidenza).

Il Partito Comunista Giapponese non rappresenta la negazione dell’eurocomunismo ma un’esperienza che attesta che dalla crisi dell’eurocomunismo si poteva uscire in direzioni diverse, non rinunciando all’identità comunista ma radicalizzando la critica verso lo stalinismo, al punto da negarne la stessa natura socialista, fosse anche primitiva o parzialmente degenerata. Unita a questa visione ideologica c’è stata l’affermazione di principio del totale rifiuto dell’allineamento all’Unione Sovietica. Nel caso giapponese, ciò fu reso possibile anche perché la piccola corrente filosovietica, che poi diede vita al gruppo “Voice of Japan” venne esclusa dal partito nel 1964 ed ebbe sempre scarsissima influenza.

Sicuramente il PC Giapponese si distinse dagli altri partiti comunisti su alcuni aspetti, in particolare il ruolo attribuito allo Stato-nazione e l’applicazione del centralismo democratico come strumento di organizzazione interna. Sul primo punto la differenza è teorica, ma anche di situazioni concrete, perché il Giappone ha sofferto meno dei paesi europei dell’erosione del potere dello Stato nei confronti di realtà sovranazionali. Sul secondo punto, gli effetti di questa scelta andrebbero esaminati senza pregiudizi, anche se a volte lascia perplessi leggere i giudizi entusiasti espressi da incalliti frazionisti nei confronti dell’applicazione rigorosa del centralismo democratico da parte dei comunisti giapponesi. Prendiamolo come un omaggio del vizio alla virtù.

Il fatto che un Partito Comunista che aveva aderito al movimento eurocomunista per poi seguire una propria strada senza tornare all’ortodossia marxista-leninista, abbia mantenuto o accresciuto il proprio consenso e salvaguardato il proprio radicamento organizzativo in un paese capitalista avanzato, costituisce un esperienza utile per tutti. Per chi all’interno del PCI aveva invece caratterizzato la propria azione nel senso della difesa dell’URSS e del blocco sovietico e per un più stretto allineamento al movimento comunista internazionale, l’esperienza giapponese dovrebbe costituire una necessaria sollecitazione ad una serena, anche se tardiva, autocritica.

FRANCO FERRARI

da Nuovo internazionalismo

foto tratta da Wikimedia Commons

categorie
Comunismo e comunisti
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