Tra sfruttamento del lavoro e neofascismo

Lavoro Si spezzano ogni giorno le illusioni di chi pensa alla tecnologia come punto di riferimento della “liberazione dal lavoro” ( o nel lavoro), capace di restituire alla donna...

Lavoro

Si spezzano ogni giorno le illusioni di chi pensa alla tecnologia come punto di riferimento della “liberazione dal lavoro” ( o nel lavoro), capace di restituire alla donna e all’uomo dignità, tempo per sé e per gli altri, uscita – anche parziale – dalla condizione di sfruttamento.

Ci s’illude anche attorno alle idee su “reddito di cittadinanza”, “reddito di base individuale” intese a realizzare strumenti utili per respingere lo sfruttamento e i ricatti.

Ci s’illude sulla “cooperazione sociale”.

La tragedia di Como, l’esplosione violenta che ferisce gli operai in una fabbrica di trattamento di rifiuti (quindi nella piena “modernità” in questa società dello spreco) ci richiama – come accade tutti i giorni – alla realtà: al lavoro trattato come merce, come semplice valore di scambio, quindi essenziale non per la sua utilità sociale ma soltanto per costruire il profitto attraverso proprio la banalità della sopraffazione quotidiana.

Ci si culla nell’idea di nuove “flessibilità”, si plaude ai contratti tedeschi attraverso i quali il lavoratore può scegliere tra soldi e tempo libero (tempo libero come libertà? Salgono alla mente lo stridore di motti antichi e terribili) poi siamo raggiunti da notizie che ci scaraventano di nuovo nella realtà mentre si tende a obliare la fatica, il sangue, troppo spesso la morte.

Occorre ricordare, momento per momento, ciò che accade nella sua essenza di ferocia nella gestione del profitto.

Non ci si può discostare da questo pensiero e si dovrà continuare a perpetuarlo nella coscienza comune, dedicandovi ancora nel farlo tutta la fatica e l’impegno che è stato dedicato da intere generazioni per arrivare a un riscatto che è ancora lontano da essere realizzato, forse neppure avvicinato nel corso della grande ruota della storia.

Tutto questo avviene in un Paese nel quale il fascismo sta riaffermando una propria volontà di potenza egemonica alla quale non si riesce neppure più a contrapporre una capacità di mobilitazione forte in grado di proporre un’alternativa di valori: con la prevalenza dell’ideologia dello sfruttamento sembrano smarriti gli stessi elementi minimali d’identità democratica.

Antifascismo

La compagna Carla Nespolo, neo presidente dell’ANPI, per giustificare la retromarcia circa la manifestazione antifascista di Macerata si cimenta in una bella arrampicata sugli specchi. Il richiamo alle amministrazioni comunali come ossatura della democrazia e quindi posizione da rispettare e da accogliere ( espressa dal sindaco PD in omaggio al “lasciamo decantare” di Renzi e alla politica securitaria a senso unico del ministro Minniti) pare proprio una scusa abbastanza risibile.

Nel 1960 nessuno chiese il parere del Sindaco di Genova,, anzi del Commissario che era stato nominato il 1 giugno a causa della crisi della giunta Pertusio, per convocare la manifestazione antifascista contro il congresso del MSI e il conseguente sciopero generale.

Se poi il Ministero dell’Interno confermasse il divieto davvero ci troveremmo in una situazione di sospensione della democrazia e di favoreggiamento dei fascisti e il paragone con Luglio ‘60 si renderebbe ancor di più preciso.

Confermare la manifestazione pare proprio un imperativo d’obbligo, con buona pace di tutti i benpensanti, timorosi di espressioni di coerente antifascismo militante.

FRANCO ASTENGO

9 febbraio 2018

foto tratta da Pixabay

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