Teza. L’Etiopia e il cinema

Haile Gerima e il "terrore rosso" premiato a Venezia

Nel novembre del 1930 l’Etiopia, il regno più antico dell’Africa, nonché la prima terra cristiana della storia dell’umanità (vallo a spiegare ai razzisti finti cristiani di oggi…), salutò il nuovo Re, Tafarì Maconnèn destinato a diventare Hailé Selassié, il Re dei Re, Negus in lingua amarica. La sua incoronazione fu un evento mondiale, il Presidente USA Herbert Hoover gli regalò un frigorifero, l’intera collezione del National Geographic e cento dischi di musica americana. Il settimanale “Time” scrisse che “Nella sua persona sono mischiate grandezza e fine sensibilità”. Poi arrivò il Fascismo, sorretto dalla note della vergognosa “Facetta nera”, e l’Etiopia divenne l’Abissinia, ma Hailé Selassié preferì l’esilio alla morte in battaglia. Tornò in patria, in sella ad un cavallo bianco, nelle fasi finali dell’occupazione italiana. Era 20 gennaio del 1941. Un uomo che dalla sua incoronazione divenne il Dio di una nuova religione caraibica, il Rastafarianesimo che dal Re dei Re aveva preso il nome. Oggi di quella religione rimangono le trecce rasta.

1. Hailé Selassié

Ma come tutti i Re divenuti divinità, anche Hailé Selassié fece una brutta fine. Il 12 settembre del 1974 una rivolta dell’esercito, guidato da una giunta militare comunista, il Dergue (Comitato in amarico), facente capo a Menghistu Hailè Mariàm, lo spodestò. Il 26 agosto del 1975 un ambiguo comunicato del nuovo regime annunciò che il Re dei Re era morto nel sonno (nel 1994 si verrà a sapere che era stato soffocato da un cuscino). Il potere passò nelle mani dello stesso Menghistu che si fece subito ribattezzare “Negus rosso” per le sue confuse simpatie politiche. Avviò relazioni intense con l’URSS e con la DDR, abbandonando quelle storiche del Paese con Stati Uniti e Gran Bretagna, esaltò le figure di Fidel Castro e Kim Il-sung, ebbe importanti rapporti con Bettino Craxi, ma soprattutto avviò quello che egli stesso definì il “Terrore rosso”, la persecuzione e l’eliminazione di tutti i “nemici del popolo”. Secondo Amnesty International a morire furono in 500 mila. A quella pagina storia si ispirò quello che può essere considerato il più importante film etiope di sempre, Teza diretto da Haile Gerima.

2. Menghistu Hailè Mariàm

Il cinema in Etiopia si sviluppò solo dalla seconda metà degli anni sessanta. Il primo film prodotto nel Paese fu Hiru, who is her father, diretto da un cineasta rimasto anonimo. Successivamente si “confrontarono” i registi contro o pro il regime di turno. Tra quelli contro Hailé Selassié da segnalare Solomon Bekele (Addis Abeba, 1945) che, dopo aver studiato in Germania Ovest, realizzò alcuni documentari contro la figura del Negus e sulla corruzione dilagante, da segnalare The rotten existence (1968), Une critique de la corruption sous le régime de Hailé Sélassié (1968), Social complex (1970) e Aster (1992) lungometraggio a soggetto, ambientato negli anni Sessanta, che racconta la drammatica vita di una giovane operaia. A favore del “Negus rosso” fu, invece, Afework Manna autore di documentari sull’esercito su tutti Der weg ist lang (1978) coprodotto dalla DDR.

3. Nikos Papatakis

Nei decenni la cinematografia del Paese rimase viva solo grazie a cineasti che vivevano e lavoravano in Europa o negli USA. Da citare il regista greco-etiope Nikos Papatakis (Addis Abeba, 5 luglio 1918 – Parigi, 17 dicembre 2010) autore, tra gli altri, di Les Abysses (1963), Oi Voskoi (1967), Gouma (1975); la regista Salem Mekuria (Addis Abeba, 1947) autrice di Ye Wonz Maeibel (Deluge, 1995) sulla rivolta studentesca contro Hailé Selassié; Yemane Demissiè autore di Gir-Gir (Tumult, 1996) sul tentativo di introdurre riforme democratiche da parte di un nobile etiope e Theo Eshetu (Londra, 1958), video artista che vive tra Londra e l’Italia, regista di Blood is not fresh water (Il sangue non è acqua fresca, 1997) in cui l’autore, di padre etiope e di madre olandese, va alla ricerca del proprio passato e delle proprie radici.

Tuttavia il regista più importante del cinema etiope, nonché tra i più rilevanti dell’intero continente africano, rimane Haile Gerima. Figlio di un intellettuale, drammaturgo e prete ortodosso che combatté contro il colonialismo italiano, il futuro regista nacque a Gondar il 4 marzo 1946. Dopo essere emigrato nel 1967 negli Stati Uniti, iniziò a studiare prima a Chicago poi a Los Angeles divenendo in breve tempo membro della Los Angeles School of Black Film Makers della UCLA. Insegnò Storia del cinema alla Howard University di Washington fino al 1975 prima di dedicarsi completamente alla “settima arte”. Il suo primo lavoro fu Our glass (1972), un cortometraggio sull’Etiopia cui fece seguito Child of Resistance (1972) un mediometraggio sul rapporto tra cinema e teatro.

4. Haile Gerima

Dopo queste pellicole, realizzate per l’Università, nel 1975 girò il suo primo lungometraggio, Bush mama. Ambientato negli Stati Uniti durante le contestazioni politiche duramente represse del Black Power, racconta le difficoltà di una madre che tenta di crescere sua figlia preservandola dagli orrori e dai soprusi della misera realtà in cui sono costrette a vivere anche a causa della detenzione del marito. Nello stesso anno Gerima tornò in Etiopia per realizzare uno dei capolavori del cinema africano: Mirt sost shi amit (Harvest 3000 years, Il raccolto dei 3000 anni). In un villaggio etiope un latifondista sfrutta senza pietà i contadini, ma questi ultimi si istruiscono e iniziano a lottare. Ambientato nell’ultimo periodo del regno di Hailé Selassié, il film è mosso da uno spirito rivoluzionario e anticolonialista che non risparmia parole di scherno per la Regina Elisabetta. La pellicola è stata restaurata nel 2006 dalla Cineteca di Bologna, grazie al contributo di Martin Scorsese.

Gerima girò successivamente il documentario Wilmington 10 = Usa 10.000 (1978) sui detenuti politici negli USA, Ashers and ambers (1982) sul ritorno di un veterano di colore dal Vietnam e After winter: Sterling Brown (1986) dedicato all’importante scrittore studioso nella cultura afroamericana.

5. Sankofa (1993)

Nel 1993 uscì Sankofa, uno dei suoi film più conosciuti e premiati, incentrato sul tema dello schiavismo. Il titolo deriva da un proverbio del Ghana che esprime la necessità di guardare al passato per poter comprendere il futuro. Il film si aggiudicò i maggiori premi sia al Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou (FES.PA.C.O) sia al Festival Cinema Africano, Asia e America Latina di Milano. La storia fu protagonista anche del successivo Adwa (1999) sulla battaglia di Adua contro l’esercito coloniale italiano. Un viaggio nella memoria del popolo etiope.

Haile Gerima iniziò quindi a lavorare ad un nuovo film, incentrato una volta di più sulla storia dell’Etiopia, sui sogni infranti negli anni del “Terrore rosso”. Dopo una lunga lavorazione, e non pochi problemi di produzione, nel 2008 uscì Teza (Rugiada).

6. Teza (2008)

Emigrato dall’Etiopia ai tempi di Hailé Selassié, Anberber (Aaron Arefe) si stabilisce in Germania dell’Est, dove si forma nelle idee marxiste e si laurea in medicina divenendo un bravo dottore. Vuole tornare in patria per aiutare la sua gente, ma quando lo fa, negli anni ottanta seguendo l’amico Tesfaye (Abiye Tedla), si scontra con le credenze religiose dell’anziana madre Tadfe (Takelech Beyene), con la dittatura di Menghistu e, soprattutto, con il crollo degli ideali nei quali aveva creduto. Ma il legame con la sua terra, reso più forte dall’amore dell’emarginata Azanu (Teje Tesfahun), è più vivo che mai.

Gerima con Teza ritrovò la forza espressiva dei suoi precedenti capolavori, anche grazie alla splendida fotografia dell’italiano Mario Masini già collaboratore di Carmelo Bene, e raccontò, con i ricordi del protagonista (tramite un uso intelligente del flashback), la storia martoriata di quegli anni, ripensando alle utopie rivoluzionarie “anche per vivificare una lettura più soggettiva dei fatti, dove l’uomo è sempre di fronte ai suoi doveri e alle sue responsabilità” (Mereghetti). Nuova incetta di premi tra questi quello per il Miglior film al FES.PA.C.O e il Leone d’Argento alla Mostra del cinema di Venezia.

7. Haile Gerima

Dagli anni raccontanti nel film, il regime di Menghistu è crollato, schiacciato dalle carestie e dal problema eritreo, il “Negus rosso” è tuttora esule ad Harare nello Zimbabwe ospite di Robert Mugabe. Tuttavia in Etiopia il problema del cibo continua a non essere risolto nonostante il boom economico della prima metà degli anni Duemila e l’indipendenza dell’Eritrea.

Tornando al cinema, Gerima da cineasta indipendente quale continua ad essere, a settantadue anni ha lanciato una campagna a sostegno del suo prossimo film Yetut Lij (Child of the Breast) rintracciabile sul sito yetutlijmovie.com. Ne vale la pena per un regista che si è fatto interprete di un cinema militante e di denuncia, che si è posto a confronto con la storia, ricorrendo a forme di indagine sempre sperimentali e innovative.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Leoni d’Africa – Padri (e padroni) del Novecento nero” a cura di Pier Maria Mazzola – Epoché
“Parola del diavolo – Sulle tracce degli ex dittatori” di Riccardo Orizio – Laterza
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: Immagine in evidenza immagine, foto 6 Screenshot dal film Teza, foto 1, 2, 7 da it.wikipedia.org, foto 3, 4 da en.wikipedia.org, foto 5 Screenshot del film Sankofa.

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Corso Cinema
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