Tempo caratteristico e attualità della lotta di classe

Si può lasciare la politica alla fisica, o meglio ancora alla teoria del “tempo caratteristico”, la possibilità di superare le contraddizioni storiche che agitano l’agire politico nella modernità? L’interrogativo...

Si può lasciare la politica alla fisica, o meglio ancora alla teoria del “tempo caratteristico”, la possibilità di superare le contraddizioni storiche che agitano l’agire politico nella modernità?
L’interrogativo mi è sorto leggendo degli studi di Giampiero Iaffaldano, un fisico che lavora in Danimarca: ne scrive oggi Concita De Gregorio nella sua rubrica quotidiana pubblicata da “Repubblica”.
Cito: “Ai fisici piace assegnare a qualsiasi processo naturale un suo tempo caratteristico, che sarebbe il tempo che ci vuole affinché questo processo arrivi a compimento”.

Nell’articolo allora si affronta, da questo punto di vista, il tema del superamento della corruzione e, alla fine, si stabilisce in un decennio (due legislature) la possibilità di estirpare il fenomeno attraverso un’azione unitaria (del tutto utopica a mio giudizio) di contrasto sul piano politico – legislativo.
Questo passaggio mi ha suggerito una riflessione: potrà essere possibile superare il concetto di sfruttamento attraverso l’adozione della teoria del “tempo caratteristico”.

Quindi facendo in modo che la fisica sostituisca la filosofia politica?

Andiamo per ordine. Da dove scaturisce la modernità dello sfruttamento (tralasciando le diverse stagioni dello schiavismo e della servitù della gleba)?
Partiamo da una definizione classica: “Il capitalismo occidentale moderno è un sistema di imprese collegate tra loro attraverso il mercato, in cui ogni impresa agisce per conseguire il profitto e organizza le proprie attività conformemente a tale scopo in modo razionale, usando lavoro formalmente libero.
– Rispetto all’analisi di Marx, in Weber è assente il tema dello sfruttamento. Infatti, per W. la denuncia dello sfruttamento dei lavoratori salariati è una critica morale al capitalismo che non ha nulla a che vedere con la definizione scientifica del capitalismo stesso.
– In Weber è presente un’osservazione che è assente nell’analisi di Marx, cioè il riferimento al carattere razionale dell’agire capitalistico, cioè alla razionalità formale del calcolo economico che sta alla sua base e all’organizzazione razionale del lavoro. Questo carattere fa riferimento all’agire razionale rispetto a uno scopo. (Naturalmente non sempre l’imprenditore si comporta in modo razionale, ad esempio lasciare l’impresa in eredità alla famiglia corrisponde a un agire tradizionale)”.

Verifichiamo di seguito l’enunciazione della teoria dello sfruttamento in Marx:
“La teoria dello sfruttamento è legata in Marx alla teoria del valore-lavoro. Ogni merce non è che lavoro umano cristallizzato, generica capacità lavorativa umana che assume la forma di abiti o mobili, libri o generi alimentari.
Il valore di tutte le merci presenti sul mercato è dato dal tempo di lavoro socialmente necessario a produrle.
Ma se è il lavoro a costituire l’essenza del valore qual è il valore del lavoro? Marx risponde in maniera molto netta a questa domanda cruciale. Il valore altro non è che lavoro, proprio per questo il lavoro in quanto tale non ha valore. Quando un capitalista paga un certo salario ai “suoi” operai egli non compra il loro lavoro, ciò che egli compra è la loro forza-lavoro.
La forza-lavoro altro non è che la generica capacità dell’operaio di svolgere un determinato lavoro. Il valore della forza-lavoro è dato a sua volta dal valore delle merci che permettono la vita e la riproduzione della classe operaia.
Si tratta della famosa teoria del “minimo vitale”: il capitalista paga agli operai ciò che serve a conservare e a riprodurre la “razza” degli operai, non un centesimo in più o in meno. Il capitalista non viola in questo modo la legge dello scambio di equivalenti, paga la forza lavoro al suo “giusto” prezzo, non compie alcuna violenza contro gli operai.
Ma la forza-lavoro è una merce particolare: il suo uso crea valore. In un primo momento l’uso della forza-lavoro riproduce il valore del salario pagato dal capitalista all’operaio, in seguito crea nuovo valore che non va all’operaio ma al capitalista: il plusvalore.
Se una giornata lavorativa dura 8 ore nelle prime 4 il lavoro degli operai riproduce il valore dei loro salari, nelle altre 4 crea plusvalore che resta al capitalista.
Dal libero contratto nasce in questo modo lo sfruttamento, lo scambio di equivalenti si trasforma in scambio ineguale, il rapporto fra individui formalmente liberi ed eguali si tramuta in un rapporto di spoliazione.
La teoria del plusvalore e dello sfruttamento, appena esposta in termini telegrafici, si basa su due cardini: la teoria del valore-lavoro e quella del minimo vitale.”.

Qual è stato allora il prodotto “storico” del capitalismo e del suo intreccio connaturato con la logica dello sfruttamento nella fase storica che stiamo vivendo?
Finanziarizzazione dell’economia e postdemocrazia sono fenomeni strettamente intrecciati e rappresentano l’esito più evidenti dell’inestricabile connubio tra capitalismo e sfruttamento posto sul piano del potere politico.
Senza l’intervento del potere politico non sarebbe stato possibile attuare la finanziarizzazione, basti pensare al sistematico lavoro di demolizione delle regole che disciplinavano/limitavano le transazioni finanziarie e più in generale le modalità di funzionamento di banche, società di investimento e fondi di pensione – impresa cui hanno equamente contribuito i partiti e i governi di destra come quelli di sinistra (quando si parla di deregulation si citano sempre Reagan e la Thatcher, dimenticando che Clinton e Blair hanno fatto di peggio); inversamente, il peso crescente delle lobby finanziarie ha fatto sì che il sistema politico divenisse sempre più acquiescente ai loro interessi.
Se a ciò aggiungiamo gli effetti del processo di spettacolarizzazione/personalizzazione della politica, in atto dagli anni sessanta del secolo scorso, e della conseguente, enorme crescita dei costi delle campagne elettorali, non è difficile capire le ragioni di un’integrazione fra élite finanziarie e caste politiche simboleggiata dall’attuale composizione del Senato e della Camera dei rappresentanti Usa, dove più della metà degli eletti appartengono all’1% dei super ricchi.
A favorire l’ascesa di regimi oligarchici privi di legittimazione democratica hanno infine contribuito la rivoluzione digitale – che ha permesso, al tempo stesso, di rendere capillare il controllo e di centralizzare il comando – e l’omologazione di un sistema mediatico unanimemente impegnato a diffondere il linguaggio e i valori del pensiero unico liberal liberista.
Solo partendo da qui è possibile cogliere due dei nodi di fondo

1) la natura eminentemente politica della crisi, il che vieta di sperare in una “ripresa” che restituisca opportunità di lavoro, livelli di reddito e servizi sociali dignitosi alle classi subalterne

2) l’irriformabilità del regime politico/finanziario che è venuto consolidandosi negli ultimi decenni, il che vieta di nutrire illusione in merito a un possibile ritorno alla democrazia “normale” e al compromesso storico fra capitale e lavoro.?”.

La questione di fondo rimane dunque quella dell’impossibilità del compromesso e di conseguenza della piena attualità della lotta di classe. Non si può dunque abbandonare la politica alla fisica, né affidarsi al “tempo caratteristico”. Così come appare superata l’idea positivista delle “magnifiche sorti e progressive”.
Sono ancora necessari azione e organizzazione poggiate sulla robustezza di una cultura che studia, analizza, rinnova le linee fondamentali di una filosofia politica incentrata sull’idea del  completo riscatto sociale passando attraverso la complessità delle dure repliche della storia.

FRANCO ASTENGO

12 marzo 2017

foto tratta da Pixabay

categorie
Comunismo e comunisti
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