Svezia, ombre nere sull’ex paradiso socialdemocratico

Gli Sverigedemokraterna, razzisti e anti-Ue, grandi favoriti nel voto di domenica. Sullo sfondo, la crisi del multiculturalismo

Annika Strandhall, ministro delle politiche sociali ha indossato in parlamento la maglia di Jimmy Durmaz, il centrocampista di origine turca bersagliato dagli insulti razzisti dopo che la Germania ha sconfitto la Svezia nei mondiali di calcio. Elin Ersson, giovane attivista dei diritti umani, ha impedito che un richiedente asilo afghano fosse rimpatriato, bloccando all’aeroporto di Göteborg il decollo dell’aereo sul quale l’uomo era stato imbarcato.
Malgrado dalla Svezia siano arrivate di recente notizie che evocano la volontà di lottare contro le discriminazioni, c’è il rischio che si tratti di eccezioni che confermano la regola. In un paese fin qui noto per la propria capacità di coniugare giustizia sociale e integrazione tra culture diverse, spira infatti un forte vento di destra. Al punto che, secondo tutti i sondaggi, le elezioni politiche del 9 settembre vedranno una clamorosa affermazione dell’estrema destra.

Il partito anti-immigrati dei Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna) è dato in testa con percentuali che oscillano tra il 20 e il 25% – nel 2014 aveva il 12,9% -, seguito dai liberal-conservatori con il 23% e dai socialdemocratici, arbitri della vita politica locale nell’ultimo mezzo secolo, che si fermerebbero al 22%. Per la destra xenofoba un risultato storico. Non solo di natura simbolica.
Parallelamente alla crescita dei consensi per gli Sd, anche il cordone sanitario stabilito nei loro confronti dalle maggiori forze politiche ha finito per cedere. Il leader dei conservatori Ulf Kristersson, si dice già pronto a costituire, contro le sinistre, «la più grande maggioranza possibile»: vale a dire alleandosi con i razzisti. E non è solo il quadro interno a far temere il peggio. Un inedito asse tra conservatori e nuove destre caratterizza da tempo la politica anche in Danimarca, Norvegia e Finlandia. Segno che nelle terre dell’ex «paradiso socialdemocratico» qualcosa non funziona più. L’ascesa dei Sd ne è del resto l’illustrazione più efficace.
Nato nel 1979 da un movimento suprematista bianco chiamato «Mantenere la Svezia svedese» (Bevare Sverige Svensk), a lungo ombrello legale dei gruppi violenti, sotto la guida del giovane leader Jimmie Åkesson, il partito ha saputo approfittare dell’inedito senso di incertezza che ha investito il paese, imponendo i propri temi nell’agenda politica.

Alleati a Bruxelles di Grillo e dell’Ukip britannico, critici della Ue al punto di annunciare un referendum per la «Swexit» in caso di vittoria, gli Sd hanno eliminato con il tempo ogni riferimento al razzismo biologico per trasformarsi nei critici più implacabili del modello multiculturale locale. In un paese uscito rapidamente dalla crisi economica globale, ma dove le certezze di un tempo sulla solidità del welfare sono state comunque minate, il tema della presenza degli stranieri è diventato ossessivo.

Gli Sd hanno utilizzato la paura per il terrorismo, lo scorso anno un uzbeko legato all’Isis ha ucciso quattro persone a Stoccolma, come per le forme crescenti di marginalità urbana, segnalate già nel 2015 dalla rivolta delle periferie della capitale, dove vivono soprattutto immigrati, per mettere in discussione i principi stessi su cui si è costruita la democrazia svedese. Denunciando come una minaccia per la sopravvivenza dell’identità nazionale sia le politiche dell’accoglienza che la cultura del «politicamente corretto». Con il risultato, come spiega Peter Wolodarski sul quotidiano Dagens Nyheter, che «per molto tempo, per favorire l’integrazione, si è detto che era meglio non parlare dei problemi legati all’immigrazione. Oggi, accade il contrario».
Mentre, durante i loro successivi governi, sia i conservatori che gli stessi socialdemocratici hanno varato una stretta su rifugiati e migranti, contraddicendo il tradizionale spirito di una «società aperta», la visione all’insegna della decadenza e della paura propugnata dall’estrema destra si è andata imponendo. E ora, alla vigilia del voto, Jimmie Åkesson può annunciare, certo che le sue parole trovino ascolto, «noi vogliamo che chi viene qui contribuisca a mantenere questo paese come è stato finora, tutti gli altri devono semplicemente andarsene». Una promessa che suona come una minaccia.

GUIDO CALDIRON

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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