Senza dialogo tra diverse sinistre non c’è nessuna sinistra

Immaginare di ricostruire un insieme politico e sociale che possa definirsi “sinistra di alternativa” o anche semplicemente “sinistra” in Italia, oggi, significa dedicare uno sforzo non all’assemblaggio dei gruppi...

Immaginare di ricostruire un insieme politico e sociale che possa definirsi “sinistra di alternativa” o anche semplicemente “sinistra” in Italia, oggi, significa dedicare uno sforzo non all’assemblaggio dei gruppi e partiti organizzati rimasti e che fanno riferimento all’anticapitalismo, alla critica del sistema delle merci, tendendo dunque ad abbracciare una idea di società opposta a quella attuale.
Immaginare anche solamente di ricostruire un insieme politico e sociale di sinistra, quindi anche un organizzazione che permetta alle idee e alle proposte di diventare programma e proposta, deve anzitutto voler dire oggi comprendere qualitativamente quale sia il grado di aspirazione all’uguaglianza che esiste e può esistere tra le persone, tra i cittadini, tra i lavoratori.
Nella maggiore semplificazione possibile dell’individuo, questi è anzitutto un essere umano: diventa successivamente un cittadino e un lavoratore. Ma il cittadino che gode di sempre meno diritti sociali e civili può dirsi davvero un cittadino? Nonostante la Costituzione proclami chiunque viva sul territorio della Repubblica come tale. Nonostante organi istituzionali di garanzia siano presenti per vigilare sull’applicazione delle norme della Carta del 1948.
Nonostante tutto ciò, nonostante la presenza ancora individuabile della democrazia, pericolosamente stiamo scivolando verso una deriva autoritaria che si evidenzia ogni giorno che passa da atteggiamenti governativi di tolleranza verso gruppi di estrema destra che affermano di non essere neonazisti o neofascisti, ma che lo sono apertamente nel mostrare una pallida critica – più che altro fondata sulla lontananza temporale – al fascismo di vecchio modello.
Mentre avanzano unitariamente forze che gestiscono il liberismo insieme ad una rinnovata dose di sovranismo nazionalista, mentre vengono consentiti atteggiamenti, parole, concetti che contraddicono quella cultura antifascista e repubblicana che fino a pochi decenni fa era la regola del patto civile, la sinistra di alternativa non esiste e, laddove prova ad esistere, non trova sbocchi, spazi di apertura, interlocuzione con la popolazione, con i lavoratori, con le fasce più deboli e disagiate della società.
La connessione è interrotta perché la proposta egualitaria non è una risposta immediata ai problemi che vengono fatti emergere attraverso una falsa percezione delle minacce nei confronti di un “vivere civile” che invece è tutt’altro che tale.
L’operazione delle destre al governo e di quelle più o meno fintamente di opposizione, se non che di quelle obbligate all’extraparlamentarismo dalla penalizzazione del voto, oppure ancora di quelle che rimangono fuori dalle Camere per dichiarata scelta, è una operazione di esclusione di una serie di sensibilità sociali che un tempo erano unite a sensibilità civili.
La lotta di classe, quella fatta dal sindacato e dai lavoratori per ottenere uguaglianza nelle fabbriche e in ogni posto di lavoro, per aumentare i diritti sociali, oggi è ridotta ad una serie di rivendicazioni prive di una regia organizzata, di una visione di insieme, di una comune coscienza di appartenenza, per l’appunto, ad una determinata parte della società: quella degli sfruttati.
La “classe in sé” è oltre questo grado di incoscienza sociale e singola; lavoratori, disoccupati, precari e rassegnati al proprio destino sono lontani dal cercare una unità di intenti come popolo proprio perché l’uguaglianza non è la rivendicazione sociale (e singolare) primaria.
Si cerca una sostenibilità delle proprie vite dentro comunque questo contesto capitalista; si accetta, dunque, la forza dell’economia di mercato come unica regolatrice della società intesa come luogo di formazione di bravi e onesti cittadini e non di persone, uomini e donne, capaci di evolvere, di superare lo stretto orizzonte della sopravvivenza in mezzo a pochi pescecani che divorano tutto.
Del resto, l’onestà, intesa anche e soprattutto come definizione morale dell’individuo singolo, è il programma politico di uno dei due partiti di governo ed è diventata, causa proprio la corruttela generata dal sistema economico del padronato e dello sfruttamento, l’unica forma accettabile di “rivoluzione”.
Il cambiamento sociale si ferma, dunque, ad una rivendicazione semplicissima di qualche virtù morale applicata nel proprio essere cittadini e, magari, anche rappresentanti dei cittadini medesimi. Quindi “politici”.
La sinistra di alternativa, è del tutto evidente, in un contesto di questo tipo ha ben poco da dire e pochissime speranze di riuscire a dimostrare che l’onestà non è una conquista politica ma semmai dovrebbe essere la regola quotidiana del vivere. Impossibile mantenerla nel sistema capitalistico, nel liberismo economico.
Siamo nella contraddizione della contraddizione: il capitale è contraddittorio per definizione, perché non può esistere se non divorando i bisogni dei più deboli, e contraddittoria è la politica di chi aspira all’onestà pensando di scambiarla con un concetto di uguaglianza che le corrisponda unicamente, in tutto e per tutto e che non lasci spazio a nessun altro “tipo” di uguaglianza rivendicabile.
Dunque, se siamo stretti in queste contraddizioni, dobbiamo ripensare il ruolo prima di tutto della cultura di sinistra, del comunismo come movimento reale “che abolisce lo stato di cose presente”.
E’ evidente che se era considerato una utopia ai tempi in cui la spinta egualitaria era impetuosa e spaventava la buona borghesia italiana (e non solo…), oggi la ricerca di una uguaglianza sociale e civile è fuori persino dal regno dell’utopia. E’ un “non-pensiero”, qualcosa di inimmaginabile persino dentro alla libertà della fantasia.
E, del resto, come potrebbe la libertà di pensiero darsi da fare nelle nostre menti se ogni giorno viene assediata da un crudo realismo ipocrita, fatto di fobie e di paure che sono alimentate artificialmente dai teorici dell’assedio permanente alla nostra “civiltà”?
La disperazione è un brodo di coltura fecondo per eliminare la lotta di classe dai disperati.
E’ venuto il momento di parlarci, di riaprire il dialogo tra comunisti e socialdemocratici, tra libertari ed ecologisti, tra sinistre che anche da punti di vista molto distanti pensano di poter offrire ancora uno spunto di cambiamento ad una società che si sta imbarbarendo, che sta abbracciando una pericolosa riedizione di quella che Fausto Bertinotti chiamava la “democrazia autoritaria”: un binomio pericolosissimo, perché in apparenza le libertà sociali e civili vengono rispettate ma nei fatti si fa sempre più strada da un lato alla tolleranza del liberismo, leggermente corretto nei suoi aspetti meno devastanti (vedasi il “Decreto Dignità”…), e dall’altro alla dimostrazione che non solidarietà di classe e uguaglianza sono la ricerca politica e sociale necessaria per i più poveri, sfruttati e derelitti di questa società, bensì la mera accettazione di qualche cambiamento nella direzione degli apparati dello Stato: è sufficiente essere onesti. Anche se si fanno le politiche dei padroni.
E stare dalla parte dei padroni non vuol dire essere onesti. Vuol dire essere onesti tramite la morale del profitto, l’etica del capitale, dello sfruttamento. E’ legale. E’ onesto. Certo che sì: non vorrete mica che chi fa le regole poi dica che sono moralmente inaccettabili…
Questa volta non c’è una parte del mondo che sostiene una idea diversa di società. Siamo rimasti tutti un po’ soli nei nostri Stati a resistere, a vedere frantumarsi il progressismo sotto i colpi di nazionalismi, egoismi e crudeltà ripetute.
Se davvero vogliamo, come comuniste e comunisti, come donne e uomini di sinistra, avere ancora una dignità politica, sociale, quindi morale, abbiamo il dovere di considerare un piano quinquennale diverso da quelli sovietici: un piano di rialfabetizzazione politica tra noi, di ridefinizione dei ruoli tra riformisti e rivoluzionari, cercando di separare nell’unire, di rimanere uniti nel continuare a preservare le nostre autonomie.
L’unità che annulla è unicità: distrugge, non arricchisce la sinistra. Qualche mossa la dovremo pur fare. O pensiamo di rimanere inerti a guardare il corso degli eventi?

MARCO SFERINI

8 luglio 2018

foto tratta da Wikimedia Commons

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