Rosarno, il ghetto «del disonore» non dimenticato dai caporali

A fine gennaio una delegazione di Medici per i diritti umani (Medu) si recò al Viminale. Non vennero ricevuti dal neoministro Minniti. «Ha impegni pregressi» dissero al ministero. I...

A fine gennaio una delegazione di Medici per i diritti umani (Medu) si recò al Viminale. Non vennero ricevuti dal neoministro Minniti. «Ha impegni pregressi» dissero al ministero. I medici Alberto Barbieri e Giulia Bari ottennero udienza con il sottosegretario Domenico Manzione. Gli riferirono delle disastrose condizioni dei migranti impiegati nella raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, ed in particolare nella baraccopoli di San Ferdinando. «Solo due giorni fa un nuovo incendio, il secondo in un mese, ha provocato il ferimento di tre migranti» esclamarono. La delegazione rimarcò che l’allestimento della nuova tendopoli, per cui era stato firmato un protocollo in prefettura, era rimasto un miraggio. Manzione assicurò che le tende erano già state acquistate e l’area individuata ma non si sarebbe proceduto all’installazione prima della primavera. Da quel giorno, l’accorato appello ad adottare misure immediate per assicurare condizioni minime di sicurezza e dignità è rimasto lettera morta. La primavera è arrivata ma la tendopoli non ancora. E chissà quando arriverà.

Intanto, il ghetto di San Ferdinando, il più grande d’Italia dopo lo smantellamento di Rignano Garganico, continua ad essere un inferno. Ieri Medu ha presentato il rapporto 2016/2017 sulla stagione agrumicola nella piana gioiese. Il titolo è già una sentenza: «Dignità e diritti violati nel ghetto più grande d’Italia». La relazione è un atto di accusa contro le autorità e la politica. Oltre 2.500 lavoratori migranti vivono in modo spaventoso. Nonostante gli impegni presi, nulla è stato fatto. Anche le condizioni lavorative permangono segnate da forme di sfruttamento e dalla piaga del caporalato. La salute non è adeguatamente tutelata, in conseguenza anche di personale socio-sanitario insufficiente e di ambulatori gravemente fatiscenti. La clinica mobile di Medu ha operato presso due insediamenti: la tendopoli e una fabbrica abbandonata nella zona industriale. Dove tra tende, baracche e stabili abbandonati, hanno trovato rifugio circa 2.500 persone (+30% rispetto al 2014/15).
Nella Fabbrica vivono circa 500 persone in condizioni bestiali. All’interno non sono presenti servizi igienici, acqua potabile, energia elettrica (se non piccoli e occasionali generatori a benzina) né tantomeno è garantita la raccolta dei rifiuti. Pertanto l’area è circondata da cumuli di spazzatura. Per provvedere alla preparazione dei pasti e al riscaldamento, sono presenti numerose bombole del gas, con evidenti rischi per la sicurezza. Anche la vecchia tendopoli versa in condizioni di estremo degrado.

L’aumento delle persone presenti (circa 2.000) si è accompagnato al peggioramento delle condizioni igieniche e strutturali dell’insediamento. A causa del numero esiguo di servizi sanitari, vengono utilizzate docce e latrine a cielo aperto, le tende e baracche, costruite essenzialmente in legno e plastica, sono state adibite a dormitori, ad attività commerciali e, in alcuni casi, a night club, l’elettricità è fornita in maniera discontinua, così come il servizio di raccolta dei rifiuti, l’accesso all’acqua è garantito solo da alcuni rubinetti posti nei bagni, la preparazione dei pasti come il riscaldamento degli ambienti avviene grazie a bombole del gas, fornelli, stufe e bracieri improvvisati. «In assenza di qualsivoglia intervento da parte delle istituzioni, questa estrema precarietà, unita ad un inverno particolarmente rigido, ha messo a rischio l’incolumità dei migranti» riportano i volontari. Due incendi hanno interessato la tendopoli nei mesi di dicembre e gennaio causando la distruzione di decine baracche e, nel secondo caso, come detto, il ferimento di tre migranti, due dei quali hanno versato a lungo in gravi condizioni. In entrambi gli insediamenti, circa la metà dei pazienti visitati, dorme su materassi a terra o direttamente sul pavimento.
Dinanzi a questo affresco del disonore il Viminale preferisce ritirarsi nel silenzio. D’altronde, il ministro Minniti, dal giorno della sua nomina non si è degnato di visitare alcun insediamento di migranti nella provincia reggina, dove pure è nato.

SILVIA MESSINETTI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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