Ritrovare la strada dell’unità. Se non ora quando?

Sinistra. Il Brancaccio è sospeso e c’è il rischio di liste elettorali contrapposte. Ma dopo anni di divisioni ci sarà, il 3 dicembre, una occasione di aggregazione e ricomposizione

È il 2008. Berlusconi ha vinto con uno scarto di 3 milioni e mezzo di voti. Due anni prima Prodi aveva prevalso per una manciata di voti, ma adesso il centro destra aveva messo insieme tutte le forze mentre il centro sinistra si era diviso. Veltroni aveva deciso di «andare da solo». per realizzare il suo sogno americano e le sinistre lo avevano assecondato: non dover più sostenere un governo che si era occupato solo di risanamento dei conti avrebbe permesso di ripartire dall’opposizione.

Uniti si può vincere – ma solo per poco e se il centro destra si divide – divisi si perde alla grande.

È il 2018. Dieci anni dopo ci accingiamo a girare un film con un mix di satira e di horror. È cambiato il mondo e la globalizzazione ha fatto il giro di boa, virando per tornare indietro verso politiche nazionalistiche. Dal sogno del mondo che si apre alla circolazione delle merci e delle persone, siamo all’incubo del migrante, del vicino e del futuro. In mezzo a queste tragedie si recita l’ennesima commedia all’italiana e vecchi attori riguadagnano la scena. Alcuni con le rughe addolcite, ad ispirare la tenerezza della senilità, per cancellare i ricordi dei festini e riproporsi come guide affidabili e rinsavite, altri col volto deamicisiano del sempre buono, sempre pronto a salvare il paese e perciò a passare dal «si va da soli» al «ma anche tutti insieme» altrimenti vince la destra.

Uniti si potrebbe vincere, adesso si ripete. Un mantra senza convinzione e come se nulla nel frattempo fosse accaduto.

Ed invece nel 2013 si era «quasi» vinto. Ma quel quasi è stato usato prima per fare governi tecnici, poi per fare, con un governo politico, sia le «riforme» che l’Europa chiedeva che la trasformazione definitiva di quel che restava del partito di massa della sinistra nel frutto geneticamente modificato del Pd. Così si è favorito il passaggio dal bipolarismo al tripolarismo e la crescita dell’astensionismo. Una crescita inarrestabile al punto che lo stesso Movimento che era nato per arginarlo mostra, oggi, di aver esaurito la sua capacità di attrarre i delusi. Primo nei sondaggi, ma di un corpo elettorale sempre più ridotto.

Quindi un crisi profonda del rapporto tra cittadini e politica ed una sinistra colpita e lacerata.

Ci si può unire solo per vincere ed all’ultimo minuto dopo anni di rottamazioni, accuse, violenza verbale, ferite e lacerazioni? E, soprattutto, dopo la frattura sociale col popolo della sinistra e con le sue stesse rappresentanze sociali? No. Non farebbe guadagnare un voto oggi, non preparerebbe un futuro diverso e la svolta che serve. Il 2018 non è il 2008 e l’unico voto utile è quello ad un altro polo, ad una sinistra alternativa che possa promuovere una svolta radicale.

Avevamo sperato, a sinistra, che lo scossone del referendum potesse trasformare le macerie in una rigenerazione. Ma siamo in una fase storica con i caratteri straordinari prima accennati, dalla globalizzazione alla frantumazione sociale, etnica e generazionale. Ed in questo contesto produrre una svolta radicale capace di ridisegnare la relazione tra società civile e politica è obiettivo ambizioso e di dimensioni sovranazionali.

Quel sogno, oggi, sembra svanire. Il Brancaccio è sospeso. Se ne riparla tra qualche mese. A sinistra potrebbero nascere due liste – una radicale ed una più radicale ancora – che naturalmente farebbero campagna elettorale l’una contro l’altra armata. Verrebbe da dire: coraggio compagni. Ci tocca vivere anche questa fase. Oppure…oppure invertire la rotta.
Per la prima volta dopo anni di lacerazioni e divisioni, nel processo di ristrutturazione delle forze politiche ci sarà, il 3 dicembre, una occasione di aggregazione e ricomposizione. Non avviene con l’entusiasmo che ci vorrebbe. Le ferite lontane e vicine sono tante e spesso ancora aperte. Ed i sospetti reciproci sono spesso più forti della fiducia. Anche per questo poteva essere utile l’apporto di uno spirito nuovo come quello del Brancaccio. Intendiamoci, la società civile non è altro da noi. Spesso si tratta della stesse persone che frequentano e praticano la politica. Ma lì si erano incontrate con un altro spirito, come parti di una comunità che aveva vinto la bella battaglia referendaria. Una comunità in cui per un momento il passato che aveva diviso veniva accantonato in nome di un futuro che poteva unire e cambiare la società ed anche i singoli.

Si fa ancora in tempo a recuperare quello spirito? Ci si può, anzi ci si deve provare. Quelli del Brancaccio debbono rielaborare le proposte programmatiche formulate dalle assemblee. La nuova forza che nascerà domenica 3 potrebbe – lo ha proposto Fratoianni – dare vita ad una due giorni sul programma a tutti i livelli territoriali. Potrebbe essere l’occasione per ricomporre metodo e merito – partecipazione e programmi – e passare ad una nuova fase: cominciare insieme una campagna elettorale ricostruttiva, di relazioni politiche ed umane e, soprattutto di rapporto tra società civile e politica. Proviamoci. Se non ora quando?

ALDO CARRA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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