Riaprire la partita col pensiero unico e la morte delle ideologie

E’ provando a rispondere alla domande più semplici che si fanno crescere le giovani menti dei bambini: sono proprio le menti meno logore, meno prese da intricati intrecci di...

E’ provando a rispondere alla domande più semplici che si fanno crescere le giovani menti dei bambini: sono proprio le menti meno logore, meno prese da intricati intrecci di parole e di concetti che riescono ad afferrare l’essenza dei concetti, la sintesi estrema. Quindi, per l’appunto, la semplicità.
Così, ieri, durante un volantinaggio per Potere al Popolo!, un signore di ottantadue anni si ferma, legge il volantino, si volta e mi dice: “Guardi, io sono di destra, però via ammiro“. Confesso che è una frase che ho sentito spesso dagli avversari, una sorta di onore delle armi a me che le armi le disprezzo e le odio pure con tutto il mio modesto cuore di pacifista e di bellicista solo mediante la dialettica delle parole.
Ma tuttavia lo ascolto: “Vi ammiro perché siete ostinati e perché non rinunciate a lottare. Ma vorrei farle una domanda“. Lo sollecito a farla e chiede: “Come mai voi comunisti esistete ancora? Che senso ha dopo tutta la vicenda sovietica che è finita male?“.
E’ un quesito anche provocatorio, se si vuole, che meriterebbe ben altro luogo e ben altre tempistiche rispetto a quelle del volantinaggio per poter essere svolto come si deve. Invece tocca abbozzare qualche parola lì, ad un ottuagenario di destra che, nonostante tutto, di riflesso ti ammira.
Ma è sempre utile tornare sul perché della necessità dei comunisti in questa odiernità proclamata come “post-ideologica” e vissuta di conseguenza senza idee che derivino quindi da un impianto più complesso di elaborazioni mentali e di analisi sociologico – scientifiche sulle dinamiche economiche, politiche e civili che viviamo ogni giorno.
L’ideologia non è un male. Il male è proprio la sua mancanza, quindi l’assenza di una interpretazione del mondo in cui viviamo, il non saper riconoscere le motivazioni che spingono la storia a generare un presente di questo tipo.
Siamo tornati, praticamente al pensiero unico di tanti e tanti anni fa: per qualche periodo abbiamo ritenuto che fosse stato superato, che si fosse compreso, ad esempio con i movimenti dei Social Forum e con tante altre esplosioni di lotta (No Tav, No Base, No Muos, No Ponte, eccetera, eccetera) avessero trasmesso la consapevolezza della possibilità di creare le condizioni per una alternativa di società: in sostanza abbiamo ritenuto che il pensiero unico fosse stato squarciato e si fosse aperta una breccia in esso dove penetrare per allargarla e far arrivare sempre a più sfruttate e sfruttati il messaggio che l’accettazione passiva del sistema capitalistico in cui vivevano non era “naturale”, ma era una scelta indotta proprio dal sistema stesso.
L’accampamento di eternità che il capitalismo si è attribuito è invece tornato prepotentemente alla ribalta e ha rimesso piede con prepotenza nelle vuote menti di generazioni vecchie e nuove che sono state deluse da una sinistra che ha promesso molta alternativa e poca ne ha realizzata quando si è trovata a gestire una delega che le attribuiva un ruolo anche di governo.
I corpi intermedi come il sindacato hanno avuto sempre meno un ruolo di classe e si sono adeguati agli standard di una lotta interna al sistema; hanno praticamente smesso di pensarsi in chiave rivoluzionaria e si sono attribuiti un ruolo “sistemico”, consono alle esigenze del capitale e del mercato e quindi sono passati da una funzione di scardinamento degli equilibri di forza borghesi a un ruolo di gestione delle lotte sociali in chiave di mantenimento della “pace sociale”. Qualche subbuglio di piazza ma, alla fine dei cortei, sempre concertazione e mai più contrattazione.
E dietro a tutto ciò una massa di moderni proletari incapace di pensarsi tale perché bisognosa di obbedire alle virtù mostrate dal consumismo: definirsi “sfruttato”, “povero” è nuovamente uno stigma, una vergogna. Quindi la coscienza viene meno e, pur essendo indigenti, si aspira a far parte di una società classista che è andata oltre i confini del “ceto medio”: ha creato un ceto “liquido” per dirla alla Baumann, quindi un movimento incostante di latitudini e longitudini dove, a seconda dei casi della vita, dentro possono entrare ed uscire praticamente quasi tutti i cittadini.
Ed anche la categoria della “cittadinanza” ha lasciato il posto a quella genericità che si esprime nella ripetizione della parola “gente”: la gente siamo tutte e tutti, indistintamente. I cittadini sono invece solo quelli che accettano di riconoscersi nei valori costituzionali, nell’antifascismo ad esempio.
Meglio essere “gente”, ci si confonde meglio nella indistinguibilità antisociale del termine che ci esprime e definisce. Siamo così un po’ tutti anonimi e un po’ più liberi. Perché la connotazione è definizione, quindi obbliga ad avere delle responsabilità: prima di tutto verso le nostre idee. E oggi si ha poca voglia di avere delle idee. Si preferisce pescare nella superficialità dei titoli e delle notizie false che circolano su Internet: si prendono a prestito mille idee e si finisce per non averne nessuna.
Tornando, pertanto, alla necessità dell’esistenza dei comunisti, al mio interlocutore ottuagenario ho risposto così…: “Siccome quasi tutti pensano che il mondo in cui vivono sia migliorabile ma, tutto sommato, vada bene così come è perché è impossibile un vero cambiamento radicale, ecco che i comunisti servono e vi servono perché rimangono quelli ancora una volta più avanzati tanto nel pensare quanto nell’agire. Noi abbiamo ragione e sappiamo di averla. Sappiamo che la ragione ci deriva dal volere una società egualitaria socialmente, libera intellettualmente e moralmente.”.
E non ho potuto non citare la mia cara Rosa Luxemburg, ben due volte e con soddisfazione, perché il mio interlocutore ha dato prova di conoscerla (e uno di destra che conosce una rivoluzionaria come Rosa val bene non una messa, ma due citazioni della Nostra): “Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene” e ancora… “Per un mondo dove siamo socialmente uguali, umanamente differenti e totalmente liberi“.

MARCO SFERINI

6 gennaio 2018

foto tratta da Pixabay

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